1cols

“I ragazzi della Nickel”, l’America razzista raccontata da Colson Whitehead

1cols

di Eugenio Giannetta

«Il mondo è razzista e sessista. Ci odiamo con gli altri per ragioni diverse. Io ad esempio ho l’aria di un secchione, ma anche io sono stato fermato e interrogato dalla polizia». Anche lui, sì. Colson Whitehead, lo scrittore “indagatore d’America”, come è spesso definito. Tra i più importanti autori contemporanei degli Stati Uniti. Lui che a luglio scorso era sulla copertina del Time Magazine in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo: I ragazzi della Nickel (Mondadori).

Il suo libro esce a distanza di quattrocento anni dall’avvistamento della prima nave schiavista sulle coste degli Stati Uniti, e catapulta nelle zone più buie e oscure del razzismo, caricandosi il passato sulle spalle, per portare il lettore in un presente imbarazzante.

Il luogo in cui è ambientato è realmente esistito. Siamo nel 1963, il movimento per i diritti civili sta prendendo piede. Ci sono in vigore le Jim Crow Laws, ovvero le leggi di segregazione razziale. Come spiega Whitehead, e come prima di lui aveva raccontato anche Ta-Nehisi Coates nel suo memoir Tra me e il mondo (Codice), un nero avrebbe potuto sentirsi minacciato anche solo per aver incrociato lo sguardo della persona sbagliata nel momento sbagliato. Coates raccontava della paura di perdere il proprio corpo, che l’ha accompagnato per tutta la vita, con vivi riferimenti all’uccisione di un ragazzo afroamericano a Milwaukee da parte di un agente di polizia, così come del dolore provato per la morte di Michael Brown.

Whitehead racconta invece di due adolescenti: Elwood e Turner, diversi e complementari. Elwood è un ragazzino abbandonato dai genitori e cresciuto dalla nonna, che ha assimilato tutte le massime e gli insegnamenti di Martin Luther King. Finisce alla Nickel Academy per un errore innocente e fatale. La Nickel dovrebbe essere un’istituzione, un luogo considerato esemplare per l’educazione, e invece si rivela un inferno di abusi, psicologici e fisici; chiusa nel 2010, con il ritrovamento di 55 corpi, prevalentemente afroamericani, in un campo clandestino vicino al cimitero ufficiale.

Dopo aver vinto il Pulitzer per la narrativa nel 2017 con La ferrovia sotterranea (Sur), Whitehead trova la forza per raccontare un altro pezzo della storia remota degli Stati Uniti, come spiega in occasione della presentazione del romanzo al Festivaletteratura di Mantova: «Durante la scrittura di questo libro l’emozione principale è stata la tristezza. La ferrovia sotterranea è stata è un’esperienza molto dura, sapevo di dover venire a patti con la consapevolezza di una cosa terribile, e riscoprire di essere vivo per miracolo, perché qualcuno prima di me ce l’aveva fatta. La ferrovia sotterranea sapevo sarebbe stato un libro brutale, per cui ero preparato alla tristezza che avrei dovuto affrontare con la Nickel, ma mano a mano che scrivevo, mi sono sentito sempre più depresso. Ho pensato anche ai protagonisti veri, perché volevo rendere conto di questa esperienza, ma le ultime settimane di lavoro sono state durissime, e più mi avvicinavo alla conclusione tragica, più mi sentivo debole e triste».

