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“I ragazzi della Nickel”: intervista a Colson Whitehead

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo (fonte immagine).

Colson Whitehead, insignito nel 2017 del Premio Pulitzer per la narrativa, dopo la consacrazione internazionale arrivata con La ferrovia sotterranea, è tornato in libreria con il nuovo romanzo I ragazzi della Nickel (Mondadori, 216 pagine, 18.50 euro, traduzione di Silvia Pareschi). Nel libro Whitehead ha esplorato con l’osservazione sul campo e l’immaginazione una vicenda che racconta dell’America di ieri, ma parla di un futuro di libertà ancora da conquistare.

Nel 2014 un gruppo di archeologi e antropologi forensi della University of South Florida ha riportato alla luce l’esito delle brutalità perpetrate nel cuore degli anni Sessanta presso il riformatorio Arthur G Dozier School for Boys, chiuso nel 2011, nel paesino di Marianna. Dai primi scavi, compiuti nel 2012, a oggi, nell’area circostante alla scuola, inaugurata il primo giorno del Novecento, sono state individuate oltre ottanta tombe clandestine.

Le indagini sono tuttora in corso, ma un dato è stato affermato con evidenza: la scuola, che osservava le Jim Crow Laws, divenne una colonia penale nel periodo più violento della segregazione razziale e la maggior parte delle vittime sono stati giovani afroamericani. Nella struttura c’era un luogo di ulteriore presunta rieducazione, in realtà tortura, chiamato la Casa Bianca.

Nel romanzo di Whitehead il protagonista Elwood Curtis, coinvolto dagli insegnamenti di Martin Luther King Jr. nella lunga marcia per i diritti civili, dal sogno di cambiamento della società piomba nell’incubo della Dozier School, chiamata nel libro Nickel Academy.

Whitehead, che cosa l’ha spinta a entrare nella storia della Dozier?

«L’ho fatto da artista con il senso di responsabilità di un cittadino, che ha l’esigenza di sapere la storia del proprio paese. Ho cominciato leggendo i resoconti dei sopravvissuti. Gli studenti dell’università, che hanno identificato i cadaveri mediante il Dna, sono riusciti a dare un conforto ai famigliari delle vittime in attesa di giustizia. La letteratura non può cambiare ciò che è stato o fare giustizia, ma ha il potere del racconto».

L’intera vicenda è intrisa di un senso d’impunità.

«La struttura filosofica del romanzo esplora proprio l’abuso di potere, che resta sempre sostanzialmente impunito. I miei personaggi imparano a sopravvivere. Li ritraggo nel corso degli anni, dando loro la capacità di amare sé stessi senza la ricerca della vendetta».

Ci aiuta a ricordare l’effetto culturale e sociale devastante delle Jim Crow laws?

«Sì, l’impatto è stato enorme e terribile. Dopo l’abolizione della schiavitù, il governo ha messo in essere altri strumenti di controllo e d’oppressione sulla popolazione nera come l’introduzione delle leggi Jim Crow. La sorveglianza violenta era capillare ed esasperante in ogni dettaglio della quotidianità. C’è una miniera di storie di soprusi mai emersi. Il mio mestiere consiste nello scavare, nell’immaginare e tirarle fuori. Così sono nati i miei due personaggi principali, Elwood e Turner».

Quanto sono durate in vigore?

«Le leggi Jim Crow sono esistite per un secolo dalla conclusione della Guerra civile al 1968. Erano un insieme di leggi che a livello locale e statale legalizzavano de facto la segregazione razziale. Nel 1964 il Civil Rights Act ha posto fine alle Jim Crow, ma la sopraffazione ha trovato altre strade come le persecuzioni da parte della polizia. Cambiano le leggi, ma di secolo in secolo si perpetuano le forme di supremazia sugli afroamericani».

Che cosa ha rappresentato il 1963 per gli Stati Uniti?

«Ho ambientato il romanzo in un anno fortemente simbolico, all’apice della violenza delle leggi Jim Crow e allo stesso tempo di forte speranza con il Movimento dei diritti civili. È stata un’epoca di forti contrasti tra l’ottimismo di una visione aperta e proiettata verso il futuro e la cupezza della segregazione». 

L’ascolto delle parole di Martin Luther King Jr. come influisce sul giovane Elwood?

«Elwood ascolta i discorsi di Martin Luther King Jr su un vinile. È l’unico disco che possiede ed è la stella polare che lo guida. Elwood si domanda quale strada stiano prendendo Stati Uniti: il progresso o l’arretramento? Sente di appartenere a una generazione che ha scelto di cambiare le cose. Legge, ascolta, s’informa e partecipa alle varie manifestazioni. L’attivismo e la vita stessa di Martin Luther King Jr. diventano un modello per lui».

Qual è l’eredità attuale più concreta di quella stagione?

«La verità è che oggi manca una figura in grado d’incarnare il cambiamento e coagulare le energie come è stato il reverendo King Jr., mentre la strada da percorrere è ancora lunga».

I ragazzi della Nickel come si rapporta con La ferrovia sotterranea?

«Dal mio esordio letterario non sono quasi mai rimasto nello stesso registro. Quest’ultimo romanzo rispetto alla Ferrovia sotterranea attinge più al realismo che alla fantasia».

Qual è stato l’impatto della vittoria del Premio Pulitzer?

«La questione non è diventare famoso, ma lasciare una traccia col proprio stile e con la ricerca letteraria. Di solito mi alzo alle cinque del mattino e guardandomi allo specchio penso di essere uno scrittore terribile e a come pagare il mutuo. Dopo il Pulitzer, pur svegliandomi sempre così presto, ho creduto di aver risolto il mistero della vita e ne ero felice. Il Pulitzer mi ha garantito il buonumore per un anno. Ora è finita e ho ricominciato a ricercare le parole giuste».

Che cosa ha significato Toni Morrison nel suo percorso?

«Appartengo alla generazione di scrittori che ha tratto la propria ispirazione da lei. Senza i romanzi di Morrison e la sua vita non sarei lo scrittore che sono diventato».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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