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Ragazze che disegnano sui muri

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: Alice Pasquini)

Le protagoniste di questo articolo sono quattordici street artist italiane bravissime. A definirle e accomunarle è in parte la strada, frequentata per disegnare sui muri e trasformarli in opere d’arte, luogo condiviso e non privato, disegnabile e mai del tutto possedibile. Alcune hanno nomi veri, altre adattati, altre ancora totalmente inventati. Sono Microbo, Alicé (Alice Pasquini), MP5, Nais, Gio Pistone, Pax Paloscia, Nemo, Miss EU (Eugenia Garavaglia), Allegra Corbo, le TO / LET (Elisa Placucci e Sonia Piedad Marinangeli), Pea Brain (Monica Cuoghi), Martina Merlini, Signora K. Oltre a disegnare sui muri (arte con cui oggi si riesce mediamente a vivere) di mestiere fanno le illustratrici, fumettiste, scenografe, grafiche, installano, incidono, fabbricano, sperimentano, mettono avanti a tutto il disegno, arte praticata con qualunque mezzo necessario e su qualunque spazio utile e ispirante, prescindendo dalle dimensioni.

In comune non hanno nemmeno la generazione, e tutte insistono sull’assoluta irrilevanza dell’età, ventisette o quarantasette che sia. “L’età non fa la differenza” dicono consapevoli e unanimi. E anche l’appartenenza di genere (femminile) si rivela filo conduttore debolissimo laddove la street art è un’arte al di fuori dei generi anche per chi la pratica. Dice MP5: “Molte volte gli uomini cercano di aiutarti perché pensano che non ce la fai a sollevare i secchi di vernice”. Se proprio deve, lei preferisce definirsi queer, o non definirsi affatto, scomoda anche nell’etichetta di “street artist” laddove la strada è solo un luogo di passaggio. “Il giorno che non imparerò più lo considererò come un segnale per cambiare direzione”, dice Microbo, nata e cresciuta in Sicilia, milanese d’adozione e dimora attuale. “Di dipingere sui muri abbiamo smesso gradualmente dal 1995 dopo avere occupato grandi fabbriche per vivere”, dice Pea Brain, parlando di sé e di Claudio Corsello, artista con cui ha iniziato negli anni ottanta disegnando i muri di Bologna, “l’ultimo graffito è stata una P. Brain ombra nera, sulla quale piano piano si sono arrampicate le edere ridisegnandone la sagoma”.

“Siamo street artist ma siamo anche altre cose”, conferma Allegra Corbo, “e io sono un po’ malata di questo mio sperimentare, non riesco a fermarmi”. Allegra Corbo ha iniziato a disegnare giovanissima: “Dipingo perché a tredici anni ho lasciato la scuola e ho incontrato dei pittori belli”. Ha lavorato anche con compagnie teatrali (Socìetas Raffaello Sanzio, Mutoid Waste Co., Mutek) per poi fondarne una sua (Mama Ferox). Anni fa insieme a Andreco e Hanna Negash ha realizzato un enorme Pinocchio su una parete della Mole Vanvitelliana di Ancona. Sempre ad Ancona dirige il festival “POP UP! Arte contemporanea nello spazio urbano”. La cosa più bella la dice quando insieme cerchiamo di mappare le sue opere su e giù per l’Italia, e ci accorgiamo che molte non esistono più (il Pinocchio, per esempio). Su questa breve durata della street art che potrebbe rendere enormemente tristi lei ha una prospettiva capovolta, positivissima, che mette a fuoco la bellezza del temporaneo. Dice: “Mi piace questa dimensione dell’arte che è come i piccoli insetti in natura o i fiori che durano solo un giorno e sono più un ‘esperienza, una visione. Mi piace questo tempo breve”.

