Questa generazione

Il Domenicale del Sole 24 ore della scorsa settimana ha pubblicato un lungo articolo di Stefano Salis in cui veniva presentata la vitale generazione degli scrittori italiani under 40, e di seguito l’opinione di alcuni critici a cui è stato chiesto di “votare” i loro migliori. Qui diamo la parola a uno scrittore di questa generazione di cui si parla, Nicola Lagioia, pubblicando un suo articolo apparso oggi sempre sul Domenicale.
E con questa riflessione sui nuovi contesti e le nuove voci, noi autori e redattori di minima&moralia vi salutiamo e ce ne andiamo per un po’ in vacanza.

Se c’è una cosa che accomuna i nati in Italia dopo il 1970 è l’eccezionalità del contesto, e cioè il fatto di essere cresciuti in quello che – ultimo o penultimo invitato alla tavola delle grandi potenze democratiche – è diventato neanche troppo lentamente un paese del secondo mondo.

Bene, l’ho detto: “secondo mondo”, e con questo spero di aver contribuito a rompere il tabù di chi ritiene che l’uso di eufemismi quali “difficoltà” o “arretramento” abbia un valore apotropaico, o peggio ancora di chiunque voglia convincerci che seminando il vuoto a rendere dell’euforia fine a se stessa cresca l’albero della cuccagna. Capisco che sia dura da accettare per coloro che, sospinti dall’onda del vecchio boom sullo scranno di una qualche docenza universitaria, alta dirigenza, segreteria di partito, hanno scambiato col trascorrere degli anni la propria inamovibilità per autorevolezza, e dunque la putrefazione per progresso. È per questo che proprio non me la sento di dare l’onere di chiamare le cose col proprio nome alla generazione dei Tommaso Padoa-Schioppa – l’ex ministro figlio dell’amministratore delegato delle Assicurazioni Generali a cui solo un Edipo non risolto può avere suggerito un giorno la parola: “bamboccioni”.
In questo modo è più facile che le parole “secondo mondo” le possa pronunciare senza troppe crisi isteriche chi, come me, non aveva avuto il tempo di ricavarsi un posto al sole quando il vento ha iniziato a cambiare – chi, tanto per dirne una, ha frequentato un’università che di competitivo aveva ormai solo i bidelli che facevano a gara per chiederti una mancetta di cinquantamila lire dopo averti fotografato durante la sessione di laurea.

