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Ratatà, un festival da preservare a ogni costo

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Macerata / RA-TA-TA. Potrebbe sembrare un’assonanza un po’ infelice dopo quel tragico fatto di cronaca che qualche mese fa ha colpito al cuore la cittadina marchigiana, come fosse il protrarsi di un’eco infausta. E invece… Ratatà è sì l’onomatopea fumettista di una mitragliata, ma simboleggia la capillare azione culturale di un festival basato su disegno, illustrazione, fumetto, street art, autoproduzione ed editoria indipendente che già da cinque anni – ogni aprile – spara proiettili caricati a salve e fatti di segni e colori in giro per Macerata arricchendone ogni angolo.

Il Ratatà è uno degli appuntamenti imperdibili per tutti gli appassionati delle arti visive: quattro giorni (12-15 aprile) di mostre ed esposizioni di importanti artisti internazionali dislocate in varie location della città e una mostra-mercato dove trovare il meglio dell’autoproduzione artistica italiana e non solo. Il suo valore aggiunto è proprio quello di far “vivere” la città: artisti provenienti da tutto il mondo e un pubblico attento e curioso invadono le vie di Macerata alla ricerca delle varie inaugurazioni e presentazioni con tanto di concerti serali.

La scorsa edizione, tanto per fare due nomi, in mostra c’erano il canadese Jesse Jacobs – uno dei più importanti fumettisti contemporanei – e il “nostro” indimenticato Professor Bad Trip.

Oltre allo spessore artistico elevato, l’atmosfera che si respira è quella di inclusività, divertimento, libertà, accoglienza, solidarietà. Insomma, un progetto culturale che non può far che bene a una città e a una comunità che negli ultimi anni sono state colpite da un catastrofico terremoto e da quel recente, tragico e disumano fatto di cronaca. E invece, anche quest’anno, Comune e Istituzioni sembrano essere quasi diffidenti, o indifferenti. Questo minaccia prepotentemente il futuro del festival, cresciuto così tanto da non poter contare più soltanto sui sacrifici di poche persone. Ne ho parlato proprio con il team di persone che sta dietro al Ratatà, che hanno risposto come un’unica voce alle domande sul rapporto festival/città.

Come ogni anno è partita la raccolti fondi sulla piattaforma online ulule, l’unico modo per far sopravvivere il Ratatà: per contribuire basta veramente poco.

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Che cos’è Ratatà, e perché questo nome?

È una performance di body art estrema e collettiva travestita da festival di disegno, illustrazione, fumetto, editoria indipendente. Il nome è un gioco. Rata è l’abbreviazione di “Macerata”, usata soprattutto in ambito campanilistico calcistico; a farla diventare onomatopea fumettistica di una mitragliata, quasi a precorrere i drammatici tempi che stiamo vivendo, ci vuole poco; “Ratatà”, in questo gioco di accostamenti evoca, infine, l’immagine di un ratto pistolero, cugino di campagna del ben più famoso ed abusato Mikey Mouse americano. A ben pensarci il nome Ratatà prende spunto da tante cose che non ci piacciono e le eleva, depravandole.

Quante persone lavorano al festival, e perché è nato?

Il gruppo di lavoro che segue la creazione del festival è di circa una decina di persone, tutti inseriti, in un modo o nell’altro nel panorama artistico e culturale locale e nazionale.

Questa conformazione ha portato da una parte all’ideazione di un evento che risente dei differenti linguaggi e gusti dei singoli, dall’altra ad avere una maggiore attenzione nei confronti degli artisti, amici e colleghi, che invitiamo.

L’idea di organizzare un festival dedicato al mondo dell’editoria indipendente è venuta a Lisa Gelli nel 2013, da poco sbarcata in città ma sin da subito attivissima con i principali promotori culturali locali; in collaborazione con la compagnia di teatro contemporaneo Teatro Rebis, che aveva vinto un bando regionale per il 2014 atto all’organizzazione di eventi culturali nella provincia di Macerata, si è deciso di utilizzare una piccola parte di quei fondi per tentare un primo timido esperimento di festival, che convogliasse vari aspetti degli eventi nazionali a cui eravamo più legati, dal Crack al Bilbolbul e li ritraducesse all’interno della nostra realtà.

Perché sia nato, poi, è molto semplice. A Macerata esiste un’Accademia di Belle Arti, una buonissima scuola di illustrazione, un’Università umanistica antichissima, ma manca quasi totalmente una connessione con la contemporaneità, con il ribollire artistico ed umano nazionale ed internazionale dei movimenti che nascono dal basso, con una propensione artistica del “fare”, in favore purtroppo di una gestione culturale di “rappresentanza”. O meglio, ci è sempre sembrato di percepire dei guizzi nascosti, dei pensieri sottesi, delle genialità isolate ma appannate da quella sovrastruttura di finta pacatezza, di annebbiamento di speranze e di disabitudine al volo così tipiche della provincia.

