Krystyna-Skarbek-la spia che amava

Questa non è una storia per donne: “La spia che amava”

di Chiara Mogetti

La prima spia di cui abbia mai sentito parlare è stata Mata Hari, danzatrice “esotica” olandese che lavorò al soldo (forse) di Germania e Francia durante la Prima guerra mondiale. Il suo travestimento consisteva nell’abilità di svestirsi ad arte, nei contesti giusti e davanti alle persone giuste, le quali finivano poi a loro volta per scoprire i propri segreti. Mata Hari era affascinante e (forse) doppiogiochista. Incarnava, così, l’“essenza della femminilità”: misteriosa, seducente, doppia, volubile, incline al tradimento e alla manipolazione. Le qualità che rendevano il suo profilo interessante per le attività di spionaggio erano le stesse che la condannarono alla riprovazione e poi, di fatto, alla morte. Quando lessi la sua storia avevo forse otto anni ed era il modello di donna adulta più interessante che mi fosse stato presentato fino a quel momento. La sua vita era compresa in una raccolta di brevi biografie illustrate intitolata a La vita avventurosa delle donne famose. Non sono più stata in grado di recuperare il libro, ma mi sembra di ricordare che, tra le altre, si raccontasse anche la storia di Medusa, quella dei serpenti al posto dei capelli. Siamo di fronte a una scelta interessante o a un falso ricordo ancor più significativo.

È appena uscita per 21lettere la biografia di un’altra spia famosa, che certamente ha vissuto una vita avventurosa: Krystyna Skarbek, aka Christine Granville. Il libro è La spia che amava, di Clare Mullay, scrittrice premiata che ha collaborato con radio, televisioni e diversi giornali e che ha già pubblicato biografie dedicate a donne notevoli e non convenzionali. Krystyna, reginetta di bellezza polacca, nata dal matrimonio tra una sorta di aristocratico bisognoso di denaro e una ricca donna ebrea bisognosa di un cognome polacco, crebbe nel privilegio: il lusso, la mondanità, persino le vacanze passate a sciare, contribuirono in maniera determinante alla sua formazione, producendo un raro combinato di intelligenza e capitale sociale, competenze eterogenee e carattere forte. Quando scoppiò la guerra, Krystyna era all’estero con suo marito. Decise che non sarebbe restata a guardare mentre il suo paese veniva occupato e, in men che non si dica, si mise in contatto con i servizi segreti britannici. Avrebbe passato gli anni successivi lavorando come staffetta e come radiotelegrafista sul campo, raccogliendo informazioni, contribuendo alla propaganda anti-nazista e mettendo in contatto agenti, partigiani e gruppi della resistenza di paesi diversi. Si paracadutò nella Francia occupata, alla cui liberazione avrebbe poi contribuito. Salvò la vita di numerosi prigionieri e favorì la fuga di civili e non. Partecipò a missioni in tre teatri di guerra. Durante un interrogatorio, si salvò dalla Gestapo mordendosi la lingua a sangue e fingendo così di avere la tubercolosi. Sembra che riuscisse ad ammansire i cani addestrati delle forze armate tedesche. Le storie su di lei sembrano praticamente inesauribili, per quanto alcune appaiano più verosimili di altre. Un dato su tutti però riemerge costantemente: Krystyna Skarbek era una donna eccezionalmente bella e affascinante. Condivise numerose relazioni sessuali, più o meno intime, spesso anche con più uomini contemporaneamente. Sembra che nessuno riuscisse a resisterle.

Gli uomini le si affollarono intorno non soltanto per tutta la vita, ma anche in morte. È principalmente a partire dai documenti e dalle testimonianze da loro prodotti che l’autrice ha potuto delineare il profilo di quella che è stata la prima donna a prestare servizio nello spionaggio britannico e, si dice, la spia preferita di Winston Churchill. Le vicende di Krystyna sono radicalmente connesse con il particolare scenario che caratterizzò alcuni anni della storia europea, costringendoci a interrogarci su alcune questioni problematiche attinenti a conoscenza e rappresentazione. Cosa accade quando si vuole raccontare la Storia focalizzando la propria narrazione su una donna, le cui esperienze tendono a venir interpretate nell’ambito della sfera privata? Quale senso assume l’azione nel mondo di un soggetto che vi si muove a partire da una posizione che nega la stessa possibilità di quel ruolo? Cosa ci resta di Krystyna Skarbek e come facciamo a leggerlo?

