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Raffaello Brignetti e il mare come esperimento

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Prima dote di un critico militante ha da essere la tempestività, perciò è d’obbligo segnalare uno dei casi letterari (e non commerciali) dell’estate, dell’estate di mezzo secolo fa esatto, un libro che è stato appena sconfitto, nel luglio del 1967, per un solo voto: Il gabbiano azzurro (Einaudi) di Raffaello Brignetti, superato nella seconda votazione da Poveri e semplici (Vallecchi) di Anna Maria Ortese, “nella splendida cornice di” Villa Giulia. Prima che si palesasse Lorenza Pieri – romagnola di nascita e gigliese d’infanzia, però, e poi espatriata – Brignetti era l’unico scrittore nativo dell’Isola del Giglio di cui fossimo venuti a conoscenza a essere arrivato ad alti livelli, ai maggiori editori nazionali, ma la scalata, anzi la traversata di Brignetti non si arresterà di fronte a quel voto mancato: il Premio Strega riuscirà a conquistarlo appena quattro anni più tardi, con La spiaggia d’oro (Rizzoli), con ampio distacco su Paura e tristezza (Einaudi) di Carlo Cassola – diversamente da com’è andata, il nostro avrebbe meritato di vincere la prima volta e non la seconda, probabilmente, ma continuiamo ad avvicinarci, ricordando gli esiti di un’altra competizione letteraria.

“Bravissimo scrittore marinaro”, secondo Giorgio Caproni, memore della volta in cui i due, agli inizi delle proprie carriere, si fronteggiarono nel Premio Taranto del 1951: delle sole quattro edizioni di questo concorso, Brignetti aveva già vinto la prima e si aggiudicherà anche quest’ultima, spuntandola su Caproni, che dovette accontentarsi di una segnalazione, ma il poeta livornese non dev’essersi sentito molto a proprio agio, nella prova del racconto narrativo. Integrerei così il suo giudizio: più che altro, bravissimo dovrà dimostrarsi il lettore, di fronte all’eccitato sperimentalismo di Brignetti, che richiede un’attenzione non comune.

Strana bestia della letteratura italiana che, aspirando al simbolismo anglosassone, sconfina verso latitudini latine, come rispondendo a richiami non silenziabili, Brignetti dà forma – per modo di dire – a romanzi molto densi e un po’ traditori, durante i quali ti sembra di avere acciuffato il filo della collana che leghi ciascun simbolo a ciascun altro, per poi accorgerti che non hai in mano niente, che la collana manco esiste e che sei stato vittima di un colpo di sole, con tutto questo mare intorno: da Melville e Conrad, la sua prosa da poema marino scivola verso la propria origine mediterranea, attraversa il nouveau roman e s’imbarca per destinazioni centroamericane, caraibiche, approda sulle coste di Santa Lucia, possedimento coloniale, terra contesa proprio da britannici e francesi, laddove incontra il proprio parente letterario più prossimo, Derek Walcott. Brignetti non compone versi: tuttavia, leggendo Il gabbiano azzurro, si avverte l’istinto della sillabazione, la voglia di mettersi a contare gli elementi minimi di una prosa fortemente ritmata, metrica, ondulata.

“Il più grande scrittore di mare italiano”, secondo Aldo Perrone, al quale dobbiamo uno dei rarissimi studi che sono stati dedicati alla sua opera – un altro, remoto, è di Piero Bianucci –, uno degli ultimi di cui chi scrive sia a conoscenza, cioè il profilo monografico Raffaello Brignetti. La vita, le opere, la critica letteraria, oltre alla curatela di Racconti atalattici. Riedizione con aggiornamenti e altro, selezione di scritti brignettiani che contiene anche un testo di Sergio Pautasso, entrambi pubblicati per i tipi leccesi di Manni, una decina d’anni fa. Lo stesso editore scriveva di Brignetti come di “uno dei grandi scrittori della letteratura italiana del Novecento” ed è facile imbattersi nei giudizi elogiativi di lettori del calibro di Carlo Bo e di Pietro Citati, ma che cosa può essere successo, allora? Le sue opere principali non sono mai state ristampate e non sono acquistabili, se non affidandosi alla sorte, alle bancarelle dell’usato: è recente (2014) e reperibile, invece, l’ampia selezione dei Racconti di Pensa Multimedia, per comporre la quale la curatrice Mirella Masieri ha scelto quei brevi componimenti di carattere narrativo che Brignetti scrisse per antologie, giornali e riviste e che non siano stati riproposti in volume; per concludere la rassegna un po’ misera di ciò che il mercato editoriale, oggi, offre di e su Brignetti, indichiamo Una vita per il mare. Analisi delle opere di Raffaello Brignetti, lavoro che la stessa Masieri ha pubblicato con l’editore leccese Congedo, a testimoniare che l’interesse per la figura dello scrittore sembra quasi esclusivamente salentino.

