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Questo bisogno di eroi

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Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Linda Carter nella serie tv su Wonder Woman)

Devo ammettere che quando l’ho visto la prima volta mi ha preso un po’ d’ansia. Parlo del calendario con le date d’uscita dei prossimi film di supereroi. Si parte con l’ormai imminente Avengers 2: Age of Ultron (il primo maggio in Usa) e si arriva al reboot di Lanterna Verde previsto (tenetevi liberi) per il 19 giugno 2020. In mezzo una trentina di titoli: da eventi attesi con aspettative messianiche come Batman v Superman a pellicole medio budget su seconde file o nobili decaduti degli universi DC e Marvel (un film su Shazam: sul serio?). Capite che per una persona a disagio anche solo con l’idea di fare programmi per il prossimo week-end, una tale prospettiva è a dir poco vertiginosa.

Senza contare che il cinema è solo uno dei possibili approdi per le seconde vite dei supereroi: serie televisive (è da poco partita Gotham, police procedural della Fox sulla città di Batman prima Batman, quando cioè Bruce Wayne era solo un bambino da poco orfano e il commissario Gordon muoveva i primi passi nei bassifondi della metropoli. Ai blocchi ci sono quella di Flash e una caterva di produzioni legate ai personaggi Marvel per Netfilx, tra cui Devil), film animati, videogiochi. Anche il cinema italiano, solitamente immune al fantascientifico – e ai budget conseguenti – ci prova: il 18 dicembre è uscito Il ragazzo invisibile, di Gabriele Salvatores, operazione crossmediale in cui le avventure di Michele, il tredicenne protagonista che un giorno scopre di essere dotato del potere dell’invisibilità (metafora non proprio indecifrabile dei disagi dell’adolescenza), prima ancora che in pellicola vivono in una serie di albi scritti e disegnati appositamente per “espandere” l’universo del film.

Ecco, con il concetto di “universo espanso” siamo già al cuore dell’idea di franchise. Ciò che fa un franchise non è raccontare una storia, per quanto vasta e articolata, ma allestire un mondo, un universo narrativo coerente, complesso, autonomo – potenzialmente infinito. E se oggi l’industria cinematografica hollywoodiana tenta di sopravvivere soprattutto grazie ai franchise, ci riesce (anche) perché l’ha imparato dai fumetti di supereroi e dal concetto di continuity. La continuity è l’idea che tutti i personaggi di una casa editrice (ad esempio le due maggiori, Marvel e DC) vivano nello stesso universo e che le loro gesta non si azzerino di mese in mese ma vengano ricordate, così da comporre una storia parallela e segreta. E se c’è una storia ci sono anche degli storici: quello che fa la continuity nel mondo del fumetto – e che l’industria dell’intrattenimento ha saputo applicare a tutto il resto – è l’idea che il consumatore non sia solo il fruitore passivo di una storia, ma ne diventi in qualche modo il guardiano, il curatore. Il franchise trasforma ogni consumatore volente o nolente in un nerd (quante delle parole che ho usato fin qui – reboot, franchise, Marvel e DC, Gotham… – conoscete anche se non avete mai aperto un fumetto americano?), qualcuno che non solo vede i film ma si muove a proprio agio nell’universo immaginario, ne conosce tutti gli anfratti, le svolte, le variazioni, ne è in qualche modo un esperto, un devoto, certo un fan, ma anche un critico e in alcuni casi anche un attore, un soggetto attivo.

Ma perché i superoeroi stanno vivendo questa fortuna, cosa li ha resi mainstream? O anche, per dirla con Badiou: di cosa è il nome il supereroe?

Per capirlo può essere utile un libro uscito quest’autunno negli Stati Uniti: The Secret History of Wonder Woman (Knopf). L’ha scritto Jill Lepore che, oltre a essere un autrice del New Yorker, insegna Storia americana ad Harvard, e da storica – ma con passo narrativo – ha raccontato più di un secolo di storia delle donne attraverso una delle icone più forti e persistenti dell’immaginario novecentesco, Wonder Woman. Eppure l’Amazzone è l’unico membro della cosiddetta Trinità dell’universo DC a non aver mai avuto un film a lei dedicato, a differenza degli otto di Batman e i sei di Superman. Per capire l’eccezionalità di Wonder Woman basta pensare che se l’universo di riferimento di Superman è la fantascienza, quello di Batman il romanzo hard-boiled, quello di Wonder Woman è la cultura femminista di inizio secolo e le battaglie per il suffragio femminile, il controllo delle nascite e l’emancipazione delle donne.