A cercare di costruire una geografia delle opere delle street artist italiane ci si scontra necessariamente con questo tempo breve naturale che fa sì che non ci sia mai alcuna certezza che ciò che viene disegnato sopra un muro l’indomani sia ancora lì. “Molti miei muri ora non esistono più”, dice Signora K, che ha disegnato moltissimo soprattutto in Emilia. Di MP5 sopravvive un nuotatore bellissimo e gigantesco su un muro che costeggia il fiume Nera, a Terni, e altri pezzi sparsi per l’Italia e l’Europa. Di Microbo ci sono opere in Nord America e Nord Africa. Di Gio Pistone c’è una saracinesca disegnata al Pigneto, e sempre a Roma un grande murale in via dei Lentuli al Quadraro. È l’entrata di un tunnel che unisce il Quadraro vecchio al nuovo, e sopra c’è scritto: “Ai pensieri liberi, alle paure, agli amori volanti nel passaggio tra due tempi”. Di Alicé ci sono muri disegnati in tutta Roma e recentissimi due murali su due scuole elementari di Inwood, a New York. Di Pax Paloscia ci sono muri sulle strade delle Colombia e da qualche altra parte in Sudamerica.

Pax ha iniziato con la street art per gioco: “Attaccavo fotocopie in giro, volti vintage di animali della Disney ripetuti, foto anni 60 ai quali aggiungevo o toglievo dettagli, foto di amici che ritraevo con una maschera di coniglio ed attaccavo come per lasciare in giro tracce di un personaggio surreale. Dopo ho iniziato a dipingere personaggi, nipoti, bambini coniglio”. I suoi bambini coniglio li ha esposti di recente in una galleria di Roma, la White Noise di San Lorenzo, e insieme ad altri sei artisti è stata un mese negli spazi pubblicitari della città per il progetto Concept Europa di NUfactory. Per lei il valore aggiunto del lavorare in strada sta la libertà. Dice: “Si tratta come diceva Keith Haring di liberare l’anima”.

Per Allegra Corbo è la condivisione, la collaborazione tra artisti resa praticabile dalla scala monumentale in cui si lavora. Di questa condivisione dice con saggezza che “per salvarci dall’individualismo oggi è una necessità”. Per Gio Pistone è una questione di potenza. “Lavorare in strada ha una potenza enorme”, dice. E poi: “Basta un colore che non ti aspetti voltato l’angolo o una traccia di musica che ti piace che le immagini prendono tutt’altra forma nella mente”. Di Roma, dove abita e lavora, dice: “Mi piacerebbe che prendesse piede la possibilità di colorare i quartieri più architettonicamente grigi e restituirli colorati”. Per Nais dalla strada impari “che la prima cosa è il colore”. Per MP5 sta “nell’essere sempre esposti, pronti a qualunque cosa, dagli sconosciuti che ti portano una bottiglia di acqua quando fa troppo caldo, a quelli che criticano il lavoro che stai facendo”.

Per Pea Brain le cose che impari dalla strada sono “il divertimento, la paura, l’amicizia, il coraggio”. Per Martina Merlini il valore aggiunto sta “nelle proporzioni, nella condivisione di un progetto e di uno spazio, nell’importanza del fattore temporale”. Per Miss EU quello che impari è “la velocità, in tutti i sensi, e che la grandezza della parete non è sempre proporzionale al tempo che si ha a disposizione”. Per la Signora K la strada è maestra nel “gestire la paura per non avere paura, sperimentare, provare, conoscere per evitare”. Microbo dice di dovere alla strada quasi tutto, “forse il 90 % di ciò che sono adesso”. Dice: “La strada è stata la mia formazione”.

È nata a Bolzano e ha vissuto ad Algeri e Palermo. Abita tra Roma e New York, dove traduce e scrive di libri, cinema e fumetti per La Repubblica, Il venerdì e D. Ha tradotto, tra gli altri, Charles Bukowski, Tom Wolfe, Jacques Derrida, A.M. Homes, Douglas Coupland, James Franco, Lillian Roxon e Lena Dunham, e ha tradotto e curato la nuova edizione italiana di Jim entra nel campo di basket di Jim Carroll (minimum fax, 2012). Insieme a Daniele Marotta è autrice del graphic novel Superzelda. La vita disegnata di Zelda Fitzgerald (minimum fax, 2011), pubblicato anche in Spagna, Sudamerica, Stati Uniti, Canada e Francia.
Commenti
Un commento a “Ragazze che disegnano sui muri”
  1. Giorgio scrive:

    Una bella panoramica, articolo interessante. La foto della Pasquini (assai debole esteticamente, tra tutte), però, non rende merito all’ottimo lavoro della street art di quote rosa, se così la vogliamo chiamare.

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