gervinho

Razzismo soft

gervinho

Dato che in Italia neanche la Lega ammette di essere razzista diventa sempre un po’ spiacevole parlare di come vecchi pregiudizi e stereotipi facciano ancora parte della nostra cultura. Se nessuno è razzista è difficile anche parlare di quella forma soft di razzismo, senza ideali, più simile a una specie di maleducazione sociale che alla violenza che mentalmente colleghiamo al razzismo. Il calcio è una parte importante della mia vita per cui è normale che molte mie riflessioni passino attraverso il calcio, e ultimamente per due casi diversi mi è capitato di chiedermi se si trattasse di razzismo. Ma le persone intorno a me (cioè sui social) hanno mostrato più di una resistenza al riguardo, cosa che mi ha fatto pensare che magari erano casi interessanti.

comics

Chiamare Gervinho “La Freccia Nera” è razzista?

Per il soprannome di Gervinho “La Freccia Nera” la principale obiezione consiste nel fatto che esiste un libro con questo titolo. The Black Arrow è un romanzo di avventure di Robert Louis Stevenson, pubblicato nel 1888 e ambientato nel XV secolo. Adesso, non è importante sapere chi per primo ha pensato di usare il libro di Stevenson per Gervinho, ma credo di poter dire che chiunque esso sia avrà pensato si trattasse persino di un onore per Gervinho, che venisse usato un riferimento “alto” e lontano nel tempo, classico. Personalmente non ho letto il romanzo e di questo mi scuso, ma al giorno d’oggi non è molto difficile farsi un’idea di cosa parla un romanzo che non hai il tempo e la voglia di leggere. Così ho scoperto (dopo una ricerca durata all’incirca tre minuti passando dalla pagina Wikipedia italiana a quella inglese) che “La Freccia Nera” parla dell’omonima banda di fuorilegge buoni in contrasto con il nobile di zona, e della personal vendetta del protagonista Richard Shelton, a cui hanno ucciso il padre. La banda è chiamata così perché usa, in effetti, delle frecce nere per consegnare il proprio messaggio di morte. C’è anche una storia d’amore. Dal libro è stato tratto uno sceneggiato degli anni sessanta e una miniserie con Martina Stella e Riccardo Scamarcio nel 2006 (come i critici più attenti mi hanno fatto saggiamente notare).

freccianera

Magari il soprannome lo può capire davvero solo chi ha letto tutto il libro, o magari c’entra in qualche modo Scamarcio, ma messa così sembrerebbe che niente nel romanzo di Robert Luis Stevenson possa spiegare perché il suo titolo viene usato come soprannome per Gervinho. Il libro non c’entra niente con quel soprannome, se non per il suo titolo; quello che importa non è nel libro ma nel titolo. Se, ad esempio, personaggi e trama fossero stati gli stessi ma i banditi al posto di frecce nere avessero usato frecce rosa, il soprannome di Gervinho sarebbe stato “La Freccia Rosa”?

In realtà non è così difficile capire il senso del soprannome. Gervinho è una “freccia” perché è veloce ed è una freccia “nera” perché, be’, Gervinho è nero. O meglio, la pelle di Gervinho è di quella tonalità che genericamente facciamo rientrare nella definizione di “nera”. C’è una teoria secondo la quale il soprannome derivi dal famoso treno ultrarapido che collega ad esempio Roma e Milano nell’intervallo di tempo necessario a un manager per rispondere alle prime mail del mattino. Anche in questo caso cambierebbe poco, lo slittamento cromatico del Freccia Rossa che diventa “Il Freccia Nera” si spiega con la stessa ragione: perché il colore della pelle di Gervinho è nero.

blackarrow

Non c’è niente di offensivo nella semplice constatazione che Gervinho, nato e cresciuto in Costa d’Avorio, Africa, sia nero. Se, mettiamo, Gervinho avesse sventato una rapina in banca e poi se ne fosse andato per non attirare troppo l’attenzione su di sé, e i testimoni della banca non sapessero chi era veramente quel ragazzo africano che li ha salvati, probabilmente lo descriverebbero a media e polizia come un ragazzo africano con la pelle nera eccetera eccetera (qualcuno mi ha fatto notare questa cosa tirando in ballo il concetto di Master Status). Il punto però è che in questo caso, nel caso di un soprannome, non c’è nessun motivo per specificare il colore della pelle dell’uomo a cui si riferisce. Che nel soprannome non ci sia niente di apparentemente negativo (a chi non piacerebbe essere chiamato “freccia”?) giustifica la gratuità del fatto che il soprannome oltre a dirci che quel giocatore è famoso per essere veloce é anche nero?