Nessuna università italiana tra le prime 100 secondo l’Academic Ranking of World Universities. Settantrateesimo posto alla voce libertà di stampa secondo il rapporto di Freedom House, dietro la repubblica presidenziale del Benin e in coabitazione con Tonga… Non continuerò con le classifiche. Troppe da elencare, troppo univoche, e perfino noiose: era solo per rendere il concetto; allo stesso modo non farò l’avvocato del diavolo che brandisce il vessillo del Pil pro-capite adeguato alla parità dei poteri d’acquisto (un dignitoso ventisettesimo posto nel 2009 secondo il Fmi, dietro Belgio, Francia, Spagna…) perché questi calcoli vivono sotto il ricatto di troppe variabili, e soprattutto perché ad esempio gli Emirati Arabi hanno un reddito pro capite che straccia il Regno Unito ma basterebbe spostarsi sul versante dei diritti umani per non definirli un paese del primo mondo.
Credo sia invece più interessante capire come mai per gli under 40 italiani di oggi un certo realismo richieda pochi sforzi e, contemporaneamente, sia anche la dura lezione appresa nel passaggio dall’adolescenza all’età adulta. La definirei una questione di imprinting: difficile pensare di non vivere in uno dei paesi più corrotti dell’occidente se ti congedi dal liceo poco prima di Tangentopoli; così come è piuttosto complicato credere a uno Stato sovrano se dai il tuo primo esame all’università non quando esplode la bomba sull’autostrada Capaci-Palermo ma 57 giorni dopo, perché se il beneficio del dubbio poteva sopravvivere con molto sforzo alla morte di Falcone, la sua lapide è stata scritta in via d’Amelio. Faticoso, del resto, credere a una politica che favorisca meritocrazia e bene comune se – scontrandoti già da qualche anno col muro di gomma gerontocratico in campo lavorativo – hai assaporato l’insostenibile pesantezza della sospensione democratica in quel di Genova durante il G8 del 2001; e hai faticato a sostenere un deja-vu degno di Philip Dick quando il Ministro dell’interno di allora, costretto a dimettersi per aver definito “un rompicoglioni” una vittima delle Brigate rosse, si sia ri-dimesso non tanto per l’incredibile circostanza di non sapere chi gli aveva comprato casa ma per l’ancora più incredibile circostanza di essere stato nominato ministro un’altra volta.
Se qualcuno pensa che sto ingrossando l’otre del catastrofismo, sgombro subito il campo. Nessun catastrofismo, nessuna lamentela che vada oltre lo sforzo di tacitare qualche dolore stagionale. Il contrario, piuttosto: credo cioè che solo una generazione talmente forte da chiamare le cose col proprio nome e abbastanza coraggiosa da provare non la vergogna, ma finalmente l’orgoglio di essere sopravvissuta emotivamente agli ultimi vent’anni, possa aiutarci a ripartire.
Stringendo poi l’attenzione su quegli under 40 che cercano di raccontare il mondo attraverso le lenti deformanti della letteratura, credo che i buoni segnali sia incapace di coglierli solo chi questa letteratura non ha l’abitudine di frequentarla. Se si guarda alla recente produzione degli scrittori italiani (non solo under 40), è difficile non accorgersi di una grande vitalità; e ciò a dispetto di ritrovarsi in un paese che ha elevato il disprezzo per la cultura quasi a punto d’onore. Cessare di vivere nel primo mondo – seppure dimezzi le opportunità – non è la conditio sine qua non per scrivere libri che lascino il segno: il ventre della Grande depressione partorì i capolavori di Faulkner, dalla Colombia è venuto fuori García Marquez, e alla maschera mortifera di Pinochet si è sottratto uno come Roberto Bolaño. Per quanto insomma soffra quotidianamente come uomo e come cittadino, vivere su un territorio in grado di offrire incredibili incesti di potere, politica e criminalità quali ad esempio le recenti telefonate tra Gennaro Mokbel e l’ex senatore Nicola Di Girolamo… be’, tutto questo offre a noi scrittori un punto d’osservazione degno del miglior teatro elisabettiano aggiornato al XXI secolo. Il che pone anche un problema di forme: la nostra non è forse più terra da neorealismo o da neoavanguardia o da post-moderno; è piuttosto una sorta di incubo di Hieronymus Bosch con sottofondo di jingle pubblicitari, una dimensione in cui prima non eravamo mai stati. Ricordate il vecchio apologo di Orson Welles sulla pacifica Svizzera produttrice di orologi a cucù, contrapposta agli intrighi sanguinari dei Borgia da cui sarebbero venuti fuori Michelangelo e Leonardo?
Bene, così come prima non cercavo di essere catastrofico, adesso non voglio gloriarmi delle nostre miserie. Sto cercando piuttosto di dire che solo guardando in faccia la Medusa – il che, nel caso di uno scrittore significa riuscire a opporvi lo specchio di una lingua che la racconti senza restarne pietrificati – sarà possibile, anche fuor di letteratura, trovarsi a un certo punto dall’altra parte del guado. Amare i propri tempi difficili tanto da volerli riscattare: mi pare un ottimo vertiginoso trampolino, per i nostri secondi quarant’anni.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
5 Commenti a “Questa generazione”
  1. teresa scrive:

    nicola ti ho letto affascinata. un pensiero/analisi/suggerimento sul quale riflettere. e’ mattina presto e qui a nairobi fa un bel freddo, me ne vado al lavoro e ci penso. grazie!

