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Novantatré anni d’impazienza

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Oggi, 3 ottobre, Raffaele La Capria compie novantatré anni. Lo festeggiamo pubblicando un estratto dal libro Novant’anni d’impazienza. Un’autobiografia letteraria uscito per minimum fax. (Fonte immagine)

di Raffaele La Capria

Il primo libro non bisognerebbe mai averlo scritto, dice Calvino. È vero. Uno si domanda se doveva essere necessariamente quello o se non avrebbe potuto essere invece un altro. Così fatalmente ogni primo libro diventa una «falsa partenza», che però ti condiziona, perché gli altri libri che verranno in seguito, anche se lo contraddicono, non potranno prescinderne. Nel 1950, quando in pieno clima esistenzialista scrivevo Un giorno d’impazienza, avvertivo già confusamente che quel tipo di letteratura che privilegia in modo eccessivo il soggetto e tutto all’interno di esso riconduce sarebbe stata la mia «falsa partenza», e che i miei libri successivi sarebbero stati dei tentativi per cercare di riparare una situazione già compromessa da quell’inizio. E proprio per dichiarare questa mia insofferenza sul frontespizio di quel mio primo libro figurano i versi di Prévert: «Quando lo lasci solo / il mondo / mentale / mente / monumentalmente».

Avrei preferito scrivere libri senza specchi, riflessioni davanti agli specchi, e riflessioni sulle riflessioni. Libri ariosi ed estroversi, dove lo stile la forma la costruzione non si vedono o scompaiono nel tessuto della narrazione. Avrei preferito, come scrittore, seguire l’esortazione di Antonio: «Sii figlio del momento!»[1], e abbandonarmi senza tanti calcoli alla immediatezza della vita e del mio sentire. Ma è difficile per uno scrittore sottrarsi all’influsso del proprio tempo, e a un giovane come me che iniziava negli anni Cinquanta non era forse concessa quella pienezza e quell’abbandono. Eravamo tutti tesi e guardinghi, invece, perché troppi avvertimenti avevamo ricevuto dalla Storia, dalla Letteratura e dalla Vita, e io almeno non avrei saputo o potuto fare un altro tipo di narrativa.

Tutto questo fa parte della mia biografia umana e letteraria, di un’adolescenza che va dal ’38 al ’48 e si protrasse indebitamente oltre, come è capitato a quasi tutti quelli della mia generazione. Dunque si può dire che cominciai da esistenzialista mio malgrado. Ma quale tipo di esistenzialismo era il mio? Quello «ideologico» era arrivato dalla Francia solo nel dopoguerra, con Sartre e Camus; ma ce n’era un altro più nascosto e più sordo, con origini lontane, come una malattia dell’infanzia, che nasceva da un’inquietudine sotterranea covata durante il fascismo (per esempio Gli indifferenti di Moravia), ed esplosa tardivamente durante e dopo la Resistenza.

Questo mi apparteneva, e sempre più me ne convinco quando ripenso agli anni dal ’38 al ’48 (gli anni della mia formazione) in cui uno per continuare a sentirsi una persona era quasi costretto a darsene la prova, a pretenderla da sé giorno per giorno. L’impazienza di essere, di uscire dalla propria indecifrabilità sterile e vanificante, insieme a tutte le altre complicazioni personali eredita­te, era andata accumulandosi anche letterariamente in quegli anni.

C’era stato, è vero, durante la Resistenza e subito dopo, un tentativo (o una tentazione) di dissolvere ogni «questione privata» nel crogiuolo dell’entusiasmo collettivo. Ma questa terapia rivoluzionaria non funzionò. E così ci rimase solo un’impazienza che girava a vuoto, senza nessuna direzione, senza nessun punto di riferimento verso cui tendere.

Con Un giorno d’impazienza volevo alludere a questa impazienza, l’impazienza di un giovane perennemente incipiente, incompiuto, adolescente, che somma alle sue le inadempienze della società in cui vive; l’impazienza di quella generazione, spinta dalle delusioni seguite al ’48, o sui sentieri solitari dell’alienazione, o nelle braccia altrettanto alienanti di un Partito Padre, custode di quella rivoluzione non avvenuta e, per il momento, rimandata.

Ma c’è un altro aspetto di quel mio esistenzialismo che devo pur sottolineare, visto che ogni tendenza non è mai unidirezionale: perché lo sentivo anche come l’ultima risorsa del vecchio io (autobiografico, sentimentale, egocentrico e freudiano) per opporsi alla forza livellatrice e totalizzante delle ideologie, e a quella levigante delle scienze umane e sociali in arrivo. Non potendo farcela, l’io di cui parlo si barrica nella propria estraneità oppure si nasconde dietro i suoi infingimenti, e, finché gli è possibile, resiste. Ed è forse questo l’aspetto che più si manifesta nei comportamenti del protagonista di Un giorno d’impazienza. Perché il suo problema vero riguarda l’essere-nel-mondo, comincia prima di quello politico, sociale, e perfino morale, e da lì egli intende partire anche a costo di fare, apparentemente, un passo indietro.