Parlare di Wonder a Woman vuol dire raccontare la storia del suo creatore, William Moulton Marston. Nato nel 1893, dopo una laurea in legge, Marston prosegue gli studi ad Harvard con un dottorato in psicologia. Il suo campo di studio sono le emozioni e il loro radicamento nel sesso, nella sessualità e nel genere; sperimenta anche un metodo per la misurazione della pressione sistolica che sarà alla base del poligrafo, la macchina della verità (una delle “armi” di Wonder Woman è il lazo dorato che costringe chi vi è legato a dire la verità…). Nel frattempo, nel 1915, sposa Elizabeth Holloway – anche lei dopo la laure in legge (ma a Boston: Harvard non ammetteva le donne) si specializza in psicologia e inizia a collaborare con il marito: sono gli anni in cui la prima donna viene eletta al Congresso, mentre Margaret Sanger e la sorella Ethel Byrne fondano la prima clinica per il controllo delle nascite. E sono gli anni in cui Marston e la moglie conducono i loro esperimenti sul sesso e sul diverso grado di eccitazione di uomini e donne. Li aiuta la giovane Olive Byrne, la figlia di Ethel. Nel 1926, a ventidue anni, Olive si trasferisce a vivere con Marston e la moglie dando vita a una famiglia allargata, un vero e proprio esperimento di vita affettiva e erotica poliamorosa che resisterà anche alla morte di Marston, nel 1947, dopo la quale le due donne continuarono a vivere insieme e crescere i figli avuti da William.

Nel 1941 Mourston viene avvicinato dagli editori di quella che da lì a pochi anni sarebbe diventata la DC Comics, dopo che in un’intervista aveva dichiarato che “i fumetti non sono assolutamente da sottovalutare, hanno un grande potenziale educativo”. L’editore gli chiede allora di creare un proprio personaggio: Marston coglie la palla al balzo e dà vita a un’eroina che, nelle sue intenzioni, doveva incarnare un modello per tutte le ragazze, l’esempio di donna forte, indipendente, libera dalle catene della sottomissione al maschio. Prima fra tutte quella della maternità: Wonder Woman è fin dall’inizio figlia degli ideali della Sanger e di tutto il movimento femminista. L’Amazzone ne riprende anche l’iconografia: praticamente non c’è tavola in cui non la si vede mentre si libera di una qualche catena, corda, legame quasi fosse appena uscita da un volantino delle suffragette. Ma qui entra in gioco l’altra grande passione di Marston: il bondage. Le storie di Marston trasudano di un’ambigua ossessione per donne e uomini legati in modi sempre dettagliati con cura nelle sue sceneggiature. Tanto che ben presto iniziò a ricevere lettere di appassionati – di sicuro non bambini… – che gli chiedevano dove potevano procurarsi una certa maschera di cuoio come quella disegnata in una storia, o come riprodurre il nodo con cui Wonder Woman sottometteva l’avversario di turno.

Wonder Woman attraverserà il Novecento resistendo a qualsiasi tentativo di normalizzazione del personaggio che seguirà alla morte di Marston. E se non sempre le sue storie a fumetti saranno all’altezza, l’icona di Wonder Woman, con la sua eccedenza e le sue ambiguità, il gusto pop per l’eccesso ai limiti del kitch, sarà adottata da molti movimenti femministi, più o meno underground, più o meno arrabbiati.

Fino ad arrivare a oggi: tra i trenta film annunciati per i prossimi anni c’è finalmente il primo film di Wonder Woman. Finalmente anche la principessa di Isola Paradiso avrà un film tutto per sé.

Francesco Guglieri (1976) è editor della narrativa straniera Einaudi. Ha insegnato Letteratura inglese e Letteratura comparata alle Università di Genova e Torino. Scrive o ha scritto per Pagina 99, L’Indice dei libri del mese e Pulp libri.
Commenti
2 Commenti a “Questo bisogno di eroi”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Su genesi, eziologia ed esegesi del supereroe esiste un testo fondamentale che raccoglie tutti i dettagli e la filosofia della faccenda: “Ratman”, di Leo Ortolani.
    Tutto il resto è propaganda, disinformazione, e, in ultima sintesi, fumo.

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