racconto inedito di francesco gallo

Io, Me Stesso e i Dieci Regni


racconto inedito di francesco gallo

Un racconto inedito di Francesco Gallo: buona lettura.

Per venire subito al peggio, quello che sto per presentarvi non è un racconto vero e proprio, ma solo una specie di pellicola familiare, e tutti quelli che hanno visto il materiale da montare mi hanno sconsigliato caldamente di pensare a far progetti di distribuzione.

Zooey, J.D. Salinger

Dove va a finire un’emozione potente quando è sostituita da un’altra altrettanto potente?

Nichiren Daishonin

1.

Torino. Novembre 2016. Le dieci e trenta circa d’un sabato mattina. Sono calmo. Rilassato. In realtà sono abbastanza calmo, abbastanza rilassato. Ho appena finito di farmi la doccia. Indosso un enorme accappatoio di spugna bianco che mi fa assomigliare a un mansueto orso polare. Ma tengo i capelli ancora bagnati. Al solito: ho iniziato una cosa e non l’ho ancora finita. Ma sto per finirla. Giuro. A voler essere più precisi, comunque, tengo il tallone appoggiato al bordo della sedia; tutto concentrato nell’atto di tagliarmi le unghie dei piedi. Nove le ho già sistemate. All’appello, adesso, mi manca soltanto l’alluce destro. La lama arcuata del taglierino è a un paio di millimetri dall’ultima, irregolare, eccessiva estremità semitrasparente. Ce l’ho quasi fatta. Quindi: sto per finire. Poi però, improvvisamente, mia moglie — che si trova dall’altro lato della stanza; concentrata, pure lei, a controllare sul computer il contenuto di certe slide per un corso che deve tenere a Milano questo fine settimana — mi chiede se domenica pomeriggio, domani cioè, ho voglia di andare a visitare un [qui: suono incomprensibile].

«Hai detto, scusa?» domando, e sollevo la testa.
«Domenica pomeriggio.»
«No, sì. Quello ok. È prima che non ho capito.»
«Ti ho chiesto se ti va di andare a visitare un tempio.»
«Che tempio?»
«A Milano.»
«Tu vuoi andare fino a Milano a visitare un tempio?»
«No io: i Palladini.»
«…»
«Ma solo se con noi vieni anche tu. Bisogna allungare un po’ la strada. Che ne pensi?»
Già. Che ne penso? Penso che serva fare un passo indietro.

Presentarmi, magari.

Mi chiamo Michele Della Ragione. Sono nato a Napoli nel 1981, e di quello che è successo nella mia vita, da quando di anni ne avevo ventiquattro, a quando, improvvisamente, di anni ne ho avuti trenta, non ricordo praticamente nulla. Diciamo che mi sono ammalato di depressione. Ecco, sì: diciamo così. Adesso come adesso, non mi pare importante spiegare perché di questi sei anni io non mi ricordi praticamente nulla. So solo che avevo una famiglia. E questa famiglia, per fortuna, c’è ancora. So che avevo una passione. Per la scrittura. E questa passione — per fortuna o per sfortuna, di fatto: non sta più a me dirlo — c’è ancora. So che avevo una relazione. E questa relazione, oramai, non c’è più. Ricordo che da Napoli — dopo essere andato a lavorare per un odontotecnico del Vomero che a un certo punto decise di candidarsi come consigliere comunale nelle liste di Forza Italia — ho fatto di tutto per andarmene. E infatti me ne sono andato. Destinazione: Torino.

E adesso? Adesso sono un libero professionista. Tra varie altre cose, ho pubblicato un po’ di racconti. Qualche articolo. E lavoro, da tempo immemorabile ormai, al mio primo romanzo. Se tutto questo non dovesse bastare, a farvi un quadro completo della situazione, aggiungo anche che mi sono sposato. E se — ripeto: se — questo dettaglio lo inserisco solamente adesso, alla fine, non è perché lo consideri meno importante di altri; al contrario lo inserisco qui, dopo tutti gli altri, perché lo considero la prova provata della mia guarigione; al quale magari, un giorno o l’altro, dedicherò un intero racconto, o forse una novella; anche se non sarà affatto facile, mi sa. La felicità, come sappiamo, non fa letteratura.

Ma se sta andando tutto così bene — perché sta andando davvero tutto così bene, corna facendo —, perché allora la domanda di mia moglie invece di cristallizzarsi per quello che è (ovvero una semplice domanda, alla quale basterebbe rispondere sì o no) non smette di risuonarmi dentro la testa, tanto che ancora non l’ho degnata di una risposta? Forse perché le sue parole hanno prodotto delle strane vibrazioni— quasi come un sonar biologico; tipo quello di Bailey, il beluga sfiduciato e un po’ depresso che compare in Alla ricerca di Dory. Siamo entrambi grandi appassionati dei film Pixar. E invece di rimbalzare in maniera innocua contro le circonvoluzioni del mio condotto uditivo, queste vibrazioni hanno proseguito la loro corsa, imperterrite, fino a raggiungere una regione del mio cervello — un anfratto sperduto, oscuro e dimenticato — dove evidentemente hanno finito per risvegliare una qualche sorta di entità; la quale, in tutti questi anni, avevo creduto scomparsa mentre era, invece, solamente intorpidita. Di che si tratta? Della paura di non riuscire più a portare a termine le cose.

Perché era così che andava, quando ero depresso. Per cui o non le cominciavo affatto, le cose, o ne cominciavo tantissime, tutte quante assieme, quasi stessi sempre scappando via fortissimo da qualche altra parte; oppure, ancora, mi caricavo di un’ansia insopprimibile, tanto che dovevo trascurare ogni altra cosa e concentrarmi su quella cosa e quella cosa soltanto per portarla a termine, finché diventavo vittima di un terribile senso di colpa per aver trascurato tutte le altre cose. Oggi, invece, le cose vanno diversamente. Le cose, adesso, le finisco.

Ma ne sono davvero sicuro? Davvero davvero? Certo, se mi metto a osservare i libri che non ho portato a termine, e che stanno impilati sul mio comodino, arrivo fino a quindici e poi, sconfortato, smetto di contare. Ci sarebbe da chiedermi che fine ha fatto la capacità di concentrazione che, all’inizio di questo 2016, mi ha permesso di tuffarmi e di riemergere vittorioso dalla maggior parte dei libri che l’editoria italiana ha (come sempre: fiduciosamente) distribuito sugli scaffali delle librerie. Non esageriamo, però. Ché se la paura di ricadere in depressione riguardasse solamente l’incapacità di portate a termine un libro — in fondo: niente di troppo grave; mica muore qualcuno se una storia, a un certo punto, viene interrotta, no? — fareste bene a rimproverarmi. A prendervi gioco di me. A dirmi, in parole povere, di smetterla di lamentarmi. Ci sono faccende più importanti nella vita di una persona, in fondo.

