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“Ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini: un’introduzione

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La casa editrice di Tirana Botimet Dudaj ha deciso di pubblicare in lingua albanese l’opera di Pier Paolo Pasolini. Benché in Albania siano stati pubblicati molti autori italiani, un libro di Pasolini non era mai stato tradotto prima d’ora. Né negli anni della transizione, né tanto meno prima, quando – sotto il regime di Enver Hoxha – le sue pagine e le sue poesie erano considerate frutto di “deviazionismo piccoloborghese”. Grazie all’intelligenza e all’attenzione di Arlinda Dudaj, che guida l’omonima casa editrice, viene ora colmato un vuoto. Il primo volume pubblicato è Ragazzi di vita, con il titolo Djem jete, e con la prefazione di Alessandro Leogrande. Ringraziamo l’editore per averci permesso di riproporla.

Quando nel 1955 Pier Paolo Pasolini pubblica il suo primo romanzo, Ragazzi di vita, si è trasferito a Roma solo da qualche anno. Per lui che viene dal Friuli, l’incontro con Roma costituisce la progressiva scoperta di una città-mondo sedimentata nei secoli, una città-lingua in cui immergersi, inabissarsi, per poi risalire a galla con il desiderio di raccontarla. Il desiderio di narrare Roma, la sua grazia e il suo sfacelo, la sua gente e il suo brulicare, pervade tutta l’opera dello “straniero” Pasolini (straniero sia rispetto alla metropoli, sia rispetto ai dettami ufficiali della cultura italiana dell’epoca). E la pervade fino all’ultimo, fino all’anno della sua uccisione, avvenuta esattamente vent’anni dopo, nel 1975.

Da un punto di vista letterario, Ragazzi di vita rappresenta il momento aurorale di questo desiderio di raccontare la città eterna. Ma quale Roma decide di vivere e di raccontare Pasolini? Non la Roma del centro e dei monumenti, non la Roma della politica, non la Roma della borghesia e del boom economico che incomincia a materializzarsi proprio alla metà degli anni cinquanta. Pasolini decide di narrare (dopo essersi umanamente accostato ad essa) la Roma dei margini, la Roma dei sottoproletari esclusi dalla Storia.

Ragazzi di vita racconta un universo brulicante di vita che ruota intorno al personaggio di Riccetto, un ragazzino che cresce in una borgata romana dell’epoca, tra la fine della Seconda guerra mondiale e i primi anni cinquanta, insieme ai suoi coetanei. Il mondo pasoliniano dei “ragazzi di vita” sembra essere separato da quello degli adulti e dalle loro leggi, come se un confine netto li dividesse. È un mondo che vive di vita propria, in cui il lavoro (almeno fino a un certo punto del romanzo) e i “valori borghesi” espressi dalla società dominante sono del tutto assenti. Questi ragazzi sembrano pervasi da una fame atavica, dal desiderio di vivere e succhiare quanto i brandelli della città che possono sfiorare riescano ad offrirgli. Vivono alla giornata, senza preoccuparsi del domani. Quando ci riescono, placano questa fame atavica (che sembra precedere la loro stessa venuta al mondo) organizzando dei piccoli furti, rubando ad esempio la ghisa che poi rivendono ai rigattieri e spendendo subito – immediatamente – i pochi soldi che riescono a racimolare.

Più che un mondo immorale, Pasolini ritrae un mondo amorale, premorale: del tutto innocente, anche quando appare cinico, davanti al compimento e alle conseguenze delle proprie azioni. E nel mentre lo ritrae, decide di narrarlo dal suo interno, come uno scrittore che si immerge nella materia narrata, appunto, non come un etnografo che dall’alto intenda scoprire usi e costumi di una tribù di “selvaggi”.

