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A raccontare il piano padano

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Mentre attraverso la pianura padana su un treno regionale veloce che affetta piuttosto lentamente i campi di grano e le secche dei torrenti tra Milano e Reggio Emilia, ripenso a tutte le volte in cui, su questa stessa tratta, ho fatto partire i CCCP nei miei auricolari. Nel tempo, un numero non conteggiato di viaggi in questo lembo di terra che è casa e che scotta e non lascia respiro a fine luglio mentre piange di brina nei mesi invernali, mi ha costretta intimamente a farmi accompagnare da quella che per me è l’unica colonna sonora possibile passando per queste vie: di volta in volta su una cassettina con scritto “Affinità / Divergenze”, poi su un cd, infine in un’ampia manciata di mp3.

Questa volta non clicco play, guardo fuori dal finestrino e penso a come sarà conoscere e dividere un po’ di tempo con Massimo Zamboni, il chitarrista e l’autore, con Giovanni Lindo Ferretti, di quelle canzoni ascoltate nei miei viaggi, l’artefice di quell’infinito numero di versi essenziali che hanno contribuito alla formazione emotiva, intellettuale e politica di tanti tra noi nati negli anni Ottanta, nostro malgrado giovani figli del riflusso, del pop che s’impone, della televisione, così, quando una volta arrivata aspetto Massimo nell’unico luogo fresco della rovente piazza della stazione di Reggio Emilia, un Mc Donald’s, ho immediatamente la sensazione di avere attivato, con la tristezza dimessa di chi appartiene con coscienza viva alla prima generazione del vuoto, una specie di corto circuito politico.

Oggi è il 25 luglio e Massimo mi porta a Casa Cervi, nelle campagne di Campegine tra Reggio e Parma, lì nell’aia della proprietà di Alcide Cervi, il 25 luglio del ’43 Aldo, uno dei suoi sette figli, per festeggiare l’arresto di Mussolini e l’entusiasmo per la fine, supposta, del regime fascista, propose di offrire una pastasciutta a tutto il paese. Per due giorni i Cervi impastarono e prepararono quintali di pasta che una volta cotta all’interno di bidoni del latte e poi condita con burro e parmigiano, avrebbe sfamato le bocche di un popolo pronto a rialzarsi.

A 72 anni di distanza, in questa giornata, a Casa Cervi che ora è anche un ricco museo – manuale tridimensionale di avanguardia dell’agricoltura –, si può avere ancora un piatto di pasta gratis. Tutto il popolo reggiano e potenzialmente l’intero popolo italiano possono sdraiarsi nei campi della famiglia Cervi sotto il caldo sole sulla terra piana e poi godersi il piatto di pasta della celebrazione, del ricordo, un piatto utile a riattivare la memoria nel caso questa avesse iniziato a lasciar andare i nodi essenziali della storia, un piatto di pasta – al ragù, perché la guerra ormai è lontana – per un giorno più incisivo del paragrafo di un libro scolastico.

L’eco di uno sparo. Cantico delle creature emiliane è il libro che Massimo ha da poco pubblicato per Einaudi, ed è di questo che iniziamo a parlare seduti sulle panche di legno ancora vuote e pronte per la cena. Mentre parliamo siamo sovrastati da una grande torre dal gusto sovietico su cui sta una gigantesca antenna parabolica in perpetuo movimento circolare. La torre è decorata da adesivi che riproducono i volti dei Fratelli Cervi o forse di Mao, di Martin Luther King, del Che, la miopia non mi permette di decifrare in modo definitivo e mi sembra dunque di intravedere di continuo nuove apparizioni rivoluzionarie quando alzo la testa verso il cielo.

L’eco di uno sparo è la ricostruzione che Massimo fa da adulto, della vita e dell’iter politico di suo nonno materno, Ulisse. La vita di Ulisse, fascista attivo e zelante, membro di un direttorio del fascio, dunque con ruoli di rilevo nella provincia di Reggio Emilia, viene ricostruita lentamente, a piccoli pezzi, attraverso articoli rinvenuti nelle biblioteche e tutto ciò che si conviene al riaffiorare di un passato accuratamente nascosto – oppure omesso – da sempre. L’eco di uno sparo è la storia di come ogni azione omicida sia stretta compagna di altre morti che l’hanno preceduta e che, specularmente, la seguiranno. Storia di fascismo, di partigiani, dei sette fratelli Cervi e di altri sette fratelli assai più vicini all’autore, di provincia emiliana ma pure, più ampiamente, di provincia italiana e famiglia italiana com’era allora e come la si osserva e conosce oggi.