Tipo? Tipo i soldi. Ecco, sì, prendiamo i soldi. I soldi, di solito, sono un problema. Specialmente per una coppia. Ma io e mia moglie teniamo le fila di tutti quanti i nostri pagamenti. Paghiamo l’affitto. Paghiamo le bollette. Paghiamo le tasse. Paghiamo un sacco di cose, insomma. (Questo mese, tra l’altro, c’è stata la revisione dell’auto, la sostituzione degli pneumatici, e il rinnovo del permesso di circolazione per la ZTL.) Tutto bene, quindi. Invece. Invece di tirare il fiato, e di starmene un po’ rilassato, soddisfatto, e anche, perché no, fiero per come stanno andando le cose, per come riesco a portarle finalmente a termine, una sottile agitazione, di tanto in tanto, si mette a soffiare sotto lo strato più superficiale dell’epidermide, e ravviva un’ansia che agisce, a mo’ di grimaldello, scardinando porte che mi auguravo di non vedere mai più; figuriamoci aprirle per controllare se le entità cacciate al loro interno ci stanno ancora. (È stato per scongiurare la liberazione di tali entità se, per esempio, l’acconto dell’IVA per il 2017 io e mia moglie l’abbiamo pagato senza ricorrere ad alcuna rateizzazione, contrariamente agli anni precedenti.)

È una sgradevole zavorra di pensieri, questa che mi àncora al silenzio. Che mi impedisce di rispondere. E di completare l’operazione che sto compiendo. Il mio sguardo, appesantito, scivola lungo la curva semitrasparente dell’unghia del mio alluce — ancora irregolare, ancora eccessiva —, ma poi di colpo viene distratto, alleggerito; di più: sollevato per aria dalla fantasmatica consistenza di un’immagine che affiora, simile a un volto attraverso una cortina di nebbia, dagli strati della mia memoria. Per poi fermarsi davanti ai miei occhi. Ecco. Mi appare: la sagoma di un personaggio che ho incontrato tante volte, in passato, quando non me la passavo granché bene, diciamo, e che ho amato moltissimo per il modo in cui mi ci sono più volte immedesimato. Un personaggio che adesso mi aiuta a capire che cosa è più opportuno, per me, rispondere. E la risposta che do alla domanda di mia moglie è: «Sì».
2.

Da un punto di visto squisitamente letterario, la prima volta che incontro Frances Glass è il 1955. E — per quanto incredibile possa sembrare — anche qui, anche adesso, in questo 1955 alternativo, è un sabato mattina. Di novembre. C’è il sole, ma fa freddo. È di nuovo tempo di cappotto. Stiamo sul marciapiede di una stazione. (Non importa sapere di quale stazione si tratta.) Frances sta per arrivare con il treno delle «dieci-e-cinquantadue». Ad attenderla c’è un ragazzo. Lane Coutell, si chiama. Lane è uno studente di Harvard — momentaneamente è alle prese con la quarta elegia duinese di Rilke per il Corso di letteratura europea moderna n. 251. Che cosa pensa di Frances, Lane? Pensa che: «non solo sia straordinariamente carina ma, per fortuna, non è il solito tipo [di ragazza] pullover di cashmere e gonna di flanella». Mentre la aspetta, Lane stringe tra le mani una lettera. È stata scritta a macchina su una carta sottile di colore azzurro pallido. È un po’ sgualcita perché Lane, da quando gli è stata recapitata, l’ha letta innumerevoli volte.

La lettera dice: “[…] Mi vuoi bene? Non me l’hai detto neppure una volta nella tua orribile lettera. Ti odio quando vuoi fare il supermaschio impassibile e retiscente (scritto giusto?). […] Ti amo, ti amo, ti amo. Lo sai che ho ballato con te appena due volte in undici mesi? Senza contare quella volta al Vanguard quando eri sbronzo. Può darsi che io sia incurabilmente inibita. Se mi mandi soltanto una riga di risposta, succede che t’ammazzo. A sabato, cuoricino mio! […] PPS. Mi sento così sciocca e ignorante quando ti scrivo. Perché? Ti autorizzo ad analizzare il fenomeno. Però, domenica prossima cerchiamo semplicemente di divertirci. Cioè, per una volta sola, se possibile, vediamo di non analizzare tutto fino alla pazzia, nemmeno me. Ti voglio bene.” La lettera è firmata con il vero nome della ragazza (assieme alla sigla) e con il diminutivo: Franny. Quando la ragazza arriva, i due si salutano, escono dalla stazione, e, a bordo di un taxi, raggiungono l’ingresso di Sickler. Sickler è un ristorante molto elegante, frequentato dagli intellettuali di Harvard. Quando il cameriere si palesa e chiede cosa desiderano, Lane ordina un piatto di lumache, delle cosce di rana e un’insalata, mentre Franny, all’inizio un po’ incerta, si accontenta di un sandwich al pollo — che però lascia intatto — e un bicchiere di latte. Lane, ostentando sicurezza, monopolizza la conversazione. Racconta a Franny di questa esercitazione su Flaubert che un professore, Brughman, ha trovato così ben fatta tanto da volerla pubblicare su qualche rivista. C’è solo un problema. Lane crede che: «[…] i saggi critici su Flaubert e compagni è roba da quattro soldi la dozzina.»

A questo punto, Franny dice a Lane che quando parla così si esprime proprio come “un supplente”. La possibilità che il loro incontro si concluda nel migliore dei modi è ora irrimediabilmente compromessa. Per Franny i supplenti sono quelli che «vanno in giro a demolire tutto quanto, e sono tutti così brillanti che non riescono quasi ad aprir bocca, scusami la contraddizione.» Al che Lane ribatte: «Ma sei proprio nera quest’oggi, accidenti. Sì può sapere cosa diavolo hai?» Esatto. Che cos’ha, oggi, Franny Glass? Pare proprio che niente, ma davvero niente, le stia bene. Non le stanno bene Esposito e Manlius, due suoi professori, perché tutti li credono dei poeti, ma poeti, in realtà, non sono. Franny: «Sono soltanto gente che scrive poesie che vengono pubblicate e che vengono messe in tutte le antologie, ma non sono poeti.» Anche gli amici di Lane non le stanno bene. «So già prima quando stanno per fare i seducenti, quando stanno per spettegolare su una tua compagna di dormitorio, e quando vogliono chiedermi che cosa ho fatto questa estate. Anche quando stanno per puntarsi sulle gambe della sedia e dondolarsi all’indietro e contar frottole a destra e a sinistra, con quella voce molto, molto tranquilla, o lasciar cadere un nome così, con la voce terribilmente tranquilla, come se niente fosse.» Ma pare non esserci modo per essere un po’ diversi. «Si tratta di tutti quanti. Tutto quello che la gente fa è così… non so: non sbagliato, no. Neppure stupido, e nemmeno meschino. Solo così insignificante, così minuscolo, così… deprimente. E il peggio è che se ti metti a fare il bohémien o qualche altra stranezza del genere, sei conformista lo stesso, come tutti gli altri, solo in modo diverso.» Franny, tra le altre cose, ha anche abbandonato il teatro. «Insomma, tutto quell’ego! Quando la recita era finita e dovevo ritornare tra le quinte mi detestavo. […] Sono stufa di tutti questi ego, ego, ego. Del mio e di quello di tutti gli altri. Sono stufa delle gente che vuole arrivare da qualche parte, fare qualcosa di notevole eccetera, essere un tipo interessante. È disgustoso, disgustoso e basta. […] Non ho timore della competizione. È proprio il contrario, non lo capisci? Ho paura di volerla la competizione, è questo che mi terrorizza. Per questo ho piantato il corso di teatro, perché sono terribilmente disposta ad accettare le valutazioni degli altri. E proprio perché mi piace sentirmi applaudire e acclamare, vuol dire che c’è qualcosa che non va. Me ne vergogno. Ne sono stufa. Sono stufa di non avere il coraggio di essere nessuno e basta. Sono stufa di me e di tutti quelli che vogliono fare colpo, in un modo o nell’altro.»