Per rispondere alla domanda di poco fa, è semplicemente successo che Brignetti sia uno degli scrittori più difficilmente leggibili del Novecento italiano, e ci si riferisce alla comprensibilità delle sue pagine, stavolta, non alla loro reperibilità: inoltre, abbiamo tutti avuto altro da fare, altro da leggere, in questi decenni, e Brignetti era uno che non riusciva a vendersi molto bene.

Scrivere di mare, sul mare, era sembrata l’unica letteratura possibile, per il figlio del guardiano del faro: nato sull’Isola del Giglio a causa di una trasferta lavorativa del padre Angiolo, Raffaello crescerà in un’altra isola tirrenica e toscana, più estesa e settentrionale, l’Elba, laddove tornerà risiedere negli ultimi anni di una vita non lunga, conclusasi nel 1978 a 56 anni, soltanto un mese più tardi di uno scrittore di (almeno) una generazione precedente, Vittorio G. Rossi, al quale egli doveva molto e sulla cui opera si era laureato, sotto la direzione di Giuseppe Ungaretti, a Roma: un po’ in ritardo, nel 1947, avendo avuto modo di portare a maturazione una passione letteraria alimentata dal ricordo dei paesaggi della proprio giovinezza durante la detenzione nel campo di concentramento di Wietzendorf, dove era stato deportato in seguito alla cattura da parte dei tedeschi avvenuta l’8 settembre del 1943.

Non era affatto convinto di voler fare lo scrittore, Brignetti, tanto che la sua prima scelta universitaria, compiuta prima della guerra, era stata matematica, anche perché la lingua italiana, fino ad allora, non era stata per lui esattamente un’ancora di salvezza, quanto piuttosto una zavorra: nel suo cammino scolastico, prima a Porto Azzurro e poi a Portoferraio, dove otterrà la maturità liceale, non si trovano tracce di eccellenza linguistica, anzi… Brignetti fu rimandato in italiano e lo sforzo che doveva costargli scrivere è apprezzabile anche nei libri della maturità, a ben vedere: la fatica che si richiede al lettore sembra corrispondere a quella dell’autore.

La sua è una narrativa che materializza i ricordi, quelli di un navigatore e di un nuotatore che dovrà tragicamente rassegnarsi all’immobilità, a partire dall’inizio del decennio dei Sessanta, a causa di un grave incidente automobilistico avvenuto sulla via Aurelia con la moglie Ambretta che lo costringerà alla sedia a rotelle: dalla Torre Medicea di Marciana Marina (che era stata anche un faro) in cui si trasferisce a vivere, Brignetti prosegue quella tradizione di letteratura di mare che, così singolarmente per un Paese tanto favorito dalla geografia, da noi non è stata molto frequentata, nel Novecento – oggi, potremmo segnalare le collane dedicate dell’editore romano Nutrimenti e dei milanesi Ugo Mursia e Magenes – ma quest’ultimo sembra avere interrotto le proprie pubblicazioni –, oltre alla sezione narrativa del catalogo del nautico e veronese il Frangente. Forse, entrando nella modernità e volendo subito oltrepassarla, verso quella che sembra corretto definire “iper-modernità”, piuttosto che “post-modernità”, la letteratura italiana ha preferito liberarsi del proprio residuo acquatico, come se esso potesse risultare al contempo snobistico, rispetto alle mire trasformative dell’elaborazione artistica ideologicamente orientata, e naïf, cioè un esercizio ingenuo disimpegnato di cui vergognarsi, di fronte alla dilagante ansia di nobilitazione sociale che ha occupato ogni spazio della fruizione dei prodotti culturali.