Cercare di creare un luogo di confronto e di dialogo, per lo meno per quello che riguarda un’aspetto delle arti visive contemporanee, per dare un po’ di ossigeno a tante creatività isolate e far entrare un pezzetto di mondo fra le mura maceratesi è fra i principali motivi che ci ha fatto iniziare.

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Quest’anno il festival giunge alla sua quinta edizione: pensavate potesse crescere così tanto?

Diciamo che l’esperienza del Ratatà è un po’ come una storia d’amore incosciente, furibonda, appassionatissima. All’inizio forse, pensavamo dovesse durare in eterno e crescere sempre. Adesso ci troviamo più nella condizione in cui dobbiamo capire se troncare questa storia o se trasformarla in qualcos’altro.

Tornando alla domanda, non ci siamo mai posti realmente questo problema, abbiamo sempre vissuto il festival in modo travolgente, cercando di metterci dentro tutte le cose che incontravamo per strada, di cui ci innamoravamo, esperimenti folli e senza futuro, con un’attitudine più poetica che razionale.

E adesso dobbiamo fare i conti con questa nostra incapacità ad essere razionali [sorriso amaro].

Il Ratatà ha sempre ospitato il meglio del panorama artistico italiano (quello legato all’autoproduzione, al fumetto, all’ illustrazione, all’editoria indipendente e alla street art), ma soprattutto ha sempre ospitato mostre prestigiose di autori anche internazionali. Ci puoi anticipare qualcosa del programma dell’edizione che inizierà tra poco più di un mese?

Anche quest’anno abbiamo numerose cose belle in programma, nonostante le varie difficoltà organizzative, dal buco nero che è stato il febbraio maceratese, dalla difficoltà pregressa a rapportarci nella logistica con le autorità locali.

L’evento forse più importante è la grande retrospettiva dell’artista spagnolo Isidro Ferrer, che stiamo costruendo da ben due anni, ed in cui saranno esposte molte delle sue “creature”, i suoi sketchbook originali, i materiali di gran parte dei suoi libri. L’autore sarà inoltre presente al festival e terrà un workshop in cui insegnerà a “pensare con le mani”.

Un’altra mostra su cui stiamo puntando molto è Autodafè, una collettiva prodotta e curata dal festival stesso in cui esporranno sei artisti ed un collettivo, tutti di estrazione culturale differente, che nasce dall’esigenza politica di far incontrare autori che vengono da più luoghi del mondo in una ipotetica processione di asini, di gente che platonicamente “sa di non sapere” e per questo vuole “conoscere se stessa”, e con se stessa conoscere l’altro.

Gli artisti in mostra sono: Marco Wagner, Nicolas Zouliamis; Serena Zanardi, Mohammad Barrangi, Luca Poncetta, Insu Lee, Ufficio Misteri.

Altra mostra importante è quella dell’autore franco-brasiliano Matthias Lehmann, in collaborazione con 001 edizioni, Bilbolbul, l’istituto Francese di Roma, e per cui abbiamo vinto il bando Nuovi Mecenati, in cui presenteremo il suo nuovo libro, Les Larmes d’Ezechiel.

Avremo poi una selezione vasta di autori italiani e stranieri, in circa una trentina di esposizioni in giro per la città, fra i quali cito Ratigher, Felipe Almendros, Noemi Vola, Fontanesi, Enrico Pantani, Giulia Conoscenti, Gio Pastori, una mostra sui 10 anni di Strane Dizioni, e molte molte altre.

Un altro progetto su cui puntiamo è la Paratatà, una parata di piazza, prevista per il sabato del festival, che nasce da una serie di workshop a cura di Ruggero Asnago, Guerrilla Spam, Lara Caputo e Riciclato Circo Musicale, che stiamo attivando con la popolazione, con richiedenti asilo, con bambini e circoli culturali della zona, con la finalità, anche dopo gli eventi maceratesi di febbraio, di scendere in piazza e sulle strade in modo creativo e gioioso.

Seguendoci sulle nostre pagine web, o Facebook troverete tutte le novità e gli aggiornamenti relativi alle varie attività in programma (mostra mercato, concerti, feste, workshop, incontri).

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Ci parli della raccolta dei fondi?