Poi salta fuori la faccenda del libro. Nella sua borsetta, assieme a uno specchietto, a un portacipria, al portafoglio, al conto della lavanderia, allo spazzolino per i denti, a un tubetto d’aspirina e a un portarossetto placcato in oro, Franny tiene un libro; piccolo, rilegato con una tela di colore verde pisello. È la seconda volta che Lane le chiede di che roba si tratta, tanto che ha iniziato a pensare che si tratti di “un segreto o roba del genere”. Franny glielo spiega: «È una cosa intitolata Viaggio di un pellegrino. […] L’ho preso in biblioteca. Ne ha parlato quello che insegna questa Storia delle Religioni, che sto frequentando adesso. […] Ce l’ho da quattro settimane e mi scordo sempre di restituirlo. […] Fino alla fine della storia non sai mai come si chiama, lui [il protagonista di Viaggio di un pellegrino]. Ti dice soltanto che è un contadino, che ha trentatré anni e che ha un braccio anchilosato. E che sua moglie è morta. Si svolge nell’Ottocento. […] Cioè, è soprattutto un libro religioso. In un certo senso si potrebbe dire che è terribilmente fanatico, ma in un certo senso non lo è. Cioè, comincia con questo contadino, il pellegrino, che vuol scoprire cosa intende la Bibbia quando dice che bisogna pregare ininterrottamente. Sai, senza fermarsi. […] Così lui si mette a girare tutta la Russia a piedi, in cerca di qualcuno che gli sappia dire come si fa a pregare ininterrottamente, e che cosa si deve dire pregando. […] Si porta dietro solo una bisaccia con dentro pane e sale. Poi, un giorno, incontra questo staretz (una specie di studioso molto approfondito), e lo staretz gli parla di un libro chiamato la Philokalia. Un libro, pare, scritto da un gruppo di monaci molto approfonditi che, insomma, dicevano che bisogna pregare con questo metodo formidabile. […] Così il pellegrino impara a pregare secondo le regole di queste persone tanto mistiche. Cioè, insiste finché non è arrivato alla perfezione e tutto quanto. Poi continua a girare per la Russia e incontra un mucchio di persone straordinarie e gli insegna a pregare con questo metodo incredibile. Insomma, questo è il succo del libro.» Lane è preso dalle cosce di rana, mentre Franny parla, anche se a un certo punto le chiede: «Ma tu ci credi sul serio a tutte queste storie?» Franny, allora, gli spiega qual è questo metodo speciale per pregare: «Be’, prima di tutto lo staretz gli dice della preghiera a Gesù, “Gesù Cristo, mio signore, abbi pietà di me”. Cioè questa è la preghiera. […] Ad ogni modo, […] lo staretz dice al pellegrino che se si continua a ripetere la preghiera senza interruzione (in principio basta solo che tu lo faccia con le labbra), poi succede che la preghiera diventa autoattiva.

Accade qualcosa, dopo un po’ di tempo. Non so cosa, ma qualcosa succede, e le parole si sincronizzano coi battiti del cuore, e allora preghi davvero senza fermarti mai. E questo ha un formidabile effetto mistico su tutto il tuo modo di pensare. Voglio dire, questo è più o meno il succo di tutto quanto. Cioè, tu preghi per purificarti completamente e avere una visione tutta nuova del significato delle cose. […] Ma la cosa più straordinaria è che quando comincia a pregare non hai nemmeno bisogno di avere fede in quello che stai facendo. Cioè, anche se sei confuso e imbarazzato, non importa. Voglio dire, non insulti niente e nessuno. Nessuno ti chiede di credere a qualche cosa, quando cominci. Non sei nemmeno obbligato a pensare a quello che stai dicendo, diceva lo staretz. All’inizio conta solo la quantità. Poi, più avanti, questa diventa automaticamente qualità. Per virtù propria o pressappoco. Dice che qualsiasi nome di Dio, o meglio, un nome qualunque, ha questo particolare potere autoattivo, che comincia a funzionare subito dopo che tu lo hai, come dire, messo in moto. […] Se ci pensi bene, è tutto molto logico. […] Persino in India. In India ti dicono di meditare sull’“Om”, che significa la stessa cosa, e il risultato è identico. Il risultato è che riesci a vedere Dio. […] E non chiedermi chi o che cosa sia Dio. Voglio dire, non so nemmeno se esista.» A questo punto, Lane ordina un caffè e dà un’occhiata all’orologio. «Dio mio, come s’è fatto tardi. Se arriviamo in tempo alla partita siamo già fortunati.» La partita è il derby tra Harvard e Yale.

Poi Lane aggiunge: «Be’, comunque è interessante. Tutta quella faccenda… Mi sembra che tu non lasci alcun margine alla psicologia più elementare. Voglio dire, mi sembra che tutte queste esperienze religiose abbiano un evidentissimo sostrato psicologico, capisci… Però è interessante. Eh sì, è innegabile. […] Tra parentesi, caso mai mi sia dimenticato di dirtelo, ti amo. Te l’avevo già detto?» Ma a questo punto Franny avverte un leggero giramento di testa. Si alza, attraversa la sala da pranzo, raggiunge il bancone del bar e sviene.

Frances — ovvero: Franny — è il membro più giovane dei Glass; una delle famiglie più inconsuete, disperate, atipiche, sfortunate e straordinarie che la tradizione letteraria statunitense abbia mai conosciuto. Les, il patriarca, da giovane ha fatto l’attore. Poi, nei primi anni Venti del Novecento, al termine di un tour in giro per l’Australia, si è trasferito in America, a Manhattan, in un bell’appartamento dell’East Seventies. Bessie, sua moglie, nata Gallagher, è irlandese; cresciuta in una famiglia cattolica, da giovane è stata una soubrette e una ballerina assai apprezzata. Less e Bessie hanno avuto sette figli. Tutti, da piccoli, hanno partecipato a un famosissimo quiz radiofonico nazionale, «Ecco un bambino eccezionale». Le performance dei piccoli Glass, che avevano dell’incredibile per la quantità e la varietà delle nozioni conosciute dai bambini, li hanno trasformati in piccole celebrità. Il più grande di loro si chiama Seymour. Seymour, molto semplicemente, è un genio. Nato nel febbraio del 1917, a quindici anni già frequenta l’università. A diciotto si laurea. Parla sia il francese che il tedesco e legge sia il cinese che il giapponese. Nel 1941, in seguito all’attacco di Pearl Harbour, decide di arruolarsi. Viene spedito in Europa. Al termine del conflitto viene ricoverato per tre settimane in diversi ospedali militari psichiatrici a causa di un brutto esaurimento nervoso. Quando fa ritorno negli USA, durante la luna di miele con sua moglie, si toglie la vita sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Gran brutta storia.

Nel 1919 nasce il secondogenito dei Glass, Webb, conosciuto da tutti come Buddy. Buddy è uno scrittore. Anzi è lo scrittore. Di famiglia e della famiglia. Suoi, infatti, sono i racconti «Alzate l’architrave, carpentieri», «Zooey» e «Seymour. Introduzione», ma è probabile che abbia scritto anche «Un giorno ideale per i pesci banana», «Teddy» e il romanzo «Il giovane Holden». Nonostante Buddy somigli moltissimo al fratello maggiore — Seymour era alto un metro e settantanove, aveva le orecchie a sventola, i denti macchiati di nicotina e il mento sfuggente — la cosa non gli dà alcun fastidio. Anzi. Perché Buddy adora Seymour. In quanto scrittore, crede sia suo dover raccontare la maggior parte delle cose capitate in vita al fratello. (Per dirne una: è stato Buddy a ricopiare la lunga lettera che Seymour scrisse a soli sette anni mentre si trovava al campeggio estivo; lettera diventata, poi, il racconto «Hapworth 16, 1924».) Ma andiamo avanti.

