still-life-with-gingerpot-mondrian

Su “Una formazione musicale” di Raimondo Iemma

still-life-with-gingerpot-mondrian

(Immagine: Piet Mondrian, Still Life with Gingerpot)

Raimondo Iemma, nato nel 1982, torinese, ha scritto un piccolo e curioso libro di poesie – il secondo suo, se si esclude la plaquette del 2005 Ultime questioni aperte (Edizioni della Meridiana). Si intitola Una formazione musicale e lo ha pubblicato il circolo culturale “Le voci della luna” dopo aver assegnato all’autore il XIX premio internazionale di poesia “Renato Giorgi”.

Tra un’ampollosa prefazione di Ivan Fedeli e un’importante quanto breve presentazione, in quarta di copertina, di Elio Pecora, Iemma registra lo stato della sua ricerca a sei anni dalla prima raccolta organica, che fu luglio nella collana “Festival” di Lampi di Stampa.

Come quel libro, anche questo esordisce coi piedi ben piantati in terra. Camminando. La seconda poesia di luglio è intitolata «Un giro che mi piace fare» e si muove tra i quartieri San Paolo e Cenisia di Torino. La prima di Una formazione musicale è in tutti i sensi una

Presa di servizio

Arrivo all’ora in cui si cena nel paese.
Per raggiungere la stanza di questi giorni
è necessario attraversare il grande atrio
vuoto di poche persone, attardarsi forse
a considerare strade e passaggi
che di fronte alla stazione convergono
nell’unica piazza, come dita in un palmo
e camminare circa la metà di un’ora
piuttosto soli nella notte scura
lasciato il mondo immobile alle spalle
in attesa di niente, scena muta.

Per lo stile di Iemma si può parlare – come fece Berardinelli per Marina Mariani – di «una  lingua comune e media, semplificata, quasi da abbecedario». Il nome di Marina Mariani non lo butto lì per caso. Ad ogni modo, è anche per ricordare la poetessa napoletana (classe 1928) vissuta e morta a Roma (il 16 febbraio del 2013) che faccio ora un esercizio comparativo.

Questa la sua poesia forse più nota: «I miei amici»

I miei amici
non mi cercano, non m’invitano a pranzo,
non mi telefonano mai;
non mi mandano auguri per Natale
ma sono miei amici.

Non mi fanno regali,
non m’aiutano a vivere
con raccomandazioni o altre cose;
ma mi aiutano a vivere
perché sono miei amici.

Noi non c’incontriamo in piscina,
non combiniamo le vacanze insieme,
non facciamo progetti di lavoro.
Non ci portiamo scambievolmente le sigarette
né la busta del latte
quando l’altro è ammalato;
non ci raccontiamo i reumi e le tasse.

Non ci facciamo carezze d’amore
né di solidarietà
né di pietà.

Pure – bisogna dar credito
al prodigio; e la geometria
non è favola –
le nostre esistenze parallele
s’incontrano in un punto
all’infinito.

E questa è «Amici tuttofare» di Raimondo Iemma:

I miei amici non sanno mai vestirsi
hanno rapporti altalenanti con le donne
lineamenti irregolari
e neppure in quanto a orari
possono essere presi a buon esempio.

Essi sono tuttavia abitudinari
fino allo sfinimento, feticisti
spesso di qualcosa, intransigenti
nella loro ingenuità. Per questo, li amo.

Come i gatti di Eliot hanno tre nomi:
quello di battesimo, un soprannome
ispirato al loro modo di stare al mondo
e un terzo appellativo, quello vero
che sapranno solo un giorno.
Quando anch’essi, come me, moriranno.

Al servizio poetico reso dal diarismo, dall’elencatorietà (talvolta) e dall’immediatezza (sempre) dei versi citati finora si attiene anche il resto del libro, la cui questione «musicale» non riguarda solo il titolo, ma è al centro della ricerca che dicevo. La musica di queste pagine sostanzialmente narrative – si tratta di prose poetiche, molti endecasillabi e più spesso versi liberi – nonostante appaia talvolta forzata non sacrifica mai il senso; ed è un senso minuto, dell’«ombra» (ne parla Pecora), dell’esistenziale quotidiano. La loro musicalità segna lo stacco principale dal libro precedente.

Il tono prosaico di quelle poesie è ora come sottoposto a critica, nel senso greco del termine, ovvero del «distinguere» e «separare» (κρίνω). Pare che il termine fosse utilizzato nell’ambito della trebbiatura; pur nel traslato, l’area semantica del nutrimento permane: qui si parla di buona poesia, e l’operazione varia nel senso che Iemma non produce scarto, ma comunicazioni alternative della malinconia delle cose. Insomma, la sostanza narrativa del libro precedente permane; l’esercizio di metrica è estratto, laddove era – ed era spesso – latente, dunque svolto in maniera più esposta, anche col rischio di produrre qua e là un effetto di filastrocca. L’approccio prosastico di luglio, Una formazione musicale lo relega (ma non scientificamente) alla manciata di prose che si alternano alle sue poesie. È la zona più debole del libro, perché troppo esplicitamente memore della lezione “didascalica” di Giampiero Neri. Certe pagine sembrano addirittura imitarlo, si prendano «Didascalia d’ufficio» (appunto) e «Esercizio», che porto ora ad esempio:

Esercizio

Il brano è stato scritto in poco tempo, più per capire che per essere eseguito. La casa è conosciuta, la chiave unica, le alterazioni limpide, dichiarate. Lo strumento non soffre, e c’è tempo, spazio per improvvisare. Ma tra i pochi accordi, tenere fissa una nota, la stessa nota a cantare non è esercizio facile, si direbbe occorra amore.

In sintesi: le prose sono impostate sull’allegoria; le poesie al limite sulla metafora, altrimenti sono aderenti al fattuale. Via indiretta e via diretta, per indicare o toccare la malinconia degli oggetti quotidiani, in ogni caso raramente nominando quella malinconia: ecco le comunicazioni alternative cui accennavo.

Per chiudere, cito una delle pagine migliori del libro. Si intitola «Il giorno che i miei si separarono» e, non so come e perché, ma la sua aria disincantata mi ricorda un racconto di Carver che ho dimenticato:

Il giorno che i miei si separarono
a dire il vero fu una finta infatti
rimasero seduti sul divano
un divano giallo di una marca nota.

Fu così che imparai la distinzione
semplice esistente tra i luoghi della
mente e lo spazio fisico dei corpi:
con mia madre che ascoltava i titoli

del telegiornale e mio padre
il silenzio di mia madre. Avevo
ventidue anni sulla dolcevita
stirata e la rubrica quasi vuota.

Il giorno che i miei si separarono
comunque non dovetti preoccuparmi
di andare a comprare il giornale perché
da qualche anno eravamo abbonati.

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
Commenti
Un commento a “Su “Una formazione musicale” di Raimondo Iemma”
  1. Numeroviola scrive:

    A me invece le prose sono piaciute particolarmente proprio perché approfondiscono allegoricamente, spiegandole, le metafore contenute nelle poesie.

Aggiungi un commento