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I Radiohead e il crepuscolo del rock

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di Simone Bachechi

14 giugno 2017, Firenze, Visarno Arena, un ex ippodromo. Dopo otto ore sotto il sole cocente ho ritenuto di essermi meritato la quarta fila davanti al palco-astronave del A Moon shaped pool tour, per l’inizio del concerto del gruppo musicale che ho visto in quella serata per la seconda volta, ventitré anni di distanza dall’ultima, quando era il 1994 e si esibirono da semisconosciuta band “indie” all’Auditorium Flog davanti a duecento persone. Adesso invece saranno state almeno cinquantamila.

Quando si sono spente le luci, tutto è stato dimenticato. Il caldo, mitigato dall’acqua fatta cadere sul pubblico da provvidenziali idranti dal misericordioso service del promoter, capace di far gridare agli impolverati e accaldati fan “…come on rain down…from a great height…”, come nella parentesi della sezione da ballata epica e lamentosa di quella cantica aliena che è Paranoid android, sia quei ventitré anni sui quali è calato il buio, benché i Radiohead mi abbiano accompagnato durante tutto quel tragitto, perché questo fa la musica che si ama, a volte ci segue, a volte ci guida, anni durante i quali ovviamente mi sono accadute molte cose, alcune belle, altre meno, come a tutti del resto, come del resto è cambiato il mondo che ci circonda. È sicuramente una faccenda di spiriti affini, o solo il fatto di riconoscere in quelle cinque figure sul palco persone che con la loro musica e i testi delle loro canzoni riescono a smuovere certe corde che riverberano dentro cupe malinconie o improvvisi e rabbiosi deliri e assalti  – come agli scratch di chitarra di Creep o My iron lung.

Questo breve pistolotto solo per introdurre un libro uscito da poco, dal titolo già intrigante e ricco di implicazioni, scritto da Stefano Solventi, uno scrittore che scrive da anni di musica e che per il suo ultimo libro (The Gloaming, i Radiohead e il crepuscolo del rock, uscito per Odoya) è partito proprio dalla band di Oxford.  

A dispetto del titolo, riferito al brano-manifesto di Hail to the Thief, il loro album più politico A.D. 2003, del sottotitolo e della foto in copertina con l’immagine del folletto di Oxford alle nacchere, questo libro non parla solo dei Radiohead e del suo guru  Thom Yorke, ma indaga l’evoluzione di quel genere di musica, genericamente indicato come “rock”, del quale l’autore analizza dettagliatamente le connotazioni, scarti in avanti, il dissolversi, o meglio nascondersi, i suoi significanti, significati e ricadute. Non ultimo, il dato “industriale” della questione: la ricezione, la distribuzione, la fruizione, del famigerato “rock”, accompagnamento della vita dei cosiddetti “giovani” (e non solo) di ogni epoca, dalla sua pur recente nascita. Tutto questo con uno sguardo non solo musicale sugli ultimi trent’anni coperti dai Radiohead con la loro storia, ma con un punto di vista, concedetemi il termine spengleriano, con quell’aria crepuscolare che si è impadronita delle nostre occidentali latitudini, in questo caso riferita al tramonto di quello che genericamente e per comodità chiamiamo rock.

Tutto questo, Solventi lo fa con una scrittura altamente evocativa che riesce a rendere i colori dalle inesauribili sfumature e forme, a tratti visionarie, della musica di cui sta parlando, guidandoci nel suo percorso di lettura della parabola radioheadiana e non solo; parabola sicuramente condizionata dai propri gusti e idiosincrasie, ma in un modo sognante e fascinoso che ci rende facile seguirne il percorso. Dall’alto della consistente conoscenza musicale dell’autore, il volume diventa un vero ipertesto che guida il lettore alla scoperta degli autori e della musica cosiddetta “indie” o “alternativa”, tutta quella roba carbonara e di nicchia del periodo a cavallo fra i due millenni e fino ai giorni nostri, insomma quella più lontana dal “mainstream”, per quanto possano significare queste strane etichette. 