La terzogenita dei Glass è Beatrice, soprannominata Boo Boo; nata nel 1920, è sposata, ha tre figli, e vive a Tuckahoe, nella contea di Westchester (una delle più ricche d’America), dove lavora come segretaria per un ammiraglio degli Stati Uniti. Poi ci stanno i gemelli: Walter e Waker; nati nel 1921 (l’anno dopo Boo Boo), a sette minuti di distanza l’uno dall’altro. Walter — uno che Eloise Wengler, la sua fidanzata ai tempi del college, ha definito «una delle persone più dolci e divertenti che abbia mai conosciuto» — muore nel 1945, a soli ventidue anni, durante l’occupazione del Giappone a causa dell’esplosione accidentale di una stufa: un’altra brutta storia; Waker, invece, nonostante l’istruzione religiosa impartita dai genitori, resta affascinato dal cattolicesimo al punto da entrare a far parte dell’Ordine certosino, uno dei più rigorosi organi monastici della Chiesa cattolica. Nel 1930 nasce Zachary, ovvero Zooey; Zooey ha un fisico snello, asciutto, e un orecchio leggermente più sporgente dell’altro. Come suo padre da giovane, fa l’attore. Come Buddy, è ossessionato dal ricordo di Seymour. E nel 1935 — finalmente — nasce Frances, ovvero Franny. Nonostante la separino diciotto anni dalla nascita di Seymour, lei è sicura di ricordare le notte in cui, a dieci mesi d’età, stravolta da una crisi di pianto, il fratello maggiore è riuscita a calmarla leggendole un racconto della tradizione taoista.

4.

Domanda: che c’entravo io con Franny Glass? Che cosa poteva mai avere in comune il sottoscritto con una ragazza di vent’anni benestante, capricciosa, cresciuta a New York, corteggiata da vanitosi studenti di Harvard nonché vittima di una tremenda crisi d’identità? Me lo sono chiesto tante volte. Sicuramente non la famiglia numerosa: sono figlio unico. Né la notorietà mediatica: da piccolo non ero dotato di alcun particolare talento — nemmeno i miei temi d’italiano erano un granché, per dire. Non il benessere economico: i miei regali di compleanno erano quasi sempre dolci (ottimi, comunque; preparati da mia madre) e albi a fumetti (acquistati da mio padre). Nemmeno la fortuna di abitare in una grande città: ho detto di essere nato a Napoli, sì, ma in realtà ho sempre abitato in provincia. Non l’eco di un lutto famigliare così orribile come la morte di ben due fratelli maggiori; l’assenza più grave con la quale ho dovuto fare i conti è stata la scomparsa di mio nonno, morto a ottantasei anni a causa di un tumore all’intestino.

Durante la mia fase depressiva ho iniziato a leggere e a rileggere la storia di Franny Glass fino al punto da considerare la sua perdita dei sensi — quel vero e proprio black out dell’“io” — il punto di contatto più profondo e autentico che avessi mai avuto con un personaggio dell’immaginazione. Per quale motivo mi sentivo così legato a lei?

Risposta: a causa dell’ossessione per un libro. Per Franny si tratta del Viaggio di un pellegrino (l’edizione italiana più recente è quella pubblicata da Bompiani, intitolata Racconti di un pellegrino russo; anche se Adelphi, nel 1972, ne pubblicò un’altra, con un titolo più aderente a quello originario: La via di un pellegrino. Racconti sinceri di un pellegrino al suo padre spirituale). Per me, invece, si è trattato de I dieci regni dell’esistenza. Sul serio. Mentre ero ammalato — in quel lungo periodo in cui l’enorme impianto d’illuminazione che fino ad allora aveva tenuto lontano le ombre della mia esistenza aveva smesso di funzionare, perché sabotato da qualcuno oppure per un sovraccarico d’energia; è una cosa sulla quale sto ancora ragionando — non c’è stato un testo che io abbia letto, sottolineato, interrogato, ricopiato, citato a memoria con altrettanta attenzione de I dieci regni dell’esistenza. L’avevo scoperto leggendo i libri della Beat Generation. Tra i romanzi di Jack Kerouac, le lettere di Neal Cassady e le poesie di Allen Ginsberg, mi ero appassionato alle religioni orientali; a una nuova area del sapere che avrei potuto attraversare in lungo e in largo, pensavo, senza correre pericoli inutili. (Spoiler: sbagliavo.)

Siccome molti di quei personaggi sembravano infiammarsi, esplodere e spegnersi come giganteschi fuochi artificiali in un immenso cielo notturno, alimentati da un furore esistenziale che sembra radicarsi soltanto in certe verità del Buddhismo, mi sono detto: perché non provare? Non correte troppo con la fantasia, però. Non ho iniziato ad andarmene in giro con i piedi scalzi e i fianchi fasciati da una lunga tunica di colore arancione. Ho continuato a indossare pantaloni di velluto nero e camicie a righe a maniche lunghe, per quanto mi riguarda. Anche la mia capigliatura è rimasta identica; non è certo piovuta sul tappetino del bagno in una serie di ciocche rossicce. Grazie alla lettura de I dieci regni dell’esistenza ho soltanto provato a capire che cosa diavolo mi stesse succedendo — tutto qui — e a mettere un po’ d’ordine nei pensieri che si andavano affastellando dentro la testa.

5.

I dieci regni dell’esistenza è un insieme d’insegnamenti del buddhismo cinese che si è formato nel corso dei secoli dall’unione di due scuole di pensiero differenti; quella Nikāya, nata poco dopo la morte del Buddha Śākyamuni (dopo il 486 a.C., quindi) e quella Mahāyāna, nata dopo le prime stesure del Sutra del Loto (tra il 100 e il 200 a.C.). Il Sutra del Loto (“sutra” è un termine sanscrito che significa “filo”) è — semplificando — una raccolta di storie. Storie che l’esperto di religioni Gene Reeves, nel saggio Il Sutra del Loto come radicale affermazione del mondo, spiega in questo modo: «L’intera ambientazione del Sutra del Loto è sovrannaturale; in esso, dal primo capitolo all’ultimo, non c’è nulla che pretenda di essere storico. Ma, mentre in altri contesti le storie miracolose possono essere state usate per affermare in questo mondo qualche potere extramondano, la loro funzione nel Sutra del Loto è piuttosto diversa. Ciò è in parte dovuto, io ritengo, al fatto che l’intera ambientazione del Sutra è sovrannaturale. Nella Bibbia, per esempio, i miracoli hanno luogo nella Storia, essi compaiono all’interno di un resoconto storico. Ma nel Sutra del Loto, sebbene ci siano brevi riferimenti agli eventi storici, il lettore comprende fin dall’inizio che i miracoli hanno luogo all’interno di un racconto. E tali racconti sono degli espedienti, degli abili mezzi, per impartire insegnamenti. Non hanno la pretesa di essere dei resoconti storici.»

