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Rai Tre rispiega La Pira a Renzi

di Cesare Buquicchio

Discorso sui “Millegiorni”, Camera dei Deputati, 16 settembre. Paragrafo sulla politica estera. Citazione di La Pira (“…come fare a non valorizzare la politica estera come una grande occasione per rimettere al centro il Mediterraneo? La Pira l’avrebbe definito il prolungamento del lago di Tiberiade, in un momento come questo.”) Discorso di inaugurazione della Fiera del Levante di Bari, 13 settembre. Paragrafo sui ragionieri della Ue che ci bacchettano sui conti. Citazione di La Pira (“Dopo anni di ubriacature da soluzioni tecniche e tecnocratiche è il momento che la politica torni a fare il proprio mestiere. Citando Giorgio La Pira fare politica significa la più alta forma di servizio”). Viaggio in Vitenam: citazione di La Pira. Discorso di febbraio per la prima fiducia del Governo alle Camere: citazione di La Pira.

Non passano mai più di sette giorni senza che Matteo Renzi, nei suoi viaggi e nei suoi discorsi, non citi Giorgio La Pira, illustre esponente Dc del dopoguerra, costituente, sottosegretario di Fanfani nel quinto governo De Gasperi, sindaco di Firenze tra il 1951 e il 1964 e ben avviato sulla strada della beatificazione per diventare a tutti gli effetti il “sindaco santo” come già lo chiamavano i poveri della messa di San Procolo a cui il Professore distribuiva oboli e pane benedetto. La Pira non era finito nel pantheon di Renzi nei due confronti Sky per le primarie Pd solo perché al primo giro Bersani e Vendola si erano già giocati rispettivamente un papa (Giovanni XXIII) e un cardinale (Carlo Maria Martini). Così il 39enne di Rignano sull’Arno aveva sterzato con decisione verso esteri e mondo giovanile con Nelson Mandela e la blogger tunisina Amina. Al secondo giro Renzi aveva scelto il radicamento e gli equilibri interni al partito con le citazioni di Meme Auzzi, ex segretario Ds di Firenze, e don Primo Mazzolari. Ma in compenso il premier non si stanca di inserire in tutte le sue biografie il seguente passaggio: “Nel settembre del 1999 si laurea in giurisprudenza con la tesi Firenze 1951-1956: la prima esperienza di Giorgio La Pira Sindaco di Firenze”.

Ma chi è davvero Giorgio La Pira e perché il Presidente del Consiglio lo cita in continuazione? È questa la domanda che deve aver solcato l’aria stagnante dei corridoi Rai finché le vecchie volpi del programma sulla storia della terza rete Correva l’anno non ci sono piombate sopra realizzando, autrice Vanessa Roghi, un bel documentario pronto alla bisogna. E così nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze si sono udite di nuovo le parole di quel “concreto utopista” (dall’ossimoro che dà il sottotitolo al filmato) che con Enrico Mattei e Fanfani, sconfisse l’ala liberista della Dc e contribuì a definire un modello di sviluppo fondato sull’attiva partecipazione dello Stato alla vita economica, ma lontano dalla logica assistenziale delle partecipazioni statali ereditata dal fascismo; dell’intransigente pacifista e fervente cattolico che combatté vincendo e perdendo le rispettive battaglie sull’obiezione di coscienza e sul divorzio; dell’ambasciatore di pace che, in anni di furente guerra fredda, mise a sedere allo stesso tavolo russi e americani, egiziani ed israeliani, andò a colloquio con Ho Chi Minh e cercò, fallendo, una mediazione sul Vietnam con la Casa Bianca.

Ma l’aspetto su cui insiste il documentario (che andrà in onda giovedì 2 ottobre alle 23.50 su Rai Tre) è l’impegno concretissimo per i poveri e per il lavoro in cui il siciliano tanto amato sulle rive dell’Arno faceva convergere il suo essere politico, amministratore e terziario domenicano e la sua convinzione che il dettato della giovane Costituzione, che aveva contribuito a scrivere proprio nei suoi “principi fondamentali”, trovasse una applicazione reale. E ora, si chiedono fuor di filmato gli autori di Rai Tre con l’intenzione di scrollarsi di dosso ogni sospetto di aver partecipato ad una operazione di mitopoiesi renziana, vedremo se il premier che tanto cita La Pira, è consapevole delle parole che il suo predecessore a Palazzo Vecchio affidava al saggio Le attese della povera gente: “Se io sono uomo di Stato il mio no alla disoccupazione ed al bisogno non può che significare questo: che la mia politica economica deve essere finalizzata dallo scopo dell’occupazione operaia e della eliminazione della miseria: è chiaro! Nessuna speciosa obbiezione tratta dalle c. d. «leggi economiche» può farmi deviare da questo fine. […] È il governo persuaso che la eliminazione della disoccupazione presuppone un regolamento del mercato del lavoro da operarsi mediante una pianificazione della spesa (pubblica e privata) che esso solo può compiere? […] È il governo persuaso che nessun ostacolo di natura finanziaria può e deve impedire il raggiungimento almeno graduale di questo obbiettivo? Che i «danari» in ogni. caso non possono non esistere anche se è estremamente faticoso -ed esige sforzi intellettuali, volitivi ed anche di preghiera!- il reperirli? […] È il governo persuaso che l’assunzione di questo compito nuovo e così fondamentale importa un mutamento in certo senso radicale della sua politica economica e finanziaria, interna ed internazionale? […] Ecco le domande precise che la povera gente fa al Governo: se il Governo può dare ad esse una risposta positiva allora la «crisi» sarà risolta ed il Governo -attirando sopra di sé le benedizioni della povera gente- farà come il sapiente costruttore del Vangelo: costruirà saldamente l’edificio sopra la roccia (S. Mt. VII, 24-29) 1. Se il Governo darà ad esse una risposta negativa allora la «crisi» assumerà dimensioni più vaste ed il Governo farà come lo stolto costruttore del Vangelo: costruì l’edificio sulla sabbia, venne la tempesta e vi fu grande rovina (S. Mt. VII, 24-29)”. 

A Jobs Act e “autunno caldo” l’ardua sentenza…

 

Commenti
Un commento a “Rai Tre rispiega La Pira a Renzi”
  1. Lucia Vergano scrive:

    Evviva Rai3!
    E l’autore che ci informa del programma.

    Mi pare sia ormai evidente a chiunque l’assenza di contenuti politici sedimentati dell’attuale Presidente del Consiglio e dei suoi collaboratori. Certamente, son stati compiuti passi avanti rispetto ad alcuni recenti predecessori, ma non riconosco la capacità di analisi e comprensione del reale che la contingenza (in realtà, ogni contingenza) richiederebbe. Manca progettualità.

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