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Raccontare la catastrofe: prima, durante e dopo

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Secondo la tradizione bizantina, il mondo è stato creato il primo settembre del 5509 a.C. La cronologia biblica è più intricata: sul calendario ebraico il capodanno è fissato al 6 ottobre del 3761 a.C., ma le interpretazioni dei dati dei testi sacri sono moltissime, tutte basate su complicatissimi calcoli, e coprono un intervallo di circa tre millenni, anno più anno meno. Una delle più famose è quella di James Ussher, arcivescovo anglicano ed accademico irlandese, che nel 1650 concluse che Dio avrebbe atteso il 22 ottobre del 4004 a.C., verso le sei del pomeriggio, per dare inizio alla creazione.

E con i fossili, le galassie e tutto il resto come la mettiamo? Le evidenze geologiche e astronomiche spalancano profondità temporali inattingibili: come conciliare tutto questo con i pochi millenni di storia che la Bibbia ci concede? Anche qui, fiumi di teorie: i creazionisti più radicali la spiegano ricorrendo all’infinita e maliziosa bontà di Dio, che avrebbe sparso qua e là nell’universo prove fasulle di un’antichità inesistente per mettere alla prova la nostra fede. Un’idea che a un certo punto trovò anche un bizzarro tentativo di sviluppo sistematico: per l’esattezza nel 1857, due anni prima della pubblicazione dell’Origine delle specie di Darwin, quando il naturalista inglese Philip Gosse scrisse un intero libro per dimostrarla. E lo intitolò Omphalos perché, tra le altre cose, vi sosteneva anche l’artificialità divina dell’ombelico di Adamo, messo lì apposta da Dio per depistare le nostre indagini sull’effettiva età del mondo e l’evoluzione della specie umana.

Le bislacche teorie di Gosse hanno almeno un merito: il contributo allo sviluppo di una discussione filosofica assai duratura sul rapporto tra storia e memoria, che porta dritto alla cosiddetta “ipotesi dei cinque minuti”, un paradosso proposto nel 1921 da Bertrand Russell secondo cui il mondo potrebbe benissimo essere stato creato dal nulla appena cinque minuti fa, con dentro già tutto incluso: stratigrafia storica, geologica, galattica, fino all’umanità intera con tutti i suoi ricordi, individuali e collettivi. E da qui, per esempio, alla mitologia di Matrix il passo è breve.

Possono sembrarci eccentriche speculazioni di eruditi e filosofi con troppo tempo libero, ma la verità è che questo genere di congetture è da sempre il modo migliore che abbiamo per scendere a patti con l’inimmaginabile abisso di tempo che ci separa dall’inizio di tutto, una vastità che la nostra trascurabilissima esperienza personale non può in alcun modo sperare di scollinare con i suoi soli mezzi. Mi ha sempre affascinato l’esattezza cronachistica delle conclusioni, l’ammirevole acribia che porta a registrare date e persino orari precisi su un calendario che, pur iniziando così, di punto in bianco, è già perfettamente formato nella sua successione di giorni mesi e anni. Un minuto prima nulla, nessun atomo, nessuna entità, niente, e un minuto dopo, all’improvviso, sono le sei di una malinconica e silente sera di ottobre, il punto d’inizio di quella grande serie di catastrofi che è la storia del mondo.

E pazienza se già Sant’Agostino pedanteggiava spiegando a tutti che no, non funziona mica così, la Creazione si manifesta “non in tempore, sed cum tempore”, perché finché non esiste il mondo non può esistere neanche il tempo e quindi neanche le belle serate ottobrine. Sì, va bene, abbiamo capito, ma vuoi mettere la poesia immaginifica di una genesi fittizia? L’illimitata libertà di credere che, finché qualcuno non si è messo lì a inventarle, le cose non esistevano, nemmeno cose come le lingue o le montagne o la religione o il tempo o la memoria o l’aldilà e l’aldiqua o la Storia, anche, sì, persino la Storia può benissimo non essere esistita finché qualcuno non si è seduto a un tavolo a scriverla di testa sua dall’inizio. Qualcuno che, fino a prova contraria, potrebbe essere chiunque, persino – perché no? – il Congresso di Vienna.