I soprannomi sono stupidi, spesso offensivi, e il calcio ha una discreta tradizione di soprannomi che indicano la razza o la provenienza geografica di un giocatore. Nedved era “La Furia Ceca” e Shevchenko “Il Vento dell’Est”. Sempre per restare in ambito milanista, Ruud Gullit, in quanto olandese di origine africana, era “Il Tulipano Nero” (Carlo Pellegatti, storico commentatore milanista, ha una discreta collezione di soprannomi passati e recenti e il colore della pelle sembra ispirarlo spesso, anche ad esempio per “Raggio di Luna” Martin Laursen). Quindi ok, per gli amanti del genere stiamo perdendo tempo, anche se non mi sembra che una tradizione discutibile spieghi interamente le ragioni del caso.

Quello che trovo interessante è che il cervello della persona che ha scelto un soprannome per Gervinho basandosi sulla sua caratteristica atletica più evidente, la velocità, sia andata a scovare, tra tutte le possibilità a disposizione, il titolo di un libro del XIX secolo che abbinasse all’idea di velocità anche il fatto che Gervinho è nero. E questa cosa non sarebbe sbagliata solo in un multiverso in cui il razzismo non è mai esistito e non è una cosa con cui abbiamo ancora a che fare. In questo multiverso dire che il razzismo non c’entra niente mi sembra quanto meno ingenuo. Io sono un bianco italiano e posso solo ragionare da bianco italiano, in un contesto, cioè, in cui quella nera è una minoranza.

Ridere guardando la foto di Joseph Minala è razzista?

Poi c’è il caso di Minala. Che presenterei così: qualcuno scatta una foto a un giocatore africano della Primavera della Lazio, il giocatore sembra più anziano rispetto alla sua età ufficiale e l’ambiente teme di trovarsi di fronte a un altro caso di falsificazione dell’identità come è successo in passato con Taribo West o con Eriberto/Luciano (e se vogliamo anche di Recoba). Un’accusa seria alle società che lo hanno tesserato ufficializzando quell’età per un loro interesse e a un sistema cinico pronto a fare letteralmente carte false pur di ottenere dei risultati.

Dettagli fondamentali: la foto in questione è scattata in uno spogliatoio con le pareti piastrellate, è mezza sfocata e non si capisce dove abbiano trovato un apparecchio a così scarsa definizione. Il che giustifica in parte, secondo me, la nostra reazione. Lo squallore che fa da contorno alla foto autorizza ad abbassare qualsiasi tipo di riguardo che avremmo avuto se si fosse trattato, ad es., di un’inquadratura Sky di Minala nello spogliatoio della Lazio prima di una partita di Serie A. E poi la foto ci è stata proposta contestualizzata dall’inizio, almeno io, cioè, non l’ho mai vista senza una didascalia che dicesse: «Cioè, questo ha diciassette anni?». Da subito attaccata alla foto c’era la questione dell’età falsa, anzi era data quasi per scontata.

Ma Joseph Minala non sembra più grande rispetto ai suoi coetanei (tipo Romelu Lukaku da piccolo) che non compaiono nella foto. Anche se guardiamo al suo corpo, non è che sembri proprio quello di un uomo. Joseph Minala sembra più grande perché ha la faccia da vecchio.E, dato che è africano, deve aver falsificato la sua età.

fb

A me non interessa distinguere tra media e gente comune perché sul piano della riflessione collettiva la questione non cambia, siamo di fronte a una “possibile” notizia diffusa e accolta con una leggerezza significativa. Certo, è grave che giornali e giornalisti abbiano cavalcato l’onda senza pensare ai significati, è meschino schermarsi dietro “l’ironia del web” costruendo titoli in cui le difese ufficiali di una società quotata in borsa è messa sullo stesso piano di una foto con Di Natale in cui “Di Natale vicino a lui sembra un ragazzino”, ma lo stato del giornalismo sportivo in Italia mi interessa meno dello stato degli italiani, o del mio. Perché, va detto, a primo impatto ho riso anch’io. Di fronte a quella foto, presentata in quel modo, ho pensato che fossero tutti stupidi tranne me (e quanti come me stavano ridendo di fronte a quella foto). Perché la comicità stava nel pensiero: «Come hanno fatto a cascarci?».