Il Sutra del Loto è formato da una trentina di capitoli (ventisette, nella versione sanscrita e tibetana; ventotto, nella versione cinese), ma quelli veramente importanti sono due: il II, intitolato Upāyakauśalya (I mezzi alibi, il dharma profondo e il buddhaekayāna) e il XVI, intitolato Tathāgatasupramana (La rivelazione del Buddha eterno e la parabola dei figli avvelenati e della medicina che li salva). Il Capitolo XVI racconta in che modo il Buddha Śākyamuni, in qualità di Tathāgata, cioè di “colui che viene e va allo stesso modo (di tutti i Buddha)”, è sempre esistito e sempre esisterà, perché la natura di Buddha è presente in tutti gli esseri viventi. Il Capitolo II, invece, attraverso un dialogo con il discepolo Śāriputra, spiega che i profondi insegnamenti del Buddha possono essere compresi soltanto dai Buddha. Da tutti coloro i quali, cioè, riescono a mettere assieme la propria esistenza con il Dharma, ovvero con la realtà così com’è. Ma come è possibile fare tutto questo? Grazie a una serie di pratiche meditative. Una delle quali sposta il nostro racconto cronologicamente in avanti (rispetto alla pubblicazione del Sutra del Loto), diciamo: verso il XIII secolo d.C., e geograficamente più a destra (per noi occidentali), dalle parti del Giappone. Nella provincia di Awa. Lungo le coste di un piccolo villaggio di pescatori. A Kowinato, per la precisione.

È il 1922. È qui che nasce, infatti, il piccolo Zennichimaro. Piccolo, sì, ma assai determinato, visto che diviene monaco a soli undici anni. Già che c’è, decide anche di cambiarsi il nome. Diventa Zeshō-bō Renchō. E, sempre più convinto dell’importanza del Sutra del Loto, il 28 aprile del 1253 (un altro sabato — non scherzo: ho controllato), durante un sermone pubblico, afferma che soltanto gli insegnamenti contenuti nel Sutra del Loto fanno parte dell’autentico buddhismo. Non contento, cambia nome un’altra volta. Sceglie i caratteri kanji di nichi (日), che significa “sole”, e di ren (蓮), che significa “loto”, per affermare che lui, non più: Zennichimaro, non più: Zeshō-bō Renchō, bensì: Nichiren, adesso e per sempre, s’è illuminato da solo. Davanti a una folla che si è radunata per ascoltarlo, Nichiren pronuncia anche, per la prima volta, l’invocazione del Sutra del Loto: Nam(u) myōhō renge kyō («Io esprimo la mia devozione alla Legge mistica perfettamente dotata del Sutra del Loto»), che, di fatto, dà il via al suo Buddhismo. Cosa ancora più importante, questa frase, ripetuta quotidianamente, costituisce una parte essenziale della pratica meditativa necessaria al raggiungimento della Buddhità.

6.

Ma le ragioni di questo mio spero-non-così-confuso resoconto ancora non sono state esposte. Non tutte, almeno. Per riuscirci, infatti, bisogna tracciare un’altra rotta — che io vi invito a immaginare lineare e costante come quella disegnata dagli aeroplanini nei film di Indiana Jones — che parta dal Giappone, sorvoli l’Asia, l’Europa, e atterri in Italia. A Milano. Perché a Milano? Perché è a Milano che questo resoconto si compie. E l’unico modo per coprire questa distanza è conoscere uno dei più importanti e influenti studiosi del Buddhismo di Nichiren: Tsunesaburo Makiguchi.

Siamo un bel po’ più avanti nel tempo, adesso. Makiguchi, infatti, nasce verso la fine dell’Ottocento e cresce senza padre. Un giorno sua madre, per disperazione, decide di gettarsi in mare stringendo tra le braccia il figlio piccolo. Per fortuna il tentativo di suicidio non va come programmato: Makiguchi si salva e viene affidato a un’altra famiglia. Va a scuola. Si mantiene lavorando come fattorino per un commissariato di polizia. Diventa insegnante. Si sposa. Ha otto figli (ben cinque non gli sopravvivranno). A cinquantasette anni si converte al Buddhismo di Nichiren. Nel 1930 fonda una propria società educativa: la Soka Gakkai (ovvero: «società per la creazione di valore»). Contemporaneamente, inizia a dar fastidio al governo. In quegli anni, infatti, sul trono del Giappone siede Hirohito, l’ultimo imperatore considerato ufficialmente di origine divina. Makiguchi si rifiuta di appoggiare il suo nazionalismo totalitario — che, tra le altre cose, ordina di esporre dei talismani shintoisti accanto agli oggetti del proprio culto — e per questo viene arrestato. Muore nel 1944, dopo un anno e mezzo di carcere. I suoi insegnamenti vengono diffusi da Jōsei Toda, suo grandissimo amico, educatore e attivista, arrestato anche lui assieme a Makiguchi, ma liberato nel luglio del 1945.

Oggi la Soka Gakkai è presente nel mondo in circa duecento paesi. In Giappone conta dieci milioni di fedeli. In Italia settantamila; circa la metà dei buddhisti. L’attuale leader, succeduto nel 1960 a Jōsei Toda, è Daisahu Ikeda. E proprio a lui è dedicato il Centro Culturale per la Pace che si trova a Milano (non proprio a Milano, comunque: a Corsico). Attualmente è il più grande centro buddhista europeo. Proprio quello che sabato mattina mia moglie mi chiede se ho voglia di andare a visitare. E io le rispondo, dopo lunga esitazione: «Sì».

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7.

Domenica pomeriggio raggiungo finalmente il Centro Culturale per la Pace. Quando lo vedo, tuttavia, la prima reazione che sperimento e che mi sforzo di controllare non è di stupore né di scoperta, bensì di incredula delusione. Non è una bella impressione, insomma. Perché di fronte al Centro Ikeda — e devo sbattere le palpebre diverse volte per assicurarmi che non si tratti di un’allucinazione — ci sta un Centro Ikea. Un Centro Ikea gigantesco. In linea d’aria le due strutture disteranno cinquecento metri. Forse meno. Avevo immaginato il tempio collocato all’interno di uno sterminato prato, dietro un’imponente statua di Buddha, sotto un vasto cielo verdearancio punteggiato da una delicata pioggia di fiori di pesco. Invece è schiacciato da un cielo grigio, temporalesco, e appiccicato come una figurina su un paesaggio pieno di tralicci elettrici, ripetitori per cellulari e capannoni dismessi.

Da un lato ci sta una struttura bassa e larga, di colore blu e giallo, che sempre mi ricorda un ipertrofico mattoncino Lego; dall’altro una struttura di dimensioni assai più piccole (più delicate, mi viene da dire), quantomeno a questa mia prima occhiata. Ed è il Centro Ikeda. Se ho cercato di trattenere e di controllare la mia prima, spontanea reazione (abortendo come uno starnuto un poco educato «Eccheccazzo. Ma come è possibile? Ma non si sono resi conto di quello che stavano facendo? Non si riesce in questo Paese a fare qualcosa che sia davvero credibile?»), è stato perché in auto, assieme a me e a mia moglie, ci stanno i Palladini. E mi sa che è giunto il momento di presentarli.