Primo novembre 1814, castello di Schönbrunn: inizia il mondo. Mi convinco che tutto il prima è una menzogna, un’invenzione, una scrittura epica di un passato che non è mai esistito. Faccio fuori in un attimo secoli e secoli di storia e mi prendo in mano poco più di duecento anni. Mi sento già a mio agio: questo, con un po’ di sforzo, posso vagamente concepirlo.

L’ipotesi che il Congresso di Vienna abbia letteralmente creato dal nulla (insieme a se stesso) la vita, l’universo e tutto quanto è l’intuizione con cui Emmanuela Carbé, ne L’inizio degli inizi, sceglie di affrontare la vertigine del Principio e apre la Trilogia della catastrofe, fresca di stampa per effequ: una raccolta di tre testi (gli altri due firmati da Jacopo La Forgia e Francesco D’Isa) che sviluppano, ognuno dalla sua personalissima angolazione, il racconto della catastrofe. Un concetto che nella sua accezione più stretta di katastrophé, “rovesciamento, sconvolgimento”, equivale, spiegano gli editori nella premessa, al raccontare la storia stessa dell’umanità, forse persino “la storia di tutto il mondo prima dell’umanità, prima di ogni cosa”.

Obiettivo non da poco (“impossibile, incontenibile, probabilmente indicibile”: sempre dalla premessa), che la Trilogia si propone di perseguire moltiplicando i punti di vista, scomponendo il discorso catastrofico in tre movimenti – un Prima, un Durante e un Dopo, come una sinfonia della fine del mondo – e affidando lo sviluppo di ognuno a una voce diversa: per formazione, provenienza culturale e ambiti d’interesse, ma soprattutto per il metodo, l’impronta e la traiettoria che ognuno dei tre sceglie di seguire nella propria reinterpretazione del tema catastrofico, tra racconto, saggio, reportage e autofiction.

E se la prima catastrofe è stata l’inizio, o meglio l’Inizio, perché non immaginare che a gestire il tutto sia stata non una divinità imperscrutabile e bizzosa, ma una riunione di burocrati “con dei pantaloni attillati bianchi”, riuniti intorno a un tavolo “che ha una tovaglia tipo poker ma blu cobalto” e intenti “a inventarsi, tra tutte le combinazioni possibili, un mondo”? Sul piano epistemologico è già un’ipotesi più plausibile di quella di Russell: un paio di secoli di manovra anziché cinque miseri minuti, mica poco. E dunque il Congresso di Vienna, quel grande Risiko postnapoleonico che nella realtà (o in quella che crediamo essere la realtà) si propose di riavvolgere il nastro della storia europea resettando tutto a prima della Rivoluzione francese, nella nuova, geniale cosmogonia architettata da Carbé si ritrova investito di una responsabilità ben più ampia: la creazione del mondo.

Il risultato è un caleidoscopio borgesiano intessuto di strabilianti e divertentissime invenzioni. Una vera e propria storia alternativa à rebours del mondo, che Carbé ricostruisce avendo in mente non, come Borges, l’enciclopedia (la strada scelta dalla cospirazione di intellettuali di Orbis Tertius del famoso racconto in Finzioni), ma, più adatta alla natura dei suoi Creatori, la burocrazia. La missione di disegnare da zero l’intera immensità spazio-temporale del reale si concretizza così, tra un litigio e l’altro dei dignitari, in una proliferazione inesauribile e pignola di cause ed effetti, tutti rigorosamente incatenati le une agli altri e incasellati nelle ramificazioni inarrestabili di inventari infiniti: una specie di Titolario Astengo della Creazione, che regola il lavoro di incalcolabili strutture gerarchiche articolate in comitati, sotto-comitati e sotto-sotto-comitati deputati alla genesi amministrativa di ogni cosa, fatto o fenomeno, passato presente e futuro.

Un lavoro durissimo, non privo di implicazioni pratiche, anche. Come andare in Argentina “a costruire sincronicamente e diacronicamente l’Argentina, non senza prima aver generato terremoti, ere geologiche, tettonica delle placche, deriva dei continenti”. O sparpagliare in giro per il globo “due tracce qui e due tracce là” di una storia del sapere mai accaduta, “una biblioteca di Alessandria, qualche lacuna, qualche manoscritto perduto e in realtà mai scritto, qualche manoscritto trascritto centinaia di volte con finti errori, qualche finto incendio, e via al prossimo obiettivo”. Fino alla verifica minuziosa delle conseguenze delle decisioni del Congresso di Vienna sulla vita quotidiana dell’autrice stessa, in un capitolo finale autofinzionale bellissimo e un po’ malinconico che segue il concatenarsi di tanti piccoli o grandi accadimenti personali lungo la rotta che porterà la grande Storia a rimpicciolirsi e confinarsi nello spazio domestico del lockdown pandemico.

