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«Prof ci spiega il Primo Maggio?»: raccontare la storia a scuola è indispensabile

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Questo intervento è apparso sul blog Scuola di vita di Corriere.it.

Giunti oramai quasi alla conclusione del programma scolastico annuale, si può dire che l’insegnamento in una scuola media di una materia quale Cittadinanza e Costituzione offre l’opportunità di numerosi e vari spunti di riflessione, in particolare durante giorni come questi in cui, tra festa di Liberazione e dei Lavoratori, i quesiti degli studenti su alcuni argomenti (e alcuni articoli della Carta Costituzionale) aumentano sempre più.

La prima domanda che di conseguenza ci si deve porre è come un insegnante debba affrontare questi temi nel modo migliore, in virtù del ruolo che ricopre e della fascia d’età degli alunni presenti in classe.

Questa volta il ghiaccio viene rotto da uno studente in fondo al banco, che di getto chiede: “Prof, oggi ci può parlare di questo benedetto 25 aprile? Anche perché non ho capito bene se c’entra pure la Costituzione, e chi sia questo Mussolini”.

Incoraggiata dall’intervento del suo compagno, un’altra ragazza interviene: “Sì, prof, ci parli del 25 aprile: io l’ho chiesto a mio padre, ma dice che è troppo difficile da spiegare…”.

Come tirarsi indietro in circostanze simili? E come impostare un discorso allo stesso tempo coinvolgente e storicamente corretto?

Prima di tutto credo sia importante riuscire a restituire un percorso cronologico chiaro ed essenziale, che nel nostro caso è partito dalla formazione del PNF (1919), la marcia su Roma (1922), l’omicidio Matteotti e la presa di posizione di Mussolini (giugno ’24-gennaio ’25), l’alleanza con i tedeschi e le leggi razziali (1933-1938), l’entrata in guerra (1940), il proclama di armistizio dell’8 settembre 1943 e il conseguente spaesamento di molti italiani, lo sbarco degli alleati e i drammatici 20 mesi di Resistenza (“Prof, ma è stata un guerra civile?”… Ottima domanda, gli storici ancora se lo chiedono) prima della Liberazione, mettendo un punto dopo la macabra esposizione a Piazzale Loreto del cadavere del Duce e dei suoi gerarchi.

Ora, tutto questo potrà sembrare complicato e “prematuro” da discutere in una classe di prima o seconda media, ma non è così. Non è stato così. Le reazioni si sono succedute, tutte volte a capire di più, a comprendere meglio, a ritrovare quanto accaduto tra gli articoli della Costituzione. Dopo pochi giorni, dopo averne sentito parlare molto anche in televisione, interviene quella stessa studentessa: “Prof, ieri sera ho detto a mio padre che in fondo parlare di queste cose non era così complicato…”. “Ma tuo padre non ha scelto di fare l’insegnante, e la specifica materia che trattiamo obbliga invece il professore di riferimento a rispondere a queste domande, oltre che ad offrire gli strumenti consoni per un eventuale approfondimento personale del periodo storico”.

“Allora prof, già che ci siamo, ci può parlare anche del Primo Maggio? Perché si chiama Festa dei Lavoratori?”.

Parleremo anche di questo, certamente. Ma ancora una volta ci vuole prima molta preparazione, molta attenzione nello scegliere i vocaboli e gli esempi adatti, cercando di restituire la cronaca, la nuda cronaca dei fatti così come sono andati, senza accenti personali o personalistici. E forse proprio questo è il compito più duro e difficile, e non è detto neanche ci si riesca: d’altra parte anche un docente ha la proprie idee, ed è normale discuterne con i propri studenti, magari mettendo al corrente durante il colloquio i rispettivi genitori.

Torna così quanto già affermato altre volte su questo blog: ci sono circostanze in cui il docente non può tirarsi indietro. Chiamati in causa su questioni specifiche e delicate, difficili per vari motivi da affrontare in famiglia, il ruolo di un docente, comprendente la sua veste di educatore, richiede anche (se non soprattutto) questo. E se si commettono degli errori, come può capitare (un nome, una data, un commento parziale o troppo forzato), bisogna avere il coraggio di riconoscerli, tornando sui propri passi, sempre pronti al confronto. La scuola vive di questo.

Un ultimo pensiero. Chi è convinto che gli studenti, le nuove generazioni, i nativi digitali, non siano più interessati a taluni argomenti, provi a sollecitarli concretamente sul campo: potrebbe trovarsi di fronte delle piacevoli sorprese.

Emiliano Sbaraglia (Frascati, 1971) è responsabile delle trasmissioni culturali di RadioArticolo1 e di UndeRadio, l’emittente-web di Save the Children Italia dedicata al mondo della scuola. Tra i suoi scritti Cento domande a Piero Gobetti (2003), Incontrando Berlinguer (2004), I sogni e gli spari. Il ’77 di chi non c’era(2007), La scuola siamo noi (2009), Il bambino della spiaggia (2010). Collabora con l’Unità e Italiani quotidiano. Partecipa al progetto e associazione “Piccoli maestri”.
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