  2. Eva scrive:

    “A nous deux maintenant”

  3. un lettore scrive:

    curiosa questa citazione finale di Orson Welles in un pezzo, peraltro interessante. Sembra una evidente provocazione priva di pregnanza storica, la capisco se fatta da un provocatore cinematografico come Wells ma la trovo fuori luogo se farla è uno scrittore che dovrebbe avere in gran cura la storia e i suoi legami con la politica con l’arte e con la letteratura in generale. Faccio notare solo che:
    1) Leonardo e Michelangelo furono l’evidente prodotto di denaro e di sostegno all’arte, nonché di un periodo eccezionale e unico come il Rinascimento, non certo della corruzione di Cesare Borgia detto il Valentino o di quella del papa Giulio II.
    2) Leonardo e Michelangelo non sono famosi scrittori, l’arte visuale, anche i capolavori hanno tutt’altro impatto sul potere politico di quanto dovrebbe averne (si spera) la letteratura;
    3) il primo orologio a cucu fu inventato da un tedesco, in una zona della Germania sud-occidentale assai rinomata, la Foresta Nera e non da uno svizzero;
    4) la germania, notoriamente non è un paese corrotto, eppure ha prodotto di tutto: senza entrare nell’ambito culturale (goethe, schiller, ecc.), tedeschi furono Johann Gutenberg, Nikolaus August Otto, inventore del primo motore a scoppio, e Diesel inventore dell’omonimo motore.
    5) uno scrittore, benché giovane e benché italiano, dovrebbe conoscere e rispettare autori come Robert Walser, Max Frisch e Friedrich Dürrenmatt e filosofi come Jean-Jacques Rousseau, o no? senza contare che Einstein quando mise a punto la sua teoria della realitività lavorava all’ufficio brevetti di Berna;
    6) in tempi come i nostri, i confini territoriali mi sembra che siano molto più flessibili di quelli nazionali, soprattutto se si guarda alle influenze sulla letteratura e sulla cultura in generale. Che un prodotto culturale sia tipico di un paese mi sembra una verità antistorica.

    recentemete il sole24ore ha fatto un’operazione di pubblicità a favore di giovani promesse, e va bene, ma forse l’intera operazione giornalistica andava pensata meglio, con articoli che criticassero oltre che incensare. Le provocazioni se servono che vengano pure, ma perché non sceglierle con cura?

  4. enpi scrive:

    perdonami, Nicola, ma mi son fermato quando ho letto “secondo mondo”. mi son fermato perché il “secondo mondo” era, nella divisione e che si faceva durante la guerra fredda, l’insieme dei Paesi retti dal socialismo reale, contrapposto al primo mondo – capitale e capitalismo.
    da Wikipedia:
    “Terzo mondo è un termine politico che sta ad indicare globalmente i paesi in via di sviluppo, contrapposti ai cosiddetti primo mondo (paesi sviluppati, democratici e capitalisti) e secondo mondo (paesi socialisti e comunisti che gravitavano nell’orbita dell’Unione Sovietica).”

  5. Eva scrive:

    “Leonardo e Michelangelo non sono famosi scrittori, l’arte visuale, anche i capolavori, hanno tutt’altro impatto sul potere politico di quanto dovrebbe averne (si spera) la letteratura”. Non penso che l’arte in generale – non la sola letteratura – possa davvero avere un qualche “impatto sul potere politico”. I romanzi di Kurt Vonnegut, ad esempio, hanno forse impedito all’America di continuare con certe sue politiche a base di bombardamenti aerei? “Full metal jacket” ha forse evitato il pantano in Afghanistan? Michelangelo è stato anche un poeta parecchio apprezzato nella sua Firenze, ma né la sua Pietà, né i suoi sonetti, né i progetti di fortificazione della sua Firenze, hanno evitato la sanguinosa fine della repubblica del Savonarola.

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