I Palladini sono Laura e Giulio. Se teniamo per buono il ritratto di me e mia moglie che si ricava dalla lettura del primo paragrafo di questo mio resoconto, possiamo considerare Laura e Giulio la nostra naturale, nonché augurabile, evoluzione e maturazione. Nel senso: hanno circa dieci anni più di noi. Le loro posizioni lavorative sono assai più consolidate delle nostre. La loro abitazione è un’abitazione. Vera e propria, intendo. Una casa. Non una mansarda con uno spazio calpestabile sempre più esiguo man mano che passa il tempo. Il loro desiderio di formare una famiglia — e di assicurarsi geneticamente un lasciapassare verso l’eternità — è rappresentato dal figlio Pietro, di otto anni, che al momento è in auto assieme a noi. Io e mia moglie, invece, vorremmo poter fare una prova. Prima. Magari un giorno o l’altro ci prendiamo un cane. (Non che sia la stessa cosa. Ovviamente. È che da un po’ di tempo a questa parte siamo piuttosto sospettosi nei confronti di tutto quello che si può avere senza prima però inserirlo in una lista dei desideri di Amazon.)

Ad ogni modo, sia Giulio che Laura insegnano. Laura ha scritto un romanzo e ha diretto un paio di documentari. Giulio ha girato un film e sta lavorando anche lui a un romanzo. Il sentimento di amicizia che proviamo verso di loro si sostiene sulla base di interessi comuni (facile immaginarlo, questo; non c’è amicizia, per me, senza stima intellettuale) e grazie a una gradevole sensazione di equilibrio, armonia e serenità che riescono a trasmettere quando stiamo assieme. Sensazione di cui io e mia moglie cerchiamo di godere il più possibile. L’idea di venire a Corsico, per visitare il Centro Ikeda, l’hanno avuta loro. Perché — molto semplicemente — Laura e Giulio praticano il Buddhismo di Nichiren. Ma — e questo sia detto a loro merito — in quattro anni che li conosco e frequento non hanno mai provato a indottrinarci. Né me, né mia moglie. O a trasformarci. O a farci cambiare religione. Anche perché io e mia moglie una religione vera e propria non ce l’abbiamo. Il nostro rapporto con il cattolicesimo — per dire — è andato attenuandosi fino a svanire completamente via via che andava aumentando la nostra capacità di emanciparci dalle rispettive famiglie.

All’interno della vita di Laura e Giulio, invece, il Buddhismo, e la sua pratica quotidiana, li abbiamo sempre percepiti come dei bisogni autentici, ma, soprattutto, autonomi e personali; come l’allenamento per uno sportivo; oppure la seduta con lo psicoterapeuta per un paziente — e in questo caso parlo a titolo personale. Per tutte queste ragioni, insomma, sapevo che l’idea di visitare il Centro Ikeda assieme a loro non avrebbe avuto alcuna intenzione proselitrice: soltanto quella di approfittare di una fortuita coincidenza — ovvero: il corso che mia moglie, con Laura, doveva tenere in quelle date e in quella zona.
Ci siamo, quindi. Attraversiamo la via dell’indirizzo e sfiliamo davanti a un ampio cancello. Da un gabbiotto sulla destra vedo spuntare un tizio. Si avvicina alla macchina. Indossa dei pantaloni neri, una camicia bianca e una cravatta rossa. Saluta. Con un tono di voce cordiale domanda da dove veniamo. Giulio risponde: «Da Torino.» L’uomo ci chiede di mostrare un tesserino della Soka Gakkai. Almeno uno, aggiunge, visto che siamo così tanti. Laura, dal sedile di dietro, allunga il proprio. L’uomo lo prende, lo osserva.

Poi, restituendoglielo, riesce a fare piazza pulita di un po’ del mio cinismo quando dice: «Oggi è il vostro giorno fortunato: è rimasto un ultimo posto.» Entriamo nel parcheggio. In effetti è proprio così. Nella griglia delle strisce — talmente nette che sembra che qualcuno le abbia tracciate attorno alle auto — ci sta un vuoto che sembra attendere proprio noi. Posteggiamo. Scendiamo dall’auto. Io guardo subito a destra, dove c’è il tempio. Mia moglie mi raggiunge. Mi scocca un bacio, lievissimo, sulla guancia. Poi, dietro di me, sento Laura. Si rivolge all’intera compagnia domandando: «La vedete la carpa? La vedete anche voi la carpa?» Per quanto mi riguarda, non vedo nessuna carpa. Ma non fa niente.

La struttura del centro Ikeda è preceduta da un atrio al coperto e da alcune vetrate. Quando mi affaccio nell’ingresso, mi ritrovo in un ambiente che ricorda una sala d’attesa: ci stanno scrivanie di legno opaco, poltroncine di pelle chiara, quadri di paesaggi (mi aspettavo di ritrovare almeno una riproduzione de La grande onda di Kanagawa di Okusai, invece niente), e, sono il primo a trovarlo sorprendente, una gradevole e per niente indiscreta luce artificiale che si posa ovunque. Ci stanno anche delle altre persone. Saranno una ventina. Soltanto, non capisco se si tratta di altri visitatori come noi, oppure di lavoratori o impiegati. Di certo non sono monaci. Non mi osservano in modo strano, come chiedendosi che cosa ci fa da queste parti un tipo come me. Inoltre il loro tono di voce, quando mi ci sono ritrovato in mezzo, non è mutato, abbassandosi oppure divenendo più cauto. La cosa mi ha fatto sentire insolitamente a mio agio. Vorrei restare qui più a lungo ma seguo mia moglie che a sua volta segue Giulio, Pietro e Laura, che sembrano sapere perfettamente dove dirigersi. Raggiungono e si fermano davanti a una grande porta nera. Poi entrano. Ed entro anch’io. Mi ritrovo in una sala enorme, piena di persone. Ci saranno mille posti a sedere. Le pareti sono rivestite da lamelle di legno chiaro. La luce emerge da una serie di traforature verticali.

Ci sta un altare (purtroppo non conosco termini neutri per descrivere quello che vedono i miei occhi) e, sul lato opposto, una vetrata trasparente che affaccia — pure in questo caso mi tocca sbattere le palpebre per scongiurare un’allucinazione — su uno specchio d’acqua. Pare di ritrovarsi all’interno di uno scrigno dorato. In ogni caso: c’è una cerimonia in corso. Qualcuno con un forte accento straniero sta parlando in un microfono. Ci mettiamo alla ricerca di cinque posti liberi. Li troviamo. Giulio, Pietro e Laura stanno seduti avanti, io e mio moglie subito dietro di loro. Mi pare giusto così. Più che una messa mi pare di ritrovarmi nel bel mezzo di un convegno o di una conferenza. Mi guardo attorno con maggiore attenzione. (Per modo di dire; poche cose mi dànno più imbarazzo che scrutare in mezzo a una folla.) Provo a calcolare l’età media dei presenti. Decido: quaranta/cinquant’anni. Noto anche che, per essere un convegno o una conferenza, le persone sono vestite in modo piuttosto informale; non trovo alcun abito particolarmente elegante. Anzi, c’è qualcuno vestito in maniera decisamente trascurata. E quando mi capita di incrociare lo sguardo di una persona, invece di ricevere in cambio una reazione seccata, o infastidita, scopro, al contrario, un’espressione seria, concentrata e, soprattutto, consapevole.

Dovrei sentirmi a mio agio, e invece la cosa mi mette a disagio. Cerco e stringo la mano di mia moglie. Vorrei sussurrarle qualcosa dentro l’orecchio. Tre brevi rintocchi di campana annullano questo proposito. Il brusio emesso dalle persone si affievolisce: viene sospinto all’indietro dalle vibrazioni sonore e sostituito da una voce, una sola, all’inizio, che fa da guida a tutte le altre, che subito fanno da coro, che recitano: Nam(u) myōhō renge kyō. Sempre più velocemente. Fino a diventare un incomprensibile, complicatissimo scioglilingua. Immagino che anche Laura e Giulio, a questo punto, vogliano pregare. Con mia sorpresa, invece, lasciano la sala. Io e mia moglie li seguiamo. Ripassiamo sotto l’atrio coperto. Mi dico: Tutto qui? La visita al tempio è già finita?