Operazione demiurgica surreale ma perfettamente plausibile, che (con l’esplicito avallo teorico di Aristotele, Calvino e Propp) di passo in passo tratteggia un’idea fondamentale: e cioè che l’origine di un mondo così multiforme come il nostro, percorso da eventi tutti indipendenti in sé ma pure inesorabilmente collegati e intrecciati gli uni agli altri nel complesso, possa solo essere intesa come un colossale atto di immaginazione e soggettività creatrice, nella completa illusorietà di concetti assoluti come “vero” e “falso”.

In questo senso il testo di Emmanuela Carbé imposta, tra l’altro, la linea tematica alla base pure del secondo movimento della Trilogia, Costruire il risveglio, firmato da Jacopo La Forgia: ed è interessante che due contributi così diversi per approccio e prospettiva, e nati in perfetta autonomia l’uno dall’altro, siano legati da un’affinità di fondo così stretta. Alla base di entrambi si possono riconoscere infatti le stesse idee motrici: la prima, che ogni realtà sia un’invenzione prodotta attraverso il racconto, in particolare degli stravolgimenti (o catastrofi, appunto) che danno origine a tutto; e la seconda, parallela, che la formazione di una memoria collettiva condivisa sia un corollario indispensabile di quell’invenzione.

Con però una sostanziale differenza di approccio: se Carbé fantastica sulla nascita immaginaria di un universo reale, La Forgia si mette sulle tracce dell’origine reale di un mondo immaginario. Una ricerca che lo porta fino in Indonesia, a indagare sulla “più spaventosa tragedia della storia di quel disordinato e selvaggio arcipelago, e anche una delle peggiori tragedie dell’umanità”: il genocidio che nel 1965 in pochi mesi portò al massacro di centinaia di migliaia di membri del PKI, il Partito Comunista Indonesiano, a opera di gruppi para-militari e forze politiche nazionaliste.

Seguendo la pista delle testimonianze, il reportage di La Forgia ci guida attraverso la scoperta di un trauma storico privo di storia, su cui le nuove forze di governo hanno esercitato fin da subito una colossale e capillare, quasi orwelliana, opera di rimozione controllata. Nessun memoriale a tramandarne il racconto, nessuna menzione nei testi scolastici, musei trasformati in esposizioni propagandistiche permanenti di un passato mai esistito, insegnanti che ripetono senza variazioni la versione ufficiale creata dal Nuovo Ordine (che dà tutta la colpa agli stessi comunisti) e soprattutto, ovunque e incessante, la repressione di ogni ricordo non conforme alla nuova verità. Ancora oggi l’Indonesia basa la propria identità nazionale su un racconto storico interamente falsificato, costruzione deliberata di un potere che l’ha sovrapposto a quello reale per giustificare la propria esistenza.

“Qui non se ne parla mai”, spiegano tutti. “I balinesi che hanno vissuto quel periodo preferiscono non ricordare”. Il punto è che proprio abdicare alla facoltà di richiamare in vita un mondo diverso ha permesso una delle più grandi manipolazioni mentali di massa del nostro tempo. Ed è proprio intorno a un conflitto perpetuo tra memoria e oblio che, nel racconto di La Forgia, si combatte la storia indonesiana: un conflitto in cui, nello spazio di mezzo tra il silenzio imposto dal potere e la cecità coatta o sincera del popolo, grazie al lavoro dei superstiti e dei parenti delle vittime si innesta finalmente, alla terza generazione, il seme di un’autentica Resistenza del ricordo. Ecco così che il racconto di una catastrofe, da strumento di offesa e oppressione, si fa arma di difesa e risveglio: tutto da costruire, però, e basato sugli sforzi quasi clandestini di resuscitare “una versione della storia alternativa a quella con cui ci raggiravano a scuola e che continuano a propinare agli studenti”.