Ritornando per un attimo al luglio di cinquant’anni fa, la delusione del prestigioso premio mancato di un soffio è freschissima, accresciuta dal retroscena di cui scriveva Dino Buzzati sul “Corriere d’informazione” di Sabato-Domenica 15-16 luglio 1967: “Dicono che la sera della premiazione, tornata a casa, Maria Bellonci, signora dello Strega, trovò una scheda arrivata in ritardo: era per Brignetti. Se fosse giunta in tempo, e se la moglie dello scrittore non avesse dimenticato a casa la propria scheda, Brignetti si sarebbe portato via lo Strega ma probabilmente non ora il Viareggio”.

Già, perché l’articolo del giornalista e scrittore, uno dei ventidue giurati del premio versiliese, rendicontava la vittoria di Brignetti, che non sarebbe avvenuta nel caso in cui le cose fossero andate diversamente a Villa Giulia, per una sorta di norma non scritta che non consentiva di ribadire a Viareggio la sentenza romana: non sappiamo quale sia stato il voto di Buzzati, il quale, però, si sente in dovere di aggiungere che Il gabbiano azzurro apparteneva, al pari di altri titoli premiati nella medesima edizione, a quelle opere “di indubbio talento nell’ambito però squisitamente letterario, che non possono di sicuro infiammare l’animo delle moltitudini”.

Be’, nel 2017 possiamo affermare con una certa sicurezza che Il gabbiano azzurro non soltanto non sia riuscito a infiammare le masse, ma neppure le minoranze, il che è più singolare: infatti, il libro è uno degli esiti più sperimentali ed estremi della narrativa del secondo Novecento italiano e non sfigurerebbe affatto in mezzo ad altre opere che le avanguardie sono solite esaltare e glorificare, ma qualcosa non ha funzionato. Innanzitutto, la questione della definizione: le bandelle einaudiane giocano sull’ambiguità, anzi la promuovono: racconti indipendenti o “romanzo-prisma” di sette sfaccettature? A ben vedere, buona parte del libro contiene racconti già inseriti in Morte per acqua, la raccolta pubblicata ben quindici anni prima per l’editore fiorentino Sansoni, e scritti a partire dal 1948, ma radicalmente alternativi rispetto ai dettami del neorealismo allora imperante: tuttavia, essi divengono passibili di un arricchimento interpretativo, in questa edizione, cioè possono essere letti come altrettanti punti di vista di eventi che accadono in simultanea, nel mare che circonda un’isola e lungo le sue coste.

La volontà sperimentale di Brignetti, infatti, a differenza di quella delle avanguardie novecentesche, non è tanto formale, quanto temporale e spaziale, e le difficoltà del testo non consistono nell’audacia delle soluzioni linguistiche, bensì nel riuscire a seguire una narrazione che vibra continuamente, beccheggia, rolleggia e si sposta, adottando una miriade di sguardi, ciascuno dei quali obbedisce a differenti e contrastanti regole epistemiche, ha la propria durata e riconosce i vincoli e le potenze propri della natura che gli spetta – che cosa pensa un delfino? Come percepirà i propri movimenti, quelli umani e quelli del mare? Lasciando perdere Dio, è immaginabile il mondo dal punto di vista del mare?

Pluralità degli avamposti d’osservazione e delle voci, anzi totalità, ubiquità e contemporaneità degli accadimenti: ogni sperimentazione realmente significativa del romanzo novecentesco ha giocato con un set di elementi mobili, ha reso indipendente una variabile per poterne muovere un’altra, ma dall’azzardo di Brignetti di stabilirle entrambe come dipendenti, di annodarle l’una all’altra, scaturisce un certo mal di mare, diversamente da ciò che era riuscito a uno scrittore meno fondamentalista e letterariamente più educato, cioè Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte va considerato un antecedente non lontano del romanzo-prisma di Brignetti, oltre che un capolavoro, diversamente da Il gabbiano azzurro di Brignetti.