Invece di fare ritorno verso il parcheggio, Giulio e Laura, che tiene Pietro per mano, girano a destra. Attraversano un vialetto di cemento che taglia un ampio prato scuro. Il sole è tramontato, oramai. È il crepuscolo. Uno spesso strato di buio riveste il cerchio dell’orizzonte. Dal cielo cade una pioggerella insistente e fredda. Dovremmo metterci in cerca di un rifugio. Lo facciamo senza fermarci; Laura recupera un berretto di lana dalla borsa e lo calca per bene sulla testa di Pietro. Giulio, invece, ha una giacca a vento con il cappuccio incorporato. E io? Mia moglie mi fa notare che pure nel colletto della mia giacca ci sta un cappuccio. Basta estrarlo. (Sciocco io a non averlo neppure cercato). Poi, dallo zainetto che tiene sulle spalle, tira fuori un ombrello. Lo apre. Va a mettersi sotto al braccio di Laura, l’unica tra di noi a essere rimasta priva di copertura. I bordi del vialetto, adesso, e questa sì che è un’illusione, puntano verso un complesso di edifici che ha tutta l’aria di essere una cascina. Riconosco la pianta tipica: la corte, la stalla, le tettoie. Dove dovrebbe esserci l’osteria c’è un negozio. La scritta sulla porta a vetri dell’ingresso dice: BOOKSHOP. Il vialetto a questo punto si spezza; si moltiplica, quasi.

Senza accorgermene, prendo una direzione diversa rispetto agli altri. Giro attorno a una curiosa postazione realizzata grazie alla giustapposizione sul terreno di rocce piatte e larghe. Un attimo fa ero seduto in un tempio buddhista, realizzato all’interno di un piccolo edificio essenziale e moderno. Adesso, invece, sto passeggiando tra le facciate di una struttura che è tipica della pianura padana. Ammetto di essere un po’ confuso. Vedo mia moglie, Laura e Pietro entrare nel BOOKSHOP. Vado verso di loro ma non entro. C’è una panchina di fianco all’entrata. Senza preoccuparmi di controllare se e quanto sia bagnata (stranamente: quasi per nulla) mi siedo. La pioggia sembra essersi interrotta. Tiro giù il cappuccio. Accanto a me si siede Giulio.

Ora. La stima che provo nei confronti di Giulio fa sì che io, in sua presenza, non mi senta obbligato in alcun modo a dover parlare; a dover dare fiato alla prima cosa che mi passa per la testa pena un silenzio che mi farebbe, o ci farebbe, stare a disagio. Ciò nonostante, avverto il bisogno di dirgli qualcosa. Potrei ringraziarlo per essere voluto venire qui al Centro Ikeda assieme a me e a mia moglie. Temo, solamente, che un ringraziamento del genere possa suonare, soprattutto alle mie orecchie, fasullo. Non è stata questa gran cosa, questo viaggio. E non so proprio come dirlo. È che io davvero non vedevo l’ora di arrivare in questo posto. Avevo aspettative altissime, con tutta la storia di Franny Glass. E I dieci regni dell’esistenza. Insomma: speravo di raggiungere, anch’io, una nuova consapevolezza. E pazienza se a Giulio, oppure a mia moglie, a un certo punto fosse toccato in sorte di ritrovarmi riverso a terra, privo di sensi, e di dovermi tirare su di peso, e mettermi disteso da qualche parte a schiarire le idee. «Allora?» dice Giulio. «Che te ne pare?»

«Bello» rispondo. E immediatamente mi sento in colpa per aver detto una bugia. «Hanno fatto un attimo lavoro.» Hanno proprio fatto un ottimo lavoro, penso. Non con me, comunque. «Quello che c’è a Torino in confronto è bruttissimo» dice Giulio. «Il tempio, dici?» «Uh-uh. È un ufficio. Sta dentro a una palazzina. Prendi l’ascensore. Sali al piano. E non è un tempio, comunque, qui.» «No?» «La Soka Gakkai è una scuola laica.» Questo non lo sapevo, penso. E: «Non lo sapevo» dico. «Uh-uh» dice Giulio. «Ma la storia della carpa?» domando. Continuo: «Laura, quando siamo arrivati…» «Così» dice Giulio. «Un gioco. Questo Centro Ikeda» prosegue «è in due parti. Quella che abbiamo visto per prima, che si chiama butsuma, ed l’edificio principale di culto, se vista dall’alto ha la forma di una carpa. Un rombo un po’ allungato. Aspetta. Qui lo puoi vedere bene.» Giulio prende il cellulare. Mi mostra la foto. Ha ragione. Be’, quasi. «E poi ci sono i colori. L’oro alle pareti, per esempio, dovrebbe far pensare ai riflessi del sole sulle scaglie.» «Capito.» «È anche un simbolo importante. La carpa è un pesce determinato. Secondo la tradizione giapponese è in grado di risalire la corrente di un fiume e di trasformarsi in un drago.» «Però.»

«Da quest’altro lato, invece, ci stanno due butsuma più piccoli. Spazi vari: uffici, segreterie. Tutto ricavato da questa vecchia cascina. Un rudere, fino a non molto tempo fa. E poi c’è questo naviglio artificiale. L’ha progettato Leonardo.» Incrocio le braccia davanti al petto. «Ti prego, Giulio: dimmi che queste cose le hai lette su Wikipedia.»

Giulio ride. «In parte le sapevo. Con Laura abbiamo letto molto di questo Centro. Il resto, lo ammetto, l’ho letto su internet.» «È bello, sì. Ok. Ma: non so. Non sta un po’ troppo fuori mano? Voglio dire: Corsico quanti abitanti fa? A Milano altri centri non ce ne stanno? Poi non so. Forse sbaglio. Anzi: sicuramente. È che mi immagino le persone. Vengono qui. Pregano. Tutte le domeniche. Penso alla messa cattolica.» «Non hai tutti i torti. È un po’ fuori mano, in effetti. Anche se la messa e la domenica non c’entrano niente. Qui, semmai, ci vengono le persone perché le cerimonie di consegna del Go-honzon sono più belle.» «Cioè?» «L’oggetto di culto. Il Go-honzon è una pergamena. Con sopra un mandala scritto in cinese. E in sanscrito, pure. Venne inciso dopo la morte di Nichiren. La Soka Gakkai ne usa uno un po’ diverso, però, da qualche anno. Quando si prega, quando si recita il Nam(u) myōhō renge kyō, lo si fa guardando il Go-honzon. Di solito lo si conserva in un armadietto, un butsudan di legno. Laura lo tiene nello studio, tu non l’hai visto?» Faccio di no con la testa. «Recitando il daimoku, cioè il Nam(u) myōhō renge kyō tutti i giorni, e il gongyō, che sono altri due capitoli del Sutra del Loto, si perviene alla decima e ultima delle condizioni vitali possibili, cioè quelle contemplate ne I dieci regni dell’esistenza.» Voglio dire a Giulio che le conosco bene. Che conosco quasi a memoria I dieci regni dell’esistenza. Però non voglio interromperlo. La pioggia ha quasi smesso. Intorno c’è uno strano silenzio.