Come scrive lo stesso Pasolini al suo editore Livio Garzanti un anno prima dell’uscita del libro: «A rendere “prosaica e immorale” la vita di questi ragazzi (che la guerra fascista ha fatto crescere come selvaggi: analfabeti e delinquenti) è la società che al loro vitalismo reagisce ancora una volta autoritariamente imponendo la sua ideologia morale. Badi che tutto questo resta “prima” del libro: io come narratore non interferisco.»

Difatti Pasolini non interferisce mai. Al contrario, cerca di ridurre la distanza sociale e culturale tra sé e i suoi personaggi. E riesce in tale impresa non solo perché – letterariamente – sospende il giudizio. Non solo perché sa  restituire alla perfezione l’esasperato vitalismo della borgata, un vitalismo allo stesso tempo, quasi senza scissioni interne, commuovente (perché pieno di pietà) e violento (perché intriso di ferocia). Riesce nell’impresa soprattutto perché decide di scrivere il romanzo non nell’italiano standard dell’epoca, bensì in una nuova lingua che assorbe e ingloba la parlata romanesca dei suoi protagonisti.

Pasolini usa il romanesco (che a sua volta non è il romanesco di Gioachino Belli o della tradizione, ma il nuovo romanesco del dopoguerra, il nuovo slang parlato dai ragazzi di vita) non solo all’interno dei discorsi diretti, ma anche nel discorso libero indiretto, nelle sue descrizioni. Non fa quindi parlare in romanesco solo i suoi personaggi, lo adotta egli stesso come  lingua letteraria, mescolandolo all’italiano colto.

Proprio per questo motivo, Ragazzi di vita non è semplicemente un libro realista, o neorealista, che descrive dettagliatamente un mondo fino ad allora escluso dalla letteratura, dalla politica e dalla Storia. È anche un romanzo sperimentale, che adotta una nuova lingua sperimentale, come del resto avverrà anche nei suoi film. È evidente che tutto ciò è frutto di una lunga meditazione: Pasolini è convinto che questo sia il modo migliore (forse l’unico modo consentito) per restituire la lingua e la vita di quel mondo lontano da sé, ma allo stesso tempo sa perfettamente di non esserne parte. La nuova lingua letteraria di Ragazzi di vita illumina questo continuo tentativo di trovare un punto di equilibrio, esistenziale prima ancora che intellettuale.

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Il romanzo non segue un andamento lineare. Come nelle sequenze pittoriche procede per salti, per quadri successivi all’interno dei quali – ogni volta a distanza di qualche anno o di qualche mese dal quadro precedente – troviamo un Riccetto un po’ più grande di quello che abbiamo lasciato, circondato da una grande quantità di personaggi che mutano intorno a lui.

Chi oggi legge Ragazzi di vita scoprirà una Roma che non esiste più.

Non esiste più quella Roma popolare, con i suoi riti, le sue giornate, le sue leggi non scritte. Non esiste più un rapporto viscerale con le acque dei due fiumi che l’attraversano, il Tevere e l’Aniene. In tutti i capitoli di Ragazzi di vita ci sono innumerevoli scene che si svolgono lungo le sponde del fiume. Ci si immerge, si fa il bagno, ci si sfida a nuotare o a remare. Ci si insulta, si canta. Il fiume è vissuto come un corpo fluido, parte della città quanto le sue strade. All’inizio del libro, Riccetto addirittura rischia di morire nel tentativo di salvare una rondine che sta annegando nelle acque del Tevere…

Quella Roma non esiste più. O meglio, esistono ancora le periferie e le borgate, e alcune di esse vivono in una condizione di esclusione, di lontananza dal centro della città, forse persino maggiore di quella di ieri. Ma sono anche luoghi ormai profondamente mutati. Oggi che una rabbia muta, sorda, sfilacciata sembra corrodere le fondamenta della città, è difficile scorgere quella sorta di età dell’innocenza dipinta da Pasolini. A essere scomparso è proprio quello specifico universo culturale, linguistico, visuale, corporale che aveva tanto affascinato il poeta di origine friulana.

