traversine

D’amore e traversine

traversineÈ in libreria il nuovo numero di Granta, edito da Rizzoli e diretto da Walter Siti. Di seguito pubblichiamo il racconto di Luca Rastello contenuto in questo numero dedicato a “L’invisibile“, ringraziando la rivista e l’autore.

D’amore e traversine

di Luca Rastello

Ci sono strade che le città dimenticano, passaggi e transiti nascosti negli angoli fra gli spazi di chi vive lungo i marciapiedi. Io sono uno dei custodi ma fino a poco fa non lo sapevo. Aleggiavo in una mia nuvola incerta, quasi senza memoria, mi accontentavo di una sensazione confusa, la sensazione di esserci. Stavo qui perché era naturale. Poi ho incontrato loro e in quell’incontro ho avvertito di nuovo, dopo tanto tempo, l’odore famigliare del bitume.

Mio nonno fabbricava bitume, incatramava le strade, creava l’asfalto. Aveva una piccola fabbrica laggiù, al fondo dei binari, montagne di sassolini nero-pece che ricordo come si fa con i primi ricordi, una macchina misteriosa che lui chiamava “sculacciatrice”, minacciando noi nipoti assatanati di pallone e avventure malandrine, e un’altra macchina, all’ombra di un capannone, che invece dispensava la fantasmagorica aranciata Mirinda. Le carte del Negro Treviso, imperatore da qualche parte nelle grandi foreste, maneggiate dagli adulti al fondo di serate senza fine, caldo di piazzale, fresco d’ombra di tettoia, corse sudate, un lampioncino di notte, madri e padri che parlano calmi, seduti alla tavola del capostipite, calzoni corti e maglietta di spugna, e l’odore dell’asfalto nuovo.

Che strano, quaggiù tutto questo lo avevo dimenticato.

Questa è la storia di una storia d’amore. E traversine. Non ne sono l’autore, mi sono limitato a guardare, anzi no: a vedere. Ora ho bisogno di mettere in fila le parole, proprio come le traversine lungo il sentiero di quei due, traversine senza binari, allineate in orizzontale, perpendicolari alla direzione in cui doveva correre ciò per cui furono posate. Ora stanno senza scopo lungo la linea in cui la città si nasconde a sé stessa, quel giorno lì, lungo un pomeriggio di pioggia. Pioggia arrivata e pioggia che doveva arrivare. Ma forse è oggi quel giorno, e quei due lì sono ancora a piedi saltando da legno a legno fra l’erba alta.

La storia d’amore che voglio raccontare batte un sentiero di assi marcite, residuo di una ferrovia fantasma, ma per loro è un valico. Un cancello. Prima era un sentiero di binari e treni merci. C’erano cisterne e case blu di custodi, e uomini sudati e bruciati dalla fatica, un tempo c’era un altro tempo.

Ora accade qualcosa d’altro, là sotto lungo il binario che non c’è più: un uomo e una donna, un amore, e la paura di allungare il passo nella soglia deformata di una ferrovia fantasma. Per questi due tutto è soglia, lunga quanto il tempo che una città ha impiegato per dimenticare una parte della sua ferrovia, una parte del sudore di quegli uomini bruciati. O lunga quanto il tempo in cui durerà questo oblio.

Non ricordo quando e dove l’uomo e la donna sono entrati: dovevo essere distratto, probabilmente me ne stavo abbastanza lontano da una delle porte del sentiero, assorto in qualche filo d’erba sottile come una lama. Che strano, avevo dimenticato persino per quale motivo proprio io sono stato messo a guardia di questo terrapieno infossato. È così lungo. Ricordo bene da dove poi loro sono usciti, invece: una rete verde tagliata qualche tempo prima da certi ladri di ferraglia. Ma mi chiederò a lungo per quale porta hanno avuto accesso al mio sentiero. Forse un ponte, un bivio, forse hanno scavalcato i muretti degli orti di periferia. Si vedeva che a loro i bivi piacevano, si capiva da come parlavano e da come si interrompevano, discutevano un po’, inventavano un’ipotesi. Ma poi continuavano dritti, di traversina in traversina, a costo di camminare sui rovi-serpente che a volte coprono il terreno e se nessuno guarda potrebbero inghiottirti e non restituire neanche il ricordo di quel che eri, neanche il ricordo che c’eri.

La donna è buffa, ogni tanto sbatte i piedi a terra come un clown, alza le gambe e l’uomo ride e vorrebbe abbracciarla per dirle quanto ama i suoi gesti di bambina.