Giulio continua: «Il primo regno è quello dell’inferno: Jigoku. Il mondo pieno di rabbia e di disperazione. È il luogo dove siamo e ci sentiamo più soli. Il secondo è quello dell’avidità: Gaki. Il terzo, Chikusho, è il regno dell’Animalità e della Stupidità. È quello degli istinti primordiali. Shura, il quarto regno, è quello della collera, dell’arroganza e dell’egocentrismo. Dopo Shura c’è il regno degli esseri umani: Nin, ovvero il regno della calma e della pace. È il regno intermedio, quello che separa i regni inferiori da quelli superiori. Tra i regni superiori ci sono: Ten: il regno degli esseri celesti, che sperimentiamo quando proviamo una sensazione di estasi oppure di gioia. Bellissime sensazioni, per carità. Ma temporanee. Poi c’è Shomon, il regno degli ascoltatori di voce. È il regno dello studio. Engaku è il regno dei risvegliati. Oppure, detto meglio: il regno dei risvegliati all’origine dipendente. Si tratta del regno delle intuizioni e delle comprensioni spontanee. Il primo passo verso l’illuminazione. Hai presente Archimede? “Eureka! Eureka!”. Lui. C’è il nono regno, quello del Bodhisattva, Bosatsu, che è il regno dell’altruismo. E poi c’è l’ultimo, il decimo regno: Butsu. Il Buddha. Ma come si spiega il Buddha? Immaginando un forte sentimento di unità e di condivisione con tutti i fenomeni dell’universo. Esseri viventi compresi, ovviamente. Perché che “tu” sia “tu” e che “io” sia “io”, che “gli altri” siano “gli altri”, mentre il “mondo” è, semplicemente, il “mondo”, che ci sia qualcosa che separa tutto questo, insomma, è soltanto un’illusione. Una grandissima illusione. Una brutta oscurità. Siamo una rete viva e vibrante, invece. In cui ogni essere vivente si riflette ed è riflesso in ogni altro.»

A questo punto dovrei starmene zitto. Almeno un attimo. E riflettere su quello che ho ascoltato. Invece dico: «Non mi hai convinto lo stesso.» «A fare cosa?» «A convertirmi alla Soka Gakkai.» «Qui nessuno vuole convertire nessuno.» «Lo so, lo so. Scherzavo.» Che ci posso fare? A volte mi comporto in maniera davvero stupida. «Guarda che queste cose le ripeto anche per me. Per ricordarmi che non esistono soltanto il bene e il male. E a chi ti dice che la SGI è una setta, che ti chiede soldi, che con il Buddhismo non c’entra niente…» «Aspetta, aspetta. Ok. Scusa. Non volevo. È solo che anch’io conosco I dieci regni dell’esistenza. Anni fa… davvero: anni fa, li leggevo e rileggevo per capire cosa c’era in me che non andava. In quale regno andavo sprofondando. E in quale avrei fatto meglio a vivere. Per guarire. Sono stato poco bene. Diciamo.» «Oh.» «Eh.» «Non lo sapevo. Mi dispiace. Ma ci sei riuscito, poi? A guarire?» «Non proprio. Cioè: adesso sì. Mi sento guarito. Più o meno. C’è voluto del tempo, comunque. Tanto tempo.» «In parte dev’essere stato utile. E poi… Ehi. Io non lo so che cosa t’è successo. Ok? Questa cosa me la stai dicendo tu adesso. Però secondo me hai commesso un errore se ti sei messo alla ricerca di un solo regno.» «Che vuoi dire?» «Voglio dire che I dieci regni dell’esistenza non sono… Non te li devi immaginare come un percorso obbligato. Anche il Buddhismo all’inizio lo credeva. Nichiren, però, è stato il primo a considerarli degli stati vitali dinamici. Ha capito che hanno un senso solamente in base ai loro rapporti. Di base sono delle illusioni. Delle illusioni e basta. Vuote. Che risiedono in uno stato di latenza che noi chiamiamo Ku. Questo da un lato è brutto. Sapere che ogni cosa è un’illusione, be’, è brutto. Vuol dire anche, però, che nessuno di noi è veramente condannato a vivere in un mondo personale fatto di rabbia, di avidità, di sfruttamento. Però bisogna fare qualcosa. Questo sì. Ripartire da noi stessi. Recitare il daimoku. Che vuol dire: “Io sono il Buddha, tutto è Buddha intorno a me, e io partecipo di questa fantastica verità che è la vita, la mia vita, e la vita di tutti e di tutto”.» «Caspita.» «Senza dimenticare che ognuno de I dieci regni dell’esistenza ha un lato positivo e un lato negativo.» Libero le braccia che tenevo agganciate sul petto. «Cioè?» «Prendi il peggiore di tutti i regni: l’inferno. Anche lui ha un aspetto positivo. Se nessuno fosse mai stato all’inferno, infatti, come potrebbe mai capire la sofferenza altrui? Il regno dell’avidità (il secondo regno) ha di positivo la fame e il desiderio che ci proteggono dall’inedia. L’istinto (il terzo regno) ci avverte dei pericoli che stiamo per correre. L’arroganza (il quarto regno) ci spinge a dimostrarci migliori degli altri. La calma (il quinto regno) ci porta ad accettare lo status quo. La gioia e l’estasi (il sesto regno) possono renderci schiavi del loro raggiungimento. L’apprendimento (il settimo regno) può renderci sprezzanti nei confronti di chi sa meno di noi. L’illuminazione (l’ottavo regno) ha di negativo l’egoismo. E il Bodhisattva (il nono regno) rischia di farci rispondere solamente alle esigenze degli altri e farci negare il nostro stato latente di Buddhità. Ognuno di questi regni contiene tutti gli altri. Sono cento, quindi. Non dieci. E ogni regno possiamo viverlo in una maniera differente. Quella giusta, si spera. Che è quella del Buddha. Tu, cercando un solo regno giusto, e un solo regno sbagliato, hai rinunciato a essere te stesso. Ti sei preoccupato di apparire in un modo e un modo soltanto. Hai rinnegato la Buddhità. Invece noi dobbiamo accogliere dentro di noi tutto questo. Dobbiamo arrabbiarci quando c’è da provare rabbia. Soffrire quando c’è da soffrire. Gioire quando c’è da gioire. Essere presenti a noi stessi è l’unica cosa davvero importante.»

Quando Giulio smette di parlare, non c’è un capannello di persone attorno a noi. Non ci stanno neanche mia moglie, Laura e Pietro, rimaste a guardarci in silenzio, magari, e ad ascoltarci. Stanno ancora dentro al negozio. Attraverso i vetri mi rendo conto che la fila per pagare è ancora lunga. La pioggia sembrava avesse smesso. Al contrario, adesso pare riprendere con maggiore insistenza. Mi tiro nuovamente il cappuccio sopra la testa. Ficco le mani dentro le tasche e distendo le gambe. Non sento alcun bisogno di parlare, adesso. Rifletto su quello che ho appena ascoltato. E sembra bastare. Almeno per una volta. Questa.

 

Francesco Gallo è nato a Napoli nel 1981.
Ha scritto racconti per LINUS e Nuovi Argomenti e articoli per Rivista Studio.
Tiene un blog, corsi di narrazione, e, assieme alla moglie Domitilla Pirro, cura il progetto delle Merende Selvagge.
Commenti
3 Commenti a “Io, Me Stesso e i Dieci Regni”
  1. Alex scrive:

    Bellísima la prima parte, non riuscivo a fermarmi nella lettura ( con prima parte intendo fino al capitolo 6 compreso). Complimenti, un bel racconto.

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