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Come detto, Ragazzi di vita non è un libro a se stante.

Pasolini racconta quella Roma specifica anche nel romanzo successivo (Una vita violenta), nelle sue poesie (da Le ceneri di Gramsci  in poi) e soprattutto nei film Accattone e Mamma Roma, tanto da formare una poliedrica produzione artistica che procede per accumulazione, per nuovi sguardi e nuove invenzioni sul medesimo oggetto. Queste opere non sono affatto separate tra loro: non si può leggere Ragazzi di vita senza avere in mente Accattone, e viceversa non si può vedere Accattone senza avere in mente Ragazzi di vita.

Tuttavia, il primo a capire, già alla metà degli anni sessanta, che il mondo dei “ragazzi di vita” stava rapidamente scomparendo è proprio Pier Paolo Pasolini. Nel 1964 scrive in Poesia in forma di rosa:

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l’Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti della Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d’anagrafe,

dall’orlo estremo di qualche età sepolta.

Negli ultimi anni di vita tale constatazione si fa più disperata. Nella fine di quel mondo culturalmente diverso e antropologicamente contrapposto ai valori, alla lingua, all’ipocrisia della borghesia italiana (che per Pasolini è sempre stata la più orrenda e la più incolta tra tutte le borghesie europee), egli intravede addirittura un “genocidio culturale”. La scomparsa di quel mondo segna la profonda “mutazione antropologica” dell’Italia intera. Il nuovo universo consumista aveva ormai colonizzato tutto, anche quei margini che un tempo aveva escluso. Quel mondo che ai tempo di Ragazzi di vita e di Accattone era ancora separato, e in grado di produrre una proprio specifica cultura, ora aveva nuovi costumi, nuovi desideri, una nuova lingua. Gli stessi diffusi dalla televisione, e dalla pubblicità.

L’Italia era ormai un paese molto meno plurale, molto meno ricco di differenze. Pasolini parla addirittura di nuovo fascismo che nasce dall’omologazione consumista. E lo dice chiaramente in uno dei suoi ultimi articoli, pubblicato sul “Corriere della Sera” l’8 ottobre del 1975, esattamente vent’anni dopo la prima edizione di Ragazzi di vita. Parlando delle borgate romane, dice che i giovani che ora ci vivono, i nuovi Riccetto e Accattone, non sono più «simpatici». «Sono tristi, nevrotici, incerti, pieni d’una ansia piccolo borghese; si vergognano di essere operai; cercano di imitare i “figli di papà”, i “farlocchi”. Sì, oggi assistiamo alla rivincita e al trionfo dei “figli di papà”. Sono essi che oggi realizzano il modello-guida.»

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Chi oggi legge Ragazzi di vita per la prima volta in lingua albanese, scoprirà innanzitutto il reperto archeologico di una Roma che non esiste più. E potrà, allo stesso tempo apprezzare il modo in cui – grazie alla traduzione di Shpetim Kelmendi – quella lingua sperimentale elaborata da Pasolini alla metà degli anni cinquanta del Novecento è stata tradotta e reinterpretata in un’altra lingua.

Ma soprattutto, credo, potrà rinvenire uno strumento utile per leggere la mutazione delle proprie città, dei loro quartieri, dei ceti sociali. Vi troverà una sorta di lente di ingrandimento in grado di illuminare – per analogia o per differenza – cosa sia avvenuto negli ultimi vent’anni, a Tirana o altrove, nel corso di una grande trasformazione.

Alla fine di questo libro, spetterà al lettore dedurre se la scomparsa del mondo dei “ragazzi di vita”, se quella “mutazione antropologica” che tanto assillava Pasolini, è un fatto che ha riguardato solo l’Italia o se, al contrario, è un fatto universale, che riguarda anche altri paesi, anche altre società, e che può essere percepito come il riflesso di uno specchio, attraverso il quale scorgere quanto è cambiato il proprio volto.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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