Il romanzo è ambientato nel 1963, «perché le leggi che limitavano la libertà delle persone di colore erano al massimo, e contemporaneamente si tratta di un periodo in cui le vecchie e le nuove forze sono messe a confronto». Elwood si sente parte di una nuova generazione che sta cambiando il mondo, mentre sua nonna, con cui è cresciuto, non aveva potuto vivere quel genere di speranza. La storia è ispirata a un luogo reale, la scuola Dozier, in Florida: «Mi sono documentato molto su Google, tramite archivi fotografici, perché non amo uscire di casa e rischiare di incontrare le persone. Una volta deciso un posto, dovevo inventarmi un personaggio, perché sono un romanziere, non un saggista. Mi piace scrivere fiction perché mi piace inventare personaggi». Così è saltato fuori Elwood: «Lui è il simbolo di tutti i ragazzi di colore che ancora oggi, in qualsiasi momento, possono essere fermati da un poliziotto e vedere la loro vita cambiare completamente, perché è sufficiente avere la pelle scura e trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, e se sfortunatamente metti la mano in tasca, rischi anche di essere ucciso, perché magari il poliziotto pensa che tu stia andando a prendere la pistola».

Il romanzo è breve, scritto con una lingua asciutta. Colson Whitehead è un narratore vicino ai protagonisti, come fosse un terzo elemento tra loro due, che si confrontano e si interrogano sulle piccole grandi riflessioni filosofiche della vita. Ed è proprio lì il cuore del romanzo: «A me piace pianificare. Alcuni scrittori aspettano la musa e vivono alla giornata, ma io vivo a New York, la musa sta in metro. Finora ho scritto libri realisti, con un narratore onnisciente, di tipo postmoderno, di genere fantastico, ma qui volevo una voce diversa, che fosse molto più vicina ai personaggi».

Come è possibile – chiede a Whitehead il moderatore dell’incontro Stas’ Gawronski – raccontare una tale violenza e leggerla senza restarne avvelenati, o senza sviluppare un razzismo di ritorno? «Nel mio libro precedente c’era un cast di personaggi importanti, e tutti erano rappresentati: schiavi, padroni, ognuno con la sua voce, potenti e deboli. Quest’ultimo romanzo si concentra invece su due ragazzini e le loro riflessioni. D’altra parte viviamo in un’epoca in cui per poter sentire la tipica voce di uno schiavista, o di un oppressore, sarebbe sufficiente scaricarsi una qualsiasi conferenza stampa di Donald Trump. Ne I ragazzi della Nickel invece mi sono concentrato sulla storia, poi è emersa ovviamente anche la politica sociale», le esplorazioni sulla razza e sul passato, l’identità, ma anche la scuola e il valore dell’educazione per migliorare la propria condizione, e per poter imparare a conoscere i propri diritti fondamentali, anche quelli solo desiderati.

Ci sarà mai fine? Ci sarà mai speranza sufficiente per poter contrastare tutto questo? «Per quanto mi riguarda non ho mai pensato di odiare qualcuno che non conosco. Con questo libro ho riscoperto i discorsi di Martin Luther King, a cui Elwood si è ispirato. Lui è ingenuo, troppo buono per essere vero. Come King. Non ne fanno più così. Io non riesco a immaginare di marciare in strada, se penso che in fondo a quella strada ci sono uomini bianchi con le spranghe e gli idranti, pronti a farmi a pezzi. King ed Elwood invece sono persone così, e noi cosa facciamo con persone di queste genere? Le assassiniamo».

A cosa serve, allora, la letteratura, di fronte a un tema così grande e devastante? «Se potessi fare un’altra cosa la farei. I miei genitori mi volevano avvocato, o veterinario, ma  a me non piacciono né gli avvocati né gli animali. Sono stato contento quando il presidente Obama ha consigliato i miei libri. Era bello avere un presidente che leggeva e sapeva leggere. Oggi si può essere invitati alla Casa Bianca solo se viene pianificata una decapitazione pubblica, ma comunque gli scrittori verrebbero dopo giornalisti e scienziati del clima. In tutto ciò, non so che ruolo può avere l’arte nella società. Io sono stato trasformato da film, musica, libri letti, da Toni Morrison a Purple Rain. L’arte ha senz’altro un potere trasformativo, ma credo che le persone che avrebbero davvero bisogno di leggere, non leggono».

Aggiungi un commento