“Ho cominciato a lavorare a questo libro 9 anni fa, ho ricostruito tutto perché mi era stato nascosto. Non colpevolizzo l’omissione, diciamo che per parlare bisogna riconoscere e riconoscere è un’azione che, a partire dalla ricostruzione di ciò che davvero accadde, in molti casi spetta a noi nipoti. Penso anche a Lorenzo Pavolinie alla sua vicenda, una storia diversa ma per molti versi assimilabile alla mia”.

Ciò che Zamboni fa in questo libro è partire da una questione privata per allargare la lente alla collettività, il suo modo di raccontare passa, mi dice, necessariamente sempre da questa prospettiva. E subito si pensa al testo di Linea Gotica.

“Tutto passa dalle questioni private, come ci ha raccontato Fenoglio, da lì si aprono le prospettive e i discorsi collettivi. In questi 9 anni di lavoro sono stato molto attento a non far passare neppure una minima idea di assoluzione di quanto ha compiuto mio nonno ma chi può dirmi cosa sarei stato io se mi fossi trovato lì? Io non so se sarei stato un coraggioso partigiano, non posso permettermi di dirmi eroe oggi, perché io lì non c’ero.

Tutto quello che ho fatto nella vita è nato da una questione privata, a partire da quando ero ragazzo e ho lasciato la mia famiglia e la facoltà di medicina perché dovevo affrancarmi necessariamente da certe idee per seguire le mie, formarmi una prospettiva, diventare un uomo.

Per questa stessa cosa che ti sto dicendo non ho mai amato i cantautori, non riescono ad avvincermi perché non fanno che raccontare storie lontanementre a me interessa un ‘noi’ diverso. Penso che siamo tantissimi su questa terra e in pochi possiamo conoscerci, quindi io desidero anzitutto incontrare te, che sei qua. In questo senso allora preferisco il pop, anche gli ABBA mi piacciono molto, per dire, mi sembra che il pop non abbia questa pretesa di esaurire il racconto collettivo partendo da lontano. Il mio libro ha come sottotitolo ‘Cantico delle creature emiliane’, al momento è questo quello che mi interessa di più, la storia di queste persone, anche queste che stanno sedendosi qua, nelle panche intorno a noi. In questi campi c’è una storia millenaria.”

Gli domando di “Breviario partigiano” che è il suo ultimo progetto con i Post – CSI: un live, un disco, un film, un libro. Il tutto è solo parzialmente legato alla storia del nonno Ulisse e di L’eco di uno sparo e si costituisce in toto come il sommario multiforme di una liturgia partigiana.

“Breviario partigiano mi è apparso in sogno e quando mi sono svegliato ho iniziato a lavorarci. Come dico anche nel testo della canzone “Le grandi canzoni sono scritte già, e andranno ricordate, ricantate, ricantate”, non ho scritto delle nuove canzoni partigiane ma credo nel grande valore di quelle già scritte, anche la retorica insita in quei pezzi è la storia di quello che accadde e non consumala forza di quei brani. Diverso è invece il discorso per le canzoni di protesta degli anni 60 e 70 che ho tanto cantato e mi sono tanto servite allora ma adesso mi suonano obsolete. Penso a Contessa e mi domando chi siano questi ‘compagni dai campi e dalle officine’ oggi, mi sembra che ancora una volta si tratti di qualcosa che è altro da noi. Trovo grandiosa Giovanna Marini”.

Ci confidiamo la comune assoluta attrazione per questa torre gigante che nel frattempo abbiamo scoperto essere un rilevatore meteo e che ora sembra riflettere la luce del tramonto in una specie di incantesimo al volgersi del giorno. Intanto la pastasciutta sta per raggiungere i grandi tavoli di legno, benedetta dalle chiacchiere senza fine e dalla magia umana di Adelmo Cervi, nipote di Alcide che non si ferma mai e parla con tutti raccontando delle pastasciutte che va a preparare in tutte le città d’Italia, in memoria di un 25 luglio che sia senza fine.

Commenti
Un commento a “A raccontare il piano padano”
  1. Massimo Zanaria scrive:

    Per il racconto del piano padano contemporaneo non si può fare a meno di ascoltare l’ultimo lavoro di Giorgio Canali, Undici canzoni di merda con la pioggia dentro.

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