Film, documentari, libri di storici stranieri o indonesiani espatriati, testimonianze orali raccolte da attivisti, associazioni per la riscoperta e la preservazione della memoria: ogni tassello è prezioso per rielaborare e dare nuova forma a un passato diverso, più vero, in cui i ricordi personali di ogni individuo hanno il dovere di entrare a far parte della storia collettiva, di dare vita a un nuovo tipo di identità nazionale. “Lavorare sulla memoria è fondamentale. Sia per mettere in discussione i falsi ricordi che sono stati prodotti dal governo, sia per diffondere ricordi nuovi su quanto è accaduto.”

La costruzione di una storia vera, insomma, come antidoto alla costruzione di una storia falsa, nell’ottica di quella stessa soggettività creatrice che nelle teorie bibliche sulla genesi apparteneva a Dio, nell’immaginazione di Emmanuela Carbé al Congresso di Vienna e nel testo di La Forgia solo ed esclusivamente all’uomo.

Così come esclusivamente all’uomo appartiene la discutibile capacità di distruggerla, quella realtà. Il che ci porta al terzo e conclusivo capitolo della Trilogia: Gestire la morte di Francesco D’Isa, in cui il termine “catastrofe” si ritrova infine a indossare in pieno la sua connotazione più comune di “evento luttuoso o disastroso”. Al centro del contributo di D’Isa, l’idea che l’accelerazione sempre più incontrollabile con cui la specie umana si sta affrettando verso la fine abbia le sue origini in una scarsa attitudine a fare i conti con la necessità di morire. In pratica è come se di fronte all’inevitabile le facoltà immaginative umane, le stesse che nei primi due testi rivelavano il nostro potere di creare mondi e storie, si annichilissero, al punto di bloccare la nostra stessa capacità di intervenire sul reale:

La maggior parte degli atti umani è in ultima analisi un tentativo di gestire la morte. Che si tratti di mangiare, riprodursi, ritrarre una mano dal fuoco, innamorarsi, scrivere un saggio, guidare un automobile o altro, alla radice si trova sempre il medesimo movente, evitare o posticipare la morte.

È da qui che nascono, risalendo all’indietro la catena di azioni e reazioni, gran parte delle assurdità che regolano il nostro modo di agire nel mondo: “la pulsione a evitare la morte ci ha portato a sviluppare effetti variegati e talvolta controproducenti” e questo perché, in presenza di eventi a cui non riusciamo ad attribuire significato o di cui ci riesce impossibile prevedere sul breve termine le conseguenze, il modo in cui siamo fatti porta l’umanità a “mantenere il più possibile stabile la propria visione del mondo ed evitare la sua messa in discussione”. Da grandi poteri derivano grandi responsabilità, lo sanno tutti, peccato che noi ora come ora non abbiamo ancora ben chiaro come maneggiarli: “il potere della nostra specie è sproporzionato rispetto alla sua capacità gestionale […] La formula della catastrofe antropica è molto semplice: una specie in sovrannumero, troppo potere e poca capacità di gestirlo”.

Per seguire questa tesi D’Isa dispiega un dettagliato e densissimo stato dell’arte su tutti i temi più caldi del dibattito globale contemporaneo, dai cambiamenti climatici e ambientali all’eccessivo consumo di carne, dal transumanesimo all’antinatalismo. Fin troppo denso, forse: la struttura del testo (un po’ saggio, un po’ ragionamento discorsivo alla Ted Talk con frequenti allocuzioni dirette al lettore) prende forma in una foresta fittissima di citazioni, riferimenti, aneddoti, sunti di teorie scientifiche, filosofiche, piscologiche o spirituali disseminate praticamente in ogni pagina. Un corredo espositivo così voluminoso che, se da un lato dimostra la solidità dell’impianto argomentativo alla base del saggio, dall’altro finisce per sommergere l’apporto personale dell’autore sotto il gravame di una volontà completista a cui avrebbe invece giovato lavorare un po’ di più di selezione e sottrazione.

Per conseguenza quest’ultimo testo risulta un po’ isolato dallo spirito dei primi due e la Trilogia della catastrofe si ritrova in un certo senso sbilanciata, più un dittico seguito da qualcosa di simile a un’appendice di approfondimento che un insieme di testi coeso e omogeneo fino alla fine.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
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