In un giorno del 1950 un giovane di cui non si dice il nome (ma del tipo che ho detto) in una città di cui non si fa il nome (ma è Napoli, e tanto basta), ha un incontro con una ragazza. Seguiamo gli alti e bassi di questa giornata che per lui è importante perché l’appuntamento con Mira rappresenta, né più né meno, un appuntamento con la Realtà, e dovrebbe, nelle sue intenzioni, farlo «sbucare dall’altra parte dell’adolescenza», dovrebbe cioè assumere il valore di un rito iniziatico di passaggio alla condizione adulta. Non è dunque per lui un affare da poco, è un’esperienza capitale che va oltre il dato di fatto e può restituirgli, così lui crede, un’identità rimasta fino a quel momento incerta o nascosta.

L’incontro avviene nelle forme prescritte e prevedibili, ma non dà il risultato sperato perché quel che lo ha spinto è stata solo una «smania di affrettare il tempo», per cui quel che agli altri in casi consimili naturalmente accade, a lui accadde deliberatamente, e resta perciò confinato nell’«atmosfera fissa dell’intenzione». Un esperimento preordinato non sarà mai un’esperienza vera, capace di coinvolgerlo e di trasformarlo. E per questo il giorno che segue sarà ancora un altro giorno d’impazienza, un altro inconcludente giorno degli anni Cinquanta.

Questa storia potrebbe anche essere raccontata così: un adolescente, abbastanza introverso per risultare «esemplare», fa la sua prima esperienza sessuale con una ragazza, in modi abbastanza involuti per essere attribuibili, appunto, a un diciottenne degli anni Cinquanta. Seguiamo questa vicenda, abbastanza comune in verità, a diversi livelli: reale, simbolico, psichico, e infine anche strettamente letterario là dove il racconto diventa «speculare» (cioè ripete in una parte la forma del tutto) e si risolve in un gioco a incastro di fatti accaduti riportati e immaginati con cui quell’adolescente (e per lui l’autore) tenta di ricostruire in vitro, senza per altro riuscirvi, la vita di Mira colta nella sua immediatezza. La letteratura contrapposta alla vita? Il capire contrapposto al partecipare?

L’origine letteraria può essere anche questa, ma senza dimenticare (per quel che mi riguarda come autore) che siamo negli anni Cinquanta, e a Napoli, in una città abbandonata dalla storia, in un momento in cui sembrava che niente potesse realmente accadere, e dove uno si sentiva irreale perché tutto era irreale intorno. La conclusione del libro che è uguale all’inizio, la sua circolarità da circolo vizioso che si ripete sin nella costruzione sintattica della frase, sta a rappresentare, anche formalmente, lo scacco del protagonista nel tentativo di uscire dal cerchio egocentrico del personaggio per entrare nel mondo dialettico dell’uomo.

Il conflitto è dunque non solo tra un io introverso, diviso, senza presa sul reale, e chi invece è capace di risolvere il suo rapporto col mondo e con gli altri, ma anche tra il disimpegno che viene attribuito al personaggio e l’impegno attribuito all’uomo [2 ]. Un conflitto tipico degli anni Cinquanta. In quegli anni chi veniva accusato di non impegnarsi si sentiva in colpa, sentiva di essere una coscienza inoperante.

«All’indifferenza ipocrita dei personaggi moraviani succedeva l’indifferenza angosciosa dei giovani venuti dopo. All’angoscia da repressione di quelli, succedeva l’angoscia per mancanza di significati di questi»: e produceva impazienze e repressioni altrettanto angosciose. Il protagonista di Un giorno d’impazienza fa una serie di tentativi per uscire da questa sua condizione, e man mano la identifica con qualcosa che rassomiglia allo «stato immaginario» descritto da Sartre (per l’appunto) in quegli anni.

Egli ne è confusamente consapevole, e lo dichiara più volte: dice che la sua capacità introspettiva gli sembra peggiore di qualsiasi cecità, dice che la sua interiorità gli sembra irreale e sempre più concreta l’apparenza degli altri, dice che gli sembrano tutti inimitabili, tutti più leggeri e naturali di lui, e tuttavia pur volendo essere come loro non sa.

Tale stato immaginario, preferito a causa del suo carattere immaginario (cioè non come arricchimento fantastico della realtà ma come una fuga da essa), diventa (e lui lo sa) uno schermo tra lui e la realtà, un ostacolo che gli impedisce di coglierla nella sua concreta, autonoma e oggettiva vitalità. Una sola volta si è aperto per lui uno spiraglio, quando per un attimo ha visto la sua ragazza entrare nella macchina del suo rivale. E l’incandescente immediatezza di quella scheggia di realtà, staccatasi per caso dalla vita di lei e balzata davanti ai suoi occhi increduli, lo ha letteralmente disorientato. Gli è sembrata insostenibile misteriosa impenetrabile proprio perché al di fuori del suo controllo mentale, al di fuori della sua capacità di pensarla, al di fuori del suo «stato immaginario».