Dal 1961 del Premio Strega assegnato a Ferito a morte (Bompiani) per un voto, che sopravanzava il Giovanni Arpino di Un delitto d’onore (Mondadori), al 1967 della sfortunata sconfitta di Brignetti, si mettono in scena e si esauriscono i destini del romanzo sperimentale italiano, e citare La Capria significa riconoscere l’affinità marina che lo lega allo scrittore elbano (adottato), il comune rifiuto del naturalismo e l’altrettanto comune ambizione di sovvertire o problematizzare le linearità temporali, ma non dobbiamo dimenticare che gli anni di cui abbiamo posto i confini videro l’affermazione neoavanguardistica del Gruppo 63 e l’attività di due scrittori che da alcuni critici sono stati riconosciuti avere molto a che fare con la sperimentazione narrativa, cioè Giorgio Bassani e Carlo Cassola.

A dispetto della vulgata, certo, e dei toni incendiari degli stessi membri del Gruppo 63, che proprio nei due vide i difensori di una tradizione da Italietta, i conservatori di una narrativa bozzettistica che ci stava impedendo l’accesso alle vette aeree della modernità: fin da subito, furono Luigi Baldacci e Geno Pampaloni a contestare e rigettare un’impostazione più propagandistica che semplicistica, a proporre una lettura del decennio che potremmo mettere in parallelo con la nostra. Ambedue i critici sembrano individuare nel 1961 di Un cuore arido di Carlo Cassola l’avvio di un decennio felice della nostra letteratura che coincide con quella che, secondo Pampaloni, è la stagione d’oro dello scrittore romano, conclusasi nel 1970 con Paura e tristezza, ma forse ancor più simbolicamente due anni prima con Ferrovia locale, recensendo il quale sul “Corriere della Sera” scriveva, l’11 aprile del 1968: “Contro ogni apparenza, Carlo Cassola è oggi, tra gli scrittori italiani, il più sperimentale di tutti”, dal momento che “l’operazione letteraria” da lui condotta “non è idillica, ma estremista”, e di nuovo estremista rispetto al problema romanzesco per eccellenza, quello del tempo, del suo scorrere, del suo sperpero, della sua direzionalità.

Ai giorni nostri, a cogliere e collaudare gli stimoli dei due critici fiorentini è Matteo Marchesini, il quale, intervistato quattro anni fa da Alessandro Zaccuri su Avvenire.it, ritornava su certi semi avvelenati che, a distanza di più di mezzo secolo, continuano a germogliare, “come se (…) la sola sperimentazione riconosciuta fosse quella che si fonda su una serie di infrazioni gridate, eccessive e in definitiva banali. Nonostante le prese in giro del Gruppo 63, il Cassola di Un cuore arido e il Bassani di L’Airone restano molto più sperimentali. E molto più coraggiosi nella loro sottigliezza”. Anche il romanzo di Bassani è del 1968 e la data mi sembra abbastanza significativa, suona bene: da allora in poi, forse, certe ambizioni sperimentali e strettamente letterarie sarebbero state abbandonate e, comunque, sarebbero cominciati tempi duri per chiunque abbia avuto e continui ad avere voglia di continuare a nuotare da solo, come Brignetti.

 

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
Commenti
Un commento a “Raffaello Brignetti e il mare come esperimento”
  1. Giorgio Di Costanzo (Ischia) scrive:

    Prima votazione Casa Bellonci, 15 giugno 1967

    Ortese 75
    De Feo 63
    Brignetti 57
    Ghiotto 55
    Patti 42

    Seconda votazione Villa Giulia, 4 luglio 1967

    Ortese 97
    Brignetti 96
    De Feo 82
    Patti 73
    Ghiotto 18

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