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Fabrizia Ramondino e i misteri di Althénopis

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Questa recensione è uscita sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

Althénopis è innanzitutto la città benedetta per il gran numero dei suoi poveri. Compare quasi subito nel romanzo di Fabrizia Ramondino a cui dà il titolo, e che viene ora ristampato da Einaudi a 35 anni dalla sua prima edizione. Appare come un ventre caldo da cui si è fuggiti, ma che continua a formare e a determinare le proprie viscere, il proprio istinto, le proprie parole, i propri pensieri.

Althénopis, come scrive Fabrizia in una nota-digressione a margine di una delle prime pagine del libro, è «il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava occhio di vergine. Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (riferite anche in una novella di Mörike) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare occhio di vecchia. Alcuni letterati apologeti della nostra città accampano l’interpretazione occhio di saggio; contro questa interpretazione però si oppone da un lato la constatazione che i barlumi di saggezza sono ancora troppo tenui nella nostra città, come altrove, per essere considerati duraturi; dall’altro il dizionario tedesco stesso, dove saggio suona weise e non alt».

Althénopis esce per la prima volta nel 1981. Napoli, la città “occhio di vecchia”, è stata appena sventrata dal terremoto che segna il passaggio radicale da un’epoca all’altra, facendo quasi del tempo del dopo (il dopo-terremoto, il dopo le macerie) una condizione prolungata in cui si avviluppano regressioni pubbliche e private.

Scriveva Fabrizia Ramondino, come ricorda Silvio Perrella nella sua bella introduzione, che a differenza del dopoguerra e della Liberazione non regnava affatto l’allegria dopo il terremoto del 1980 a Napoli: «I primi mesi che lo seguirono furono come un eterno ’43, senza né fine né inizio…» È in quel contesto che Fabrizia scrive Althénopis. E nel chiamare la città con un altro nome è evidente il tentativo di porsi a qualche centimetro di distanza dalla realtà, per provare a guardare di sbieco se stessi e la propria storia. Ciò da cui si proviene.

Sino ad allora Fabrizia (nata nel 1936) aveva fatto politica più che scrivere, riuscendo a incarnare lo spirito migliore del ‘68 e del post-68 napoletano, quello meno ideologico e più attento al fare, all’incontro reale tra le persone, le classi, i generi, le generazioni, e all’utopia di trasformare ognuna di quelle relazioni.

Nel 1977 aveva scritto per Feltrinelli un’inchiesta sui disoccupati organizzati, commissionata da Goffredo Fofi, altro testo che oggi andrebbe riletto per capire origine e limiti di una stagione cruciale per la città e per il Mezzogiorno. Quattro anni dopo (ma sono quattro anni in cui, tra l’uccisione di Moro, il terrorismo, le stragi di mafia e il terremoto, l’Italia tutta è sconquassata, e ogni utopia appare una ferita aperta, se non addirittura pura illusione) aggiunge a quel “fare inchiesta” il guardare dentro se stessi della letteratura.

Ne esce un libro come Althénopis, caleidoscopio di narrazioni, e quindi persone, luoghi, fatti, aneddoti, rammemorazioni, che rivela subito la grandezza della scrittura di Fabrizia Ramondino. La sua densità, la sua ariosità, la sua visceralità, la stessa che emerge in tutti i suoi romanzi e in tutti i suoi racconti successivi.

Al centro di Althénopis si affastellano piani differenti. In tempo di guerra, la metropoli rimane sullo sfondo. Una famiglia approda in un paese della Costiera, qui chiamato Santa Maria del Mare. Quel mondo nuovo, misterioso e selvaggio che costituisce il rovescio di Althénopis, è il cuore delle reminiscenze dell’io narrante, che ricorda il suo essere stata bambina accanto a due donne fortemente segnate dalla vita: la madre e la nonna.

Lo scavo di quelle relazioni, di ciò che è infinitamente e minutamente umano al fondo di esse, un ordito femminile sovente al di qua del mondo dei maschi, è il compito che Fabrizia si dà. Come scrive a un certo punto «ognuno di noi ha un altro se stesso sepolto, che attende, con coperte faville, il suo giorno». Solo nella letteratura può essere afferrato ciò che nella politica, o in altre forme di scrittura, non può essere forse neanche sfiorato. Solo attraverso quello sguardo può emergere il peregrinare della vita.

Non solo i traumi e i lutti, ma anche gli eccessi, la gioia, l’amore. E poi i luoghi. Per Fabrizia – in Althénopis come nei romanzi e nei racconti successivi – non fanno mai da mero sfondo alla scena. Sono carne viva che entra in uno stato di simbiosi perfetta con gli uomini e le donne che li popolano. A Napoli, e altrove.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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