Nella sequenza del «Nottambulo» il protagonista espone il suo metodo (che si trasferisce anche nella scrittura), lo paragona a un gioco di pazienza, a un puzzle coi tasselli sparsi qua e là, che dovranno combaciare l’uno con l’altro fino a ottenere una figura. E lui stesso si accorge poi che il suo metodo serve solo a distruggere colei che vorrebbe afferrare (Mira). Perché lei non è un miraggio, e neppure una «figura», ma una persona in carne e ossa. Egli si accorge che di una persona si può conoscere il comportamento non l’esperienza interiore, l’insostituibile singolarità che la fa essere proprio com’è. Così egli scopre l’invisibilità dell’altro (di Mira cioè) per lui; e analogamente scopre l’invisibilità di se stesso per un altro (per Mira). E scoprirà perfino l’invisibilità di sé a se stesso.

Questa impossibilità di cogliersi gli viene ossessivamente rinfacciata dagli specchi. Per esempio nel finestrino del tram egli vede la propria faccia e insieme il suo oc­chio che «nella tensione di rendersela estranea» sembra quasi avulso da quella. È quello l’occhio col quale si guarda, ed è quell’occhio micidiale, quell’occhio da esistenzialista, che egli vorrebbe accecare, sopprimere dentro di sé, strapparsi via. Quell’occhio che lo perseguita dovunque, dal barbiere, dal sarto, al bar del «Nottambulo».

L’impazienza del protagonista è anch’essa immaginaria, è un dato della sua condizione fantastico-adolescenziale e della sua inadeguatezza al mondo e alla Storia (lo «stato immaginario» è, qui, sempre messo in relazione all’adolescenza). È una fuga in avanti intempestiva e velleitaria perché senza il supporto dell’esperienza. È un’interiorizzazione a livello psichico del conflitto tipico degli anni Cinquanta fra impegno e disimpegno. È l’impossibilità di maturare, di uscire di minorità, caratteristica di molti giovani appartenenti alla stessa generazione del protagonista. È l’impazienza di quei giovani che entrarono ancora adolescenti nell’atmosfera della Resistenza, ne sentirono e ne coltivarono gli ideali, e non seppero tradurli in una realtà di adulti. (Quell’impazienza fu storicamente rimossa, e rimase lì, non veramente superata e non risolta; e a volte penso che i ragazzi di oggi, di questi terribili anni Settanta, figli dei ragazzi di ieri, sono usciti forse dall’inconscio di quei padri, anzi ne sono la violenta realizzazione; sono il risultato di quella rimozione, che hanno fatto esplodere radicalizzandola in un estremismo altrettanto inconcludente.) [3]

Fu rimossa quell’impazienza tra il ’48 e il ’50; e in un giorno del 1950, quando i giornali annunciarono lo scoppio della guerra in Corea sul 38° parallelo, si colloca l’azione del libro. È in quell’anno che possono considerarsi del tutto fallite le speranze di un Cambiamento, quel Cambiamento che il protagonista vorrebbe anche per sé («Cambiare se stessi non si può direttamente, si può solo cambiando tutto il resto», gli dice Enrico).

Il luogo occasionale di quell’impazienza, infine, è Napoli, la città mai nominata ma presente sempre col suo colore grigio, che è il colore di quegli anni, il colore che nessuno splendore naturale, nessun cielo azzurro, nessuna luce marina, poteva cancellare. Napoli aveva avuto con gli americani e con la corruzione che inevitabilmente portò l’occupazione delle truppe alleate, una breve degenerata vitalità; era diventata una specie di Saigon mediterranea. Partiti gli americani anche quella sia pur fittizia vitalità scomparve, la città ricadde nel solito andazzo, in una provinciale bonaccia laurina (Lauro era il sindaco di quegli anni) in cui riaffiorarono tutti i vecchi vizi di una classe dirigente scaduta, e in quel mortorio l’irrealtà della vita si poteva respirare come l’aria.

Quel «vento del Nord» che tanti fermenti aveva suscitato correndo per la penisola, era sì giunto anche a Napoli, per qualche giorno, ma la breve folata che arrivò servì solo a rendere più acuta la delusione che seguì, attizzò qualche fuocherello che subito fu spento. Di questa delusione si scopre qualche traccia nell’impazienza del protagonista della mia giornata.

 

 

1. William Shakespeare, Il mercante di Venezia.

2. Cfr «Una lettera del ’43» in False partenze.

3. Un estremismo che dice: «Prima l’azione, poi la coscienza» (che è, appunto, l’estremismo dell’impazienza). Proprio l’impazienza di questi ragazzi, finita nel terrorismo, mi ha fatto ripensare alla mia e mi ha spinto a scrivere (nel 1974) False partenze.

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