Dicevamo dell’evoluzione, e se c’è una cosa certa è questa: se i Radiohead sono arrivati ai giorni nostri attraversando una parabola nata negli anni Ottanta è perché hanno saputo sempre rinnovarsi. Non banalmente, ma nella sostanza; a ogni album uno scarto, una nuova cifra stilistica (il testo di Solventi ne dà conto), riuscendo a interpretare meglio di tutti  la frattura cruciale avvenuta, non solo musicalmente, nella società intorno alla metà dei ’90, quella sorta di ansia millenarista impadronitasi di tutti in ogni ambito, la sensazione di un qualcosa di grande che stesse per accadere; lo sconvolgimento portato dalla digitalizzazione, l’avvento sempre più radicale di internet, la virtualizzazione degli stessi rapporti sociali.

I Radiohead hanno detto che se il rock doveva ancora esistere avrebbe potuto farlo solo in modalità crepuscolare, apocalittica e distopica, insomma con la loro musica, questo in  fondo è l’assunto e il perno del libro, vivendo oltre il suo stesso crepuscolo “il coraggio di affrontare il crepuscolo, il coraggio si sentirsi crepuscolo” come dice l’autore specificando a sua volta nell’introduzione “se ti dicono che il rock è morto, lascia che dicano, il rock non è morto, è vivo, lo sarà sempre finché dei ragazzi su un palco o in una cantina  sentiranno  di poter cospirare la più eccitante e scomoda manifestazione di sé stessi,  in faccia  a un mondo che sembra accontentarsi di continue rassicurazioni”. Sento di poter estendere questo concetto a quello che ritengo debba essere il ruolo di ogni intellettuale.

Il libro è diviso in tanti capitoli quanti sono gli album dei Radiohead, tutti quelli a cui hanno dato vita fino ad oggi e che coprono il tempo di una generazione abbondante. Il controcanto, rispetto all’analisi delle caratteristiche musicali-stilistiche della band di Oxford, è rappresentato da interzone dove viene sviscerata la storia della musica, brani dove si parla delle altre tendenze musicali del tempo e delle altre band, viste in quest’ottica sempre come lune minori rispetto al quintetto di Thom Yorke e compagnia, vero perno della questione. Digressioni che ci immergono nel nostro passato più prossimo, con le sue rapide trasformazioni, con l’avvento prepotente della tecnologia con tutta la sua portata ansiogena, cosa della quale i Radiohead si sono fatti i più autorevoli cantori. L’autore lo fa trasvolando con disinvoltura da vicende come quella di Kurt Cobain, bruciato velocemente nella vampa del grunge, fino a Saramago, interprete con il suo romanzo Cecità delle ansie millenariste, e ancora sfiorando vicende come quella della pecora Dolly, Chomsky, l’elezione per un pugno di voti di Bush Jr a presidente degli Stati uniti gli attentati terroristici. E soprattutto la rivoluzione che ha investito la musica: la sua progressiva smaterializzazione, con le conseguenti ricadute a livello industriale: dalle audiocassette ai cd, dai cd ai download, dal download al cloud, in un percorso di autentica liquefazione dei supporti fonografici e della stessa possibilità e modalità di ascolto che è divenuta liquida e pervasiva.

I Radiohead e il loro profeta costituiscono insomma il perno per parlare di ciò che è avvenuto nel mondo della musica nell’epoca del crepuscolo, nel gloaming della fine della storia. I Radiohead, ci dice l’autore, “sono una band che presagisce la fine del ruolo del rock (e non la morte del rock)”.  E la domanda cruciale è proprio questa: in un quadro del genere, che ruolo e quale forma può ancora avere il rock? I Radiohead hanno indicato una strada; ma anche se una band o una canzone non cambieranno mai il mondo, – non lo hanno mai fatto – la cifra sovversiva del rock, l’essenza di caos vs ordine, se preferite la rottura di canoni consolidati o la volontà di oltrepassare i limiti… ecco, tutte queste saranno cose difficili da soffocare, qualsiasi forma il “rock”assuma.

 

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