La raccolta fondi sulla piattaforma Ulule è stato sin dal secondo anno un passaggio obbligato per avere dei fondi immediati per pagare le spese vive del festival, dalle spedizioni delle opere degli artisti, al loro stesso viaggio ed ospitalità, dalle spese per gli allestimenti a tutte quelle piccole e grandi contingenze che l’organizzazione di un simile evento richiede.

I fondi pubblici sono stati sempre molto esigui, e soprattutto, per strane meccaniche oscure, ci sono sempre arrivati l’anno successivo rispetto al festival di riferimento!

Ci siamo spesso interrogati se fare una campagna di crowdfunding anche per questa quinta edizione perché crediamo che una proposta culturale di così alto livello come quella che cerchiamo di proporre debba essere finanziata pubblicamente e sia accessibile a tutti.

Purtroppo e per fortuna, mantenere una totale indipendenza nella direzione artistica ci rende spesso soggetti a sterili polemiche e facili strumentalizzazioni, ma finché non verrà ufficialmente riconosciuto il valore del nostro festival come agitatore culturale importante sul territorio, saremo costretti ad andare avanti con i pochi mezzi che abbiamo con la consapevolezza che tutto il nostro lavoro si basa sul rapporto di stima e rispetto verso gli artisti che invitiamo e sulla generosità ci chi sostiene il nostro progetto attraverso il crowdfunding e la partecipazione attiva.

Il Ratatà è uno dei festival di autoproduzione più importanti e meglio riusciti di tutta Italia. Il valore aggiunto è proprio quello vivere e far vivere la città, con mostre ed eventi dislocati qua e là. Macerata e i suoi abitanti, come hanno accolto e come vivono il festival in tutti questi anni?

Sin da subito ci è sembrato importante che il festival non si chiudesse in uno spazio protetto ma riuscisse ad entrare in contatto con i flussi e riflussi cittadini. Credo che ci siamo riusciti dalla sua terza edizione, essendo state le nostre prime sortite molto timide.

Col tempo siamo riusciti a costruire un bel dialogo con molte associazioni, cittadini, negozianti, studenti che ci supportano e ci seguono dandoci la forza, il sostegno e la motivazione di continuare.

Non è facile, tuttavia, avere una relazione sempre positiva con tutti i maceratesi, proprio perchè di base proponiamo qualcosa che non conoscono, un mondo variopinto e “casciarone” che spesso crea o indifferenza o paura. Per cui ogni anno ci dobbiamo scontrare con chiusure varie con spazi privati e pubblici che ci vengono tolti, sfiducia nelle micro-sponsorizzazioni che chiediamo, scarsa visibilità nella stampa locale, etc etc.

Come si pongono Comune e istituzioni nei confronti del Ratatà?

Diffidenza ci sembra la parola più azzeccata. A parte varie pacche sulle spalle, riconoscimenti per il valore del lavoro che svolgiamo, incitamenti a continuare, ma sempre in privato, non hanno mai sostenuto pubblicamente ed in modo energico il festival. Penso un po’ perchè siamo incontrollabili, perchè i nostri contenuti, se pur trattati con la leggerezza e l’ironia dei nostri linguaggi, rimangono avulsi dal sostrato di borghese pacatezza della provincia.

Un maggiore riconoscimento economico, un’apertura maggiore degli spazi maceratesi, la possibilità di creare un’interfaccia più solida ed a lungo termine per poter progettare in modo reale il festival, dovrebbero essere la naturale evoluzione del lavoro che abbiamo svolto per la città ed i cittadini in questi anni.

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Ricordo che l’anno scorso ci sono state un po’ di polemiche alla fine del festival. Avete addirittura dovuto imbiancare le pareti sulle quali per l’occasione erano state dipinte opere di street art. Che cosa è successo?

In linea totale con la banalità che contraddistingue la dialettica politica di questo momento storico, alcuni esponenti dell’opposizione hanno utilizzato alcune pareti dipinte in modo TOTALMENTE GRATUITO e previo permesso da parte delle autorità, da alcuni nostri ospiti, come punto per attaccare l’amministrazione sul suo operato.

Noi siamo finiti in mezzo questa diatriba che è durata per varie settimane, fomentata dal giornalettismo locale, nonostante due giorni dopo la fine del festival avessimo già rimbiancato la parete galeotta.

La cosa più grave di questa vicenda è che la stampa locale ha parlato del festival solo riguardo questo fatto, nonostante i nomi enormi che abbiamo portato, l’incredibile e ben visibile successo di pubblico, la qualità in generale dell’evento, riconosciuta da tanta stampa nazionale di settore e non.

Prima il terremoto, poi i tragici fatti di cronaca di poco tempo fa, i colpi di pistola sparati verso gente di colore… una citta fin troppo colpita da eventi catastrofici e negativi. Quanto questi aspetti hanno influenzato e influenzano il vostro operato? E quanto, invece, può far bene a Macerata un festival come il Ratatà?

