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“Il ragazzo che andò via”: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal romanzo di Eli Gottlieb Il ragazzo che andò via, uscito per minimum fax, che ringraziamo.

Avevo iniziato a notare qualcosa di strano nella mamma sei mesi prima, durante le giornate immobili di gennaio. Nel corso di un’ondata di gelo che aveva tinto ogni cosa del colore del fumo, i suoi vestiti si erano fatti di colpo vistosi, brillanti, come alimentati da una riserva segreta di lucentezza estiva. Malgrado fuori la temperatura fosse glaciale, le gonne si ritiravano sempre più sopra il ginocchio, e i tacchi delle scarpe si allungavano tramutandosi in zanne affilate che producevano un picchiettio militaresco sui pavimenti di casa.

Quell’inverno ero rimasto a letto con l’influenza per due settimane di fila e avevo notato che certi giorni, quando mio padre era al lavoro, lei saliva di sopra e passava un’ora a rinfrescarsi le linee del viso con la matita, e poi con mia grande sorpresa faceva un’interminabile «salto al supermercato». Scoppiava di energia nelle ore più disparate del giorno, un semplice titolo di giornale era una scintilla che accendeva una conversazione appassionata, così come lo stralcio di una canzone riprodotta dal Magnavox o l’azzurro di due ghiandaie che aveva visto litigarsi qualche seme sulla neve in cortile. A volte, saltellando allegramente, si avvicinava senza motivo e interrompeva quello che stavo facendo per chiedermi: «Allora, confettino, come andiamo?»

Col passare del tempo non avevo potuto fare a meno di notare che l’energia che traspariva dal volto di Harta e il suo ritrovato vigore coincidevano con una stanchezza sempre più profonda in mio padre Max. Mentre lei fioriva, lui avvizziva, riducendo al minimo le proprie funzioni domestiche ed evitando per quanto possibile ogni contatto con la famiglia. Al mattino, una volta indossato il completo blu, mangiava un uovo, esaminava le fruscianti pagine del New York Times, si precipitava fuori seguito da uno stravagante foulard di dopobarba e pronunciava le seguenti parole: sì, no, forse. La sera, di ritorno dal lavoro, spalancava la porta e restava malfermo sulla soglia per qualche secondo, ci osservava strizzando gli occhi, e poi in silenzio scendeva nel suo laboratorio in cantina lasciandosi dietro una nube alcolica di malto fermentato. Una sera trasferì laggiù il mobile bar. Poi fu la volta del televisore.

Per sei giorni di fila cenò lì. Mi pareva chiaro che ci fosse un collegamento fra i due diversi stati d’animo, fra il salire di un genitore e il precipitare dell’altro, come adulti in abiti formali a cavallo di un’altalena. Trascorsero diversi mesi durante i quali tenni i miei pensieri per me: osservavo e attendevo, annotavo con cura ogni minimo segnale di cambiamento e disturbo nella routine casalinga.

Più i miei quaderni si gonfiavano, più il divario fra la felicità dei miei genitori cresceva. Il sette giugno, l’ultimo giorno di scuola, il preside Davies convocò un’assemblea nell’auditorium per sancire ufficialmente il termine delle lezioni. Batté le mani, Ed Stankiewicz suonò un’aria solenne con la tromba e Peterson, il vecchio bidello, spalancò le porte d’acciaio per andare a fumarsi la millesima sigaretta della giornata. In preda allo stordimento uscii strizzando gli occhi nella luce e mi avviai lentamente verso casa.

Ero contento che la scuola fosse finita – molto contento, quasi al punto di sentirmi male – ma più che altro ero ansioso di mettere in atto il piano su cui rimuginavo da settimane. Il mattino seguente mi alzai di buon’ora, infilai in una busta della spesa tutto il materiale che avevo raccolto sorvegliando la mia famiglia nel corso di quel mezzo anno e sgattaiolai fuori dalla porta sul retro, per andare a trovare il mio amico e consigliere Derwent Prine.

Derwent e la sua famiglia abitavano sei case più in giù nella nostra stessa via, in una villetta a due piani dove l’aria aveva sempre un che di stantio. Era un odore rancido, di sconforto, di acqua stagnante in un vaso di fiori. Dato che Derwent era un genio, mi era di grande consolazione sapere che abitavamo più in alto di lui sulla collina, che eravamo più vicini al cielo, alle stelle di notte e all’occhio vispo e insolente della luna, i cui raggi erano ciglia e la cui pupilla, dura e dilatata, era un cratere grande quanto il Minnesota.

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