foto 5

Fassbinder, regista dell’ambiguità

foto 5

Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

L’anno prossimo ricorrerà il settantennale della nascita di Rainer Werner Fassbinder, il più acuto e radicale dei registi del Nuovo cinema tedesco, scomparso a soli 37 anni nel 1982, a causa di una overdose di cocaina e sonniferi. Nella Germania contemporanea che, quasi ripiegata su se stessa, sembra correre all’impazzata mentre intorno l’Europa arranca, la vastissima opera di Fassbinder (oltre 40 film, 12 commedie teatrali, la serie televisiva in quattordici episodi Berliner Alexanderplatz) appare come un tizzone inattuale che cova sotto la cenere. O almeno questa è la sensazione che se ne ricava dalla mostra Fassbinder Jetz (Fassbinder Now), allestita al Filmmuseum di Francoforte, uno degli splendidi musei di Sachsenhausen che sorgono lungo il Meno.

Ore e ore di film girate in meno di quindici anni (tra il 1969 e l’anno della morte) costituiscono un flusso radicale, poliedrico, personalissimo, che indaga i grumi irrisolti delle relazioni umane e sociali, dell’odio e dell’amore, dell’esclusione e della prevaricazione, di ciò che passa per normalità e di ciò che passa per diversità. Nella mostra curata da Anna Fricke (visitabile fino al prossimo 1 giugno), alcuni frammenti di questo magma sono stati selezionati e rimescolati in sette stanze tematiche, in cui le scene dei film scorrono in loop. Più che irregimentare e quindi anestetizzare il flusso, l’idea di Fassbinder Jetz è quella di farlo scorrere con tutte le sue spigolosità e le sue irregolarità nelle stanze del museo, trasformandolo temporaneamente in una sorta di Fassbindermuseum.

Da Katzelmacher a Le lacrime amare di Petra von Kant, da Il diritto del più forte a Martha, da Rio das Mortes a Querelle de Brest Fassbinder ha raccontato innanzitutto, senza cedere al naturalismo, l’universo delle relazioni di coppia, il loro volgersi in sopraffazione dell’uno sull’altro, il loro esplodere in violenza manifesta o dissimulata, in un gioco di ruoli in cui i dominati assumono spesso le sembianze dei dominatori, e questi mostrano invece tutte le loro ciniche debolezze. Se da una parte, come disse una volta nel 1977, “la famiglia è di per sé qualcosa di disumano, innaturale” dall’altra in qualsiasi unione (eterosessuale o omosessuale che sia) si tende a riprodurre gli stessi dispositivi.

“Dispositivo” è un termine foucoltiano che sembra aleggiare costantemente alle spalle del flusso visivo. È come se, frammento dopo frammento, tassello dopo tassello, ripensando il cinema di Fassbinder ci si renda conto all’improvviso di come questa violenza originaria si codifichi in varie forme anche nei gruppi umani più ampi: tra i vincenti, come tra i loser ed emarginati di molte pellicole. In fondo, ciò in cui siamo immersi è una serie di micropoteri da cui è difficile liberarsi, specie quando si finisce per esercitarli.

Nel cinema di specchi e di rivolgimenti di Fassbinder, in cui il melodramma è spesso portato agli estremi della claustrofobia per poi saltare in aria, in cui – soprattutto in alcuni degli ultimi film – i colori in scena si caricano fino a farsi stranianti, sono queste molecole nascoste, e alle volte indicibili, a essere narrate.

Tutti hanno paura della libertà, verrebbe da dire. Quando la perseguono, se ne allontano. Quando la vedono negli altri, si spaventano. Quando si raggiunge un equilibrio nei rapporti, viene subito smarrito. Proprio perché capace di mettere in scena uno sguardo così viscerale sulle cose umane, Fassbinder è anche uno dei più acuti critici della Germania del dopoguerra e del suo ambiguo rapporto con il passato  nazista, pronto a svelare la persistenza di una sorta di continuismo fascista. Da Il matrimonio di Maria Braun a Veronika Voss, ciò che sembra ossessionarlo è la reverenza verso la gerarchia, quale unica base su cui edificare la Stato, come se la Germania democratica, immersa nel boom dopo la ricostruzione, non riesca a liberarsi della seduzione del principio di autorità, del mito di una “gerarchia buona”. Tuttavia, pur condividendo tale radicalità di sguardo con le punte più avanzate del movimento studentesco (si pensi a Rudi Dutschke), Fassbinder fu sempre molto scettico nell’assecondare possibili soluzioni “rivoluzionarie”. Il viaggio a Niklashausen è l’amara constatazione di come ogni rivoluzione tenda a ricostruire un nuovo potere, mentre La terza generazione (1979) è una delle prime e più lucide critiche del terrorismo.

Rimarrà sempre un pensatore fuori dagli schemi, prima ancora che un regista capace di girare film su film, o di imbrattare fogli e fogli di minutissime note di regia, come testimonia la stessa mostra.

Cosa resta di questo flusso di immagini prodotto incessantemente tra il 1969 e il 1982 oggi in Germania e in Europa? Uscendo dalla palazzina bianca del Filmmuseum non si può fare a meno di notare, sull’altra riva del Meno, il cuore della città finanziaria di Francoforte, con i suoi grattacieli di vetro lucido conficcati nel cielo e le gru che operano senza sosta, ridisegnando forsennatamente il cuore urbanistico dell’economia europea. Cosa resta di Fassbinder? Forse niente. O forse quell’ansia disperata di scavare sotto la superficie di ciò che luccica.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
5 Commenti a “Fassbinder, regista dell’ambiguità”
  1. Emiliano scrive:

    Salve

    segnalo un errore: si scrive Jetzt e non jetz

  2. Alessandro Leogrande scrive:

    Grazie per la segnalazione del refuso.

  3. Sergio Peter scrive:

    Per la pura visione diretta sul margine de “Il vagabondo”, per il finale capolavoro de “Perché il signor R. è diventato matto?”, per l’entrata iniziale sul baraccone del luna park in “Il diritto del più forte” (quei colori, quella musica, che anche oggi, ogni volta che vado alla fiera di Sinigaglia, penso mi sembra di essere in un film di Fassbinder, ma dov’è l’uomo senza testa?), per l’esposizione all’aperto del solitamente chiuso in Querelle de brest, e quelle gialle luce artificiose, per quella scena di nudo in Germania in autunno, per questo io ricordo Fassbinder

  4. Mariateresa scrive:

    Trovo Fassbinder (e non solo io chiaramente e per fortuna) un genio assoluto! Ma lo conoscevo pochissimo fino a quando, molto meritoriamente, Raitre trasmette suoi film nel cuore della notte. L’ultimo che ho visto è “Il fabbricatore di gattini”, incredibile analisi della società tedesca, girata da un Fassbinder 23enne e già acutissimo. Conviene farsi una pinta di caffè e vederlo (ma perché questi suoi film sono nascosti?).

  5. Lorena Melis scrive:

    I pugnali delle città finanziarie che trafiggono gli spazi delle città, e l’infinito ripetersi di uomini che lottano con le proprie invenzioni che intrappolano..Ho ancora bisogno di rincontrare tutti questi film e riflettere ancora e di nuovo su Fassbinder

Aggiungi un commento