Abbiamo sempre cercato di riflettere su ciò che ci accade attorno. Mai con campanilismo e auto-referenzialità, ma inserendo la storia del nostro territorio all’interno di un panorama socio-culturale più ampio. I vari fatti di questi ultimi anni sono sono sempre entrati all’interno della creazione più concettuale e tematica del festival: se però il terremoto, con tutto ciò che la sua idea si porta dietro, creava un ambiente solidale in cui lavorare, un senso di civile unione umana colpita dal comune destino, i fatti di quest’anno hanno invece incrinato certi rapporti umani e politici all’interno del nostro ambiente.

La paura dell’immigrato, del diverso, la sfiducia in chi lavora nel sociale, il linguaggio politico intriso di rancori personali e violenza, una città spaccata e timorosa nell’intimo, sicuramente non creano i presupposti per la creazione di un festival gioioso.

Contro questa tendenza però penso sia importante per la città un evento come Ratatà, che propone una pluralità di linguaggi, un confronto forzato ma non violento con la diversità, una visione della cultura popolare come cosa che si deve creare, contaminare, trasformare e non difendere.

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In fin dei conti l’autoproduzione artistica è forse la massima espressione culturale della libertà. E il Ratatà ha il merito di farla respirare e vivere in ogni anfratto della città. Fate questo da ben 5 anni. Come percepite lo stato attuale dell’autoproduzione (in tutte le sue forme: fumetto, illustrazione, editoria, street art…) in Italia, sia da un punto di vista qualitativo sia da quello quantitativo? E il suo rapporto con le istituzioni anche a livello nazionale è migliorato oppure c’è ancora molto da lavorare?

Abbiamo l’impressione  che le produzioni indipendenti stiano valicando quel confine di auto-referenzialità e sotteraneità che le contraddicevano. Grazie anche ad un confronto più ampio con realtà internazionali ed una maggiore facilità di dialogo fra gli autori, la qualità e la varietà delle autoproduzioni stanno crescendo esponenzialmente: un dato molto interessante è il sempre maggior numero di giovani e giovanissimi che utilizzano l’autoproduzione per il piacere ed il bisogno di disegnare lavorare comunicare, al di la del mero ingaggio economico: una comunità creativa che ritorna in modo consapevole all’utilizzo delle mani e del sapere artigiano, alternando ad un sistema editore/curatore/galleria/museo (che comunque non viene negato), un approccio più libero ed agile.

Negli ultimi anni in Italia è stato tutto un proliferare di festival dedicati all’autoproduzione artistica, soprattutto legata al fumetto e all’illustrazione, creando così una rete che sembra non possa fare altro che bene. Qual è il vostro pensiero al riguardo?

Sinceramente troviamo molto interessante questa cosa! Ci piace molto che fenomeni che nascono nelle grandi città, arrivino nelle province, che vengano decentralizzati e redistribuiti i motori di produzione e fruizione artistica, che si ridisegnino nuovi paesaggi culturali.

Speriamo solo non sia una moda passeggera, un propagarsi centrifugo di un contenuto che parte dai grandi centri culturali per arrivare nelle periferie, ma un reale ritorno delle intelligenze nelle provincie.

Infine: elencateci 5 motivi per i quali partecipare alla raccolta fondi e venire a Macerata durante il festival.

  • Ci sono mostre bellissime!
  • Incontrerete persone bellissime!
  • Il festival può esistere solo se è espressione creativa e caotica di una comunità
  • Supererete i labili confini fra piacere e godimento.

Mai rimandare all’anno prossimo quello che dovreste assolutamente fare questo anno, anche perchè chissà se il prossimo anno ci saremo noi, ci sarete voi, ci sarà ‘sto mondo!

Nasce a Livorno nel ’77. Da un po’ di anni vive a Roma. Giornalista-grafico editoriale. Scrive di musica, fumetti e altro (Mucchio, Prismo, The Towner, Dailybest, Rockit, Sentireascoltare…). Ha curato il libro Tiamottì (Arcana, 2010). È l’ideatore di This Is Not A Love Song, progetto editoriale che unisce illustrazione e canzoni d’amore. Gli manca il mare e vorrebbe che l’estate durasse 12 mesi.
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Un commento a “Ratatà, un festival da preservare a ogni costo”
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  1. […] sarebbero tante altre cose da dire su Ratatà ma molte sono già state dette in questa intervista agli organizzatori a cura di Andrea Provinciali, pubblicata su Minima & Moralia qualche giorno […]



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