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Le ragazze rapite

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore, un estratto dal libro di Wolfgang Bauer Le ragazze rapite (La Nuova Frontiera) (fonte immagine).

di Wolfgang Bauer

Talatu Il mio nome è Jummai, ma mi chiamano tutti Talatu, perché sono la primogenita. Prima che mi rapissero e mi portassero nella foresta, frequentavo la nona classe alla Secondary School di Duhu. La mia materia preferita è la matematica. Mi piace perché è logica. Una volta che hai capito la logica di una regola matematica, puoi risolvere facilmente e in fretta qualsiasi esercizio.

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Nascosto tra le paludi della foresta di Sambisa c’è il quartier generale di un gruppo di terroristi di una crudeltà quasi senza pari. Un gruppo di ispirazione tanto moderna quanto arcaica. Il mondo lo chiama Boko Haram (“L’educazione occidentale è peccato”). Loro si sono dati il nome Jam a’at Ahl as-Sunnah lid-Da’wah wa’l-Jihad, “Unione sunnita per l’espansione dell’Islam e della jihad”. Combattono per fondare un califfato in Nigeria e collaborano con Al Qaida in Mali e in Algeria. Nel frattempo hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico. In pochi mesi, nell’estate del 2014, hanno occupato un quinto del territorio nigeriano.

Sadiya Entri nella foresta e all’improvviso è buio. Così buio che quasi ti scordi che sia giorno. Sono la madre di Talatu. Ci hanno portate tutte e due nella foresta. Quando siamo arrivati, l’uomo che guidava il nostro camion ha dovuto accendere i fari, perché tutto a un tratto là dentro era troppo buio.

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In Occidente si è saputo poco o niente della tragedia della Nigeria fino alla notte tra il 14 e il 15 aprile del 2014. Quella notte un commando di Boko Haram ha rapito 276 studentesse di un collegio nella cittadina di Chibok. Le hanno costrette a salire sui camion e le hanno portate nella foresta. Finora solo poche di loro hanno fatto ritorno. È in quell’occasione che la brutalità di Boko Haram ha conquistato i titoli dei giornali internazionali. Da un giorno all’altro personalità importanti, tra cui la moglie del presidente degli Stati Uniti Michelle Obama, si sono fatte promotrici dell’appello “Bring back our girls”.

Il rapimento di Chibok ha dato finalmente un nome a qualcosa di inconcepibile.
Nel frattempo si suppone che diverse migliaia di donne siano cadute nelle mani di Boko Haram. La maggior parte viene tenuta prigioniera nella foresta di Sambisa, tra le paludi. All’epoca i capi di Stato europei e africani organizzarono vertici di emergenza per discutere del salvataggio delle ragazze di Chibok. Angela Merkel si disse pronta a sostenere un intervento militare con truppe di terra nei paesi dell’Africa occidentale.

Ma lo sgomento durò poco. Il nordest della Nigeria è troppo lontano dai centri di potere mondiali. Nel luglio del 2015 e poi di nuovo nel gennaio del 2016, per scrivere questo libro, ho intervistato insieme a un fotografo e a un interprete più di sessanta donne e ragazze che sono riuscite a fuggire dai campi di prigionia e schiavitù di Boko Haram. Molte delle donne con cui abbiamo parlato erano scappate dalla foresta solo pochi giorni prima. I loro racconti testimoniano atrocità inimmaginabili, e mettono in luce le dinamiche interne dell’organizzazione terroristica che negli ultimi anni ha mietuto in assoluto il maggior numero di vittime, persino più dello Stato islamico. Ma nonostante sia così letale, se ne sa ancora molto poco.

Non è chiaro come venga diretta, quali siano i suoi obiettivi a lungo termine, chi la finanzi, come scelga cosa fare. I racconti delle donne rapite non rispondono a queste domande, ma ci avvicinano un po’ di più alla verità. E non si limitano soltanto a darci informazioni su Boko Haram. Questi racconti sono molto di più: sono testimonianze di prima mano di ciò che è accaduto a queste donne.

Ci fanno entrare nelle loro vite, che altrimenti, nonostante internet e la globalizzazione, rimarrebbero estranee e lontane da noi. Ci conducono lungo i vicoli dei loro villaggi, di cui spesso non sappiamo neanche pronunciare il nome e che sono indicati soltanto su poche mappe. Sono racconti dolorosi. Anche perché ci rivelano quanto sia ancora limitata la nostra prospettiva. Quanto sia ristretto lo spazio delle nostre percezioni. Quanto sia misera la comprensione che abbiamo di questo mondo e di questo tempo che
chiamiamo “nostro”.

Il flagello di Boko Haram finora non ha toccato l’Europa e l’America, apparentemente troppo lontane. Ma la maggior parte degli osservatori internazionali è concorde nell’affermare che un giorno questa setta attaccherà anche in Occidente. Perciò noi occidentali non dobbiamo ignorare il terrorismo di Boko Haram. Se distogliamo lo sguardo dal sangue altrui, prima o poi ci ritroveremo a fissare il nostro. E possiamo combattere con successo il terrore solo ascoltando le sue vittime: le donne.

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