Dal grande lavoro di ricostruzione di Clare Mullay emerge, oltre alla spia coraggiosa e determinata, una donna capace di esercitare una grande attrattiva sessuale e sentimentale sugli uomini, una persona ossessionata da cose come le calze di seta e il divertimento, impulsiva, fragile e auto-distruttiva allo stesso tempo. Alla fine del libro, l’autrice ha apposto una nota sulle fonti, di cui è da notare come le uniche prodotte direttamente da Krystyna Skarbek si limitino a undici lettere. Le ordinarie difficoltà incontrate da chi desidera ricostruire la storia di una vita sono state, in questo caso, esponenzialmente aumentate dalla segretezza o dalla distruzione dei documenti relativi alla protagonista, dalla riservatezza e dall’inventiva con cui la stessa si presentava agli altri e, non da ultimo, da una circostanza tutta particolare: dopo la sua morte un gruppo di dodici uomini che si sentivano legati a lei si organizzò per preservarne il nome, costituendosi in un «Comitato per la tutela della memoria di Christine Granville». Di fatto, questo gruppo riuscì a prendere il controllo della storia di Krystyna, bloccando varie pubblicazioni su di lei e prendendo le redini di quelle che riuscivano a ottenere la loro approvazione. L’immagine che ci è arrivata di Krystyna è funzionale all’immagine che gli uomini che la raccontarono avevano di sé e del loro rapporto con lei. Sappiamo ormai, grazie soprattutto ai movimenti delle donne, come prendere il controllo della narrativa significhi prendere potere. E tutti gli uomini che hanno conosciuto Krystyna si imbarcarono nel tentativo di esercitare potere su di lei, fino all’ultimo, Dennis Muldowney, il quale, dopo averla uccisa, dichiarò con lucidità e consapevolezza notevoli: «uccidere è il possesso definitivo».

Non a caso, Krystyna si era sempre sottratta al controllo, in vita, grazie soprattutto al silenzio e all’invenzione. Disse di lei un’amica che «era una che ricamava sulle cose, non una vera e propria bugiarda, doveva solo coprire le sue tracce». La sua professione tendeva all’estremo questa connessione fra la manipolazione delle storie e la possibilità di sopravvivere sfuggendo ai nemici. Krystyna scrisse in una lettera che «ci sono [al Cairo] circa novantamila persone che pensano solo a divertirsi. Non puoi immaginare come qui nessuno si renda conto delle atrocità che si verificano nei paesi occupati […] Gli uffici sono pieni di giovani allegri, non preoccupati, che vedono le persone come me come disfattisti o guastafeste». Difficile credere davvero che fosse una persona politicamente inconsapevole, semplicemente individualista e dedita in maniera prioritaria a sfrenati divertimenti. C’è invece da riflettere sulle scelte che l’hanno portata al silenzio e all’occultamento anche nei rapporti più intimi.

Il suo lavoro come spia era intimamente e deliberatamente connesso all’espressione del suo genere. Le aspettative nei suoi confronti le impartivano un ruolo preciso. Come Mata Hari, la seduzione e la femminilità erano i principali strumenti che aveva a disposizione per sopravvivere e ottenere legittimità. Fosse stata diversa, il suo contributo sarebbe stato probabilmente cancellato. Si pensi alla storia delle partigiane italiane: nel documentario Bandite, per esempio, è possibile ascoltare e vedere numerose donne che diedero un apporto fondamentale alla Resistenza e che, tuttavia, subirono un generale disconoscimento durante e dopo la guerra. Nel 2014, la diciottenne Asia Ramazan Antar si è arruolata nella milizia femminile curda (YPG); quando due anni dopo è morta combattendo contro l’Isis, in Europa l’abbiamo soprannominata l’Angelina Jolie curda: la sua agency, le sue competenze militari, il suo carattere, sono stati tutti subordinati e reinterpretati sulla base del suo bell’aspetto. L’attrattiva sessuale resta la principale fonte di legittimazione per le donne: l’unico mezzo di riconoscimento e il principale espediente di cancellazione allo stesso tempo. Se le fonti sono soltanto quelle degli uomini che hanno intrecciato relazioni personali con la protagonista, e se questi non le riconoscevano che gli aspetti intimi e privati, come può emergere il rapporto che quel determinato soggetto intratteneva con il mondo?

Si dice che Krystyna Skarbek abbia ispirato Ian Fleming per il personaggio di Vesper Lynd, la prima delle Bond girl, al fianco dell’agente segreto in Casino Royale: sembra, questo, il punto d’arrivo di un lungo processo di estetizzazione e rifunzionalizzazione di quella che era una persona vera. Krystyna Skarbek è stata una vittima di femminicidio, poiché è stata uccisa in quanto si ostinava a sfuggire al controllo di un uomo che aveva pretese erotiche nei suoi confronti. La sua morte ha dato il via libera a un’organizzazione di uomini votata precisamente al controllo della sua storia, oggetto di contesa. Perché il suo silenzio?  Forse Krystyna preservava così la sua identità più intima, grazie soprattutto alla contraffazione. Con il libro di Clare Mullay abbiamo finalmente un tentativo onesto di restituire alla storia di Krystyna Skarbek la sua complessità, per quanto questa stessa operazione metta in scena anche l’impossibilità di penetrare davvero al di sotto del velo imposto dallo sguardo egemonico sulle donne – in particolare quando queste decidono, legittimamente, di tacere. La spia che amava è una buona occasione per riflettere sul rapporto fra le donne, la storia e la sua narrazione. Anche la scelta di raccontarsi si gioca sempre a cavallo tra pubblico e privato. E a volte può essere davvero questione di vita o di morte.

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