Lei ha i capelli scuri e la pelle chiara, anche se è un poco abbronzata. Tiene con le mani i lembi dei suoi pantaloni troppo lunghi, scopre così le ginocchia, l’incavo del polpaccio. Lui passa davanti, taglia per lei il sentiero: sente che lei fa finta di volere una guida nell’incertezza del cammino. E trasforma il sentiero per lei, lo descrive per non farla fermare, usa le parole, racconta storie e le racconta al sentiero, e onora tutti i piccoli dèi che incontrano lungo la strada: la voce di una divinità bambina, gli spiriti dei fantasmi delle Americhe lontane, il grido d’aiuto dei tossici che si bucano tra i fiori e gli escrementi. Senza quell’uomo dalla pelle stanca e dagli occhi generosi, lei non sarebbe sul sentiero.

L’uomo ha la barba scura, qualche volta ha gesti impacciati, ma quando si mette alla guida della donna ha dentro il cuore sicurezze millenarie, di generale. Ogni passo significa “io sono con te”. Lei sorride, dentro e anche un poco fuori, vuole che lui veda il sorriso.

Guardandoli da lontano (troppo lontano, avrei voluto affiancarmi a loro sul sentiero) mi sembra di sentirli parlare di una cosa che nasce ogni volta che sono insieme. Per una frase soltanto li salverò: li ho sentiti ridere e dicevano: «Siamo un genio». Non capisco, ma capisco che si amano. Anche se non si toccano, non si baciano (sono stato attento: c’è stato solamente un abbraccio finale, con un fumo in lontananza e di nuovo la città incombente). Lui protegge, lei si fa proteggere. È il gioco antico degli uomini e delle donne, vecchio da prima che fosse vecchio il mondo. Lui la segue, segue ogni giravolta, segue anche la sua mente e lei si fa inseguire. Poche parole. Suonano a memoria, occhi chiusi, sanno improvvisare, saltano dal trapezio e la presa scatta sicura, senza bisogno di accordi, oggi questi due sanno suonare le armoniche strane del silenzio.

Il sentiero di traversine parla una lingua dei morti: è morta la città, dopo avere gridato a lungo aiuto, morta la ferrovia, sono morti i cantieri e le cisterne. È un sentiero ciclico dove l’uomo e la donna incontrano orti, fiori, fabbriche, aghi, scarpe spaiate, case di zingari, teste di bambole macchiate di nero. Assemblano e smontano. La via si apre e si chiude, con la vita, attraversa la morte e si riapre alla vita.

Devono giocarci dei bambini, si vede in certe piazzole ben nascoste dagli arbusti cresciuti a dismisura, quasi a volerle proteggere, fra gli arbusti che qui si fanno alberi: dei bambini devono giocare in questo spazio sottratto allo spazio, ogni volta che possono allontanarsi dal loro ruolo di guardie di un villaggio di tende. E infatti una voce li chiama, con timbro di bambino, ma non si vede nulla. Rabbrividiscono, allungano il passo.

Sono tende colorate, una canadese e piccoli igloo da campeggio, stinti, consumati, con panni abbandonati sulle palerie orizzontali, tende da campeggio che hanno conosciuto altri colori, ma tanto i colori non servono: qui domina l’impero del verde, del rovo, la liana metropolitana.

Questa ragazza e questo ragazzo ora credono di avere attraversato luoghi e tempi ignoti alla città che abitano. Di essere stati come James Cook alla volta della scoperta della Nuova Zelanda o come Antonio Pigafetta, criado di Magellano, durante l’esplorazione delle Filippine e come John Franklyn, governatore. Ma il sentiero di traversine è abitato, e ogni mattina lo percorrono donne e uomini, bambini, uccelli e cani, che la città è abituata a non vedere. E allora questi due? Oggi si sono amati lungo il sentiero, lungo la porta nascosta della città: questo sì, questo era imprevisto e credo non dovesse accadere. Qualcosa mi è sfuggito, probabilmente devo rimediare, non ricordo le mie consegne, ho perso tempo a guardarli. Sarà stata opera di quell’unico genio che formano quando sono in due. Sono arrivati al fondo del binario, il vecchio scalo è abbandonato, uomini assorti borbottano in rumeno, donne si scaldano al fuoco di certi grandi bidoni di latta, il piazzale è vuoto, senza le montagne di bitume, ma era proprio qui, proprio qui, sull’orizzonte c’è anche la palazzina dell’aranciata Mirinda. Mi hanno aggirato, mi hanno trascinato fin qui con i loro passi pagliacci.

Li riconosco in un verso, mi hanno eluso: “Aspettando che il cielo offuscandosi si schiarisse in un bagliore più forte si sono trovati là dove vita e morte hanno una sosta”. In questa città, mangiata da Dio, avviene solo qui, ora e per adesso, lungo il sentiero di traversine. Prima periferia a nord. Se fossi un guardiano misericordioso dovrei fulminarli qui, ora e per sempre.

© 2015 Luca Rastello

 

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