Se avessimo ragionato avremmo pensato che in effetti c’era gente che vedeva quella faccia tutti i giorni e a cui non sembrava strano pensare che Minala avesse diciassette anni. A quanti professionisti, anzi, dovevano essere così in in malafede da rischiare il lavoro, o peggio, fingendo che Minala non avesse diciassette anni. A quanti delle istituzioni calcistiche avevano visto Minala senza aprire nessuna inchiesta. Poi è arrivata la notizia che Minala in realtà ha quarantadue anni, e a quel punto Minola era già diventato un meme. Di fronte a questo senso dell’ironia molto contemporaneo c’è poco da fare, e anche la semplice osservazione: «Ma a quarantadue anni come fa ad allenarsi ogni giorno e giocare con ragazzi di diciassette?» rischia di cadere nel vuoto. Per via di un paio di casi passati sappiamo che i calciatori africani (e non solo, ma sopratutto africani) possono avere dei documenti falsi. E poi evidentemente non abbiamo idea di come possa invecchiare la faccia o il corpo di un africano, per cui sì, magari un africano a quarant’anni ha il fisico di un atleta europeo di diciassette.

Il “caso Minala” resterà tale, dato che l’unica prova possibile è quel passaporto che con i poteri del calcio e la burocrazia africana (mettendo da parte il fatto che alcuni paesi africani sono meno corrotti dell’Italia) si presuppone sia facile da falsificare. Certo, non ci saranno conseguenze reali per la Lazio, ma anche dopo la smentita ufficiale abbiamo continuato a ridere con le foto di Minala a cavallo del Muro di Berlino. L’aspetto “serio” della vicenda (proprio come la citazione del libro di Stevenson per Gervinho) era una scusa. Anche quei dubbi che ci sembravano così legittimi considerando i casi passati, a guardarli bene non sono così legittimi. Si basavano su una foto sfocata, e sulla faccia di uno sconosciuto che per motivi a noi sconosciuti non corrispondeva alla nostra idea di faccia di un diciassettenne.

Che percentuale dell’ironia contemporanea, sopratutto quando si parla di calcio, si rifà a stereotipi razziali, sessisti o discriminatori in generale? Sopratutto, quanto diventiamo stupidi o insensibili o volutamente superficiali quando ridiamo a questo genere di battute? E quanto tutto questo è dovuto ai pregiudizi nostri e della società in cui viviamo? In questo caso abbiamo pensato una cosa assurda come il fatto che un quarantenne potesse camuffarsi e fare la vita di un diciassettenne, e lo abbiamo pensato perché quel quarantudenne era camerounense e perché la sua faccia sembrava più vecchia.

Adesso l’agente di Joseph Minala, ma anche Lotito (che come molti tifosi ne fa, non a torto, anche una questione di pregiudizio anti-laziale) hanno detto che Joseph Minala può sembrare più vecchio perché ha avuto un’infanzia difficile e «Noi dimentichiamo le difficoltà attraverso cui quelli come lui devono passare». In questo caso non siamo stati solo stupidi nel credere che un calciatore africano avesse falsificato la sua età togliendosi venticinque anni, ma siamo stati anche crudeli nel non pensare che quel calciatore africano fosse una persona con una sua storia magari più tragica che comica.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
9 Commenti a “Razzismo soft”
  1. Frederic scrive:

    Chiamare Gervinho “La Freccia Nera” è razzista? Se prendiamo la definizione di razzismo di Wikipedia (perché quella di più facile accesso) allora secondo me no, non è razzista, in quanto di per sé non esprime un giudizio di valore su Gervinho perché nero, ma per le sue qualità individuali, in questo caso la velocità; e questo lo hai espresso chiaramente anche te.
    Tuttavia non penso nemmeno che la scelta di “Freccia Nera” invece che di un qualsiasi altro soprannome senza connotazioni etniche sia di per sé razzista. Credo si tratti del prodotto di un connubio fra un nome conosciuto a molti, “La Freccia Nera” (nemmeno io ho mai letto il libro di Stevenson, ma lo conosco e so cos’è), ed una constatazione del colore della pelle di Gervinho secondo me assolutamente neutra.
    Magari se il tizio che ha trovato questo soprannome invece non ci avesse mai pensato Gervinho ora sarebbe chiamato con qualche altro sobriquet non-razzista tipo “Ferrarinho” o chessòio. Magari se non avesse iniziato ad indossare la fascia non si sarebbe sentito il bisogno di trovargli un altro soprannome perchè lo staremo ancora chiamando “Er Tendina”.
    Certo si tratta di un nome che attribuisce importanza al colore della sua pelle, ma ciò di per sé non è razzista poiché non discrimina e non giudica, prende semplicemente atto di una diversità che c’è ed è innegabile.
    Comunque i tag sotto l’articolo “Riccardo Scamarcio” e” Martina Stella” me fanno morì. :)

  2. Onorch scrive:

    Mi pare prenda spunto da un fatto molto interessante (la lega nord sedicente non razzista) ma poi usi esempi poco calzanti. Il commento lasciato da un lettore mi pare appropriato. Seguendo quest’onda di buonismo inutile anche Achille piè veloce è offensivo in quanto il famoso tallone proprio del piede è parte. Il mondo della tifoseria del calcio è razzista e numerosi ammonimenti sono stati fatti a riguardo e lungi da me dire che l’inquadramento di una persona, anche paradossalmente in termini positivi, non avvenga utilizzando la provenienza come fattore discriminante; ciò nonostante ritengo che sarebbe stato razzista chiamarlo “la freccia negra” data l’accezione tipicamente negativa con cui il termine negro viene utilizzato. Ma forse il vero razzismo sta nel fatto che sia chiamato freccia, perché si sa che i negri corrono veloci. Perché forse è vero.

  3. Paolo1984 scrive:

    sono d’accordo con frederic, direi

  4. #...# scrive:

    mi unisco anch’io nel dire che nel primo caso non si tratta di razzismo. Non c’è il razzismo discriminante e spregiativo e non c’è neanche quello più nascosto, che vorrebbe esaltare, usando però uno stereotipo. Se però in media certi tipi hanno caratteristiche più comuni, lo si può anche accettare. Ciò che non cogli è che specificare il colore della pelle del giocatore fa parte della qualità del soprannome, perché ciò aggiunge il fascino che giustifica il soprannome. Trovo invece un paio di passaggi controversi nel tuo articolo. Intanto, ma forse ti è sfuggito, quando dici che i soprannomi spesso indicano la razza. Ora, se intendi dire che nelle loro motivazioni c’è un’ignoranza nel parlare di razza d’accordo, ma oggi appunto non si parla più di razza. E soprattutto la tua conclusione del primo quesito. Dire che tu sei un bianco italiano e puoi *solo* ragionare da bianco italiano, mi pare questo sì, molto vicino a un pensiero razzista.

  5. nicols scrive:

    Mi pare anche normale che quando non si conosce una persona, ma la si guarda da lontano, gli si attribuiscano solo caratteristiche visive. Gervinho, a vederlo in tv è veloce, ha la tendina (Er tendina), si mangia diversi gol (Er bestemmia) ed è nero (La freccia nera). Ci andassero a cena magari diventerebbe l’intellettuale o il simpa. Non ci vedo il tono dispregiativo o anche solo canzonatorio che dovrebbe essere caratteristico del razzismo.

    Men che mai nel secondo caso dove l’ignoranza può essere nel giudicare una persona (e la sua età) senza saperne la storia personale, ma la “razza” non c’entra proprio nulla. Se io postassi una foto di mio padre (63 anni) con scritto “Lui ha 25 anni”, la gente penserebbe “ma che sta a dì?”. è la constatazione di un’evidenza (che poi magari evidenza non è perché, come dicevi, le foto sono di scarsa qualità, non si conoscono antefatti importanti ecc), ma non vedo cosa c’entri con il razzismo.

  6. Daniele M. scrive:

    Ciao, intervengo solo per chiarire che quando dico che posso ragionare solo da bianco italiano è per specificare che un discorso sul razzismo deve tenere conto del contesto. A volte ad esempio si paragonano nostri casi a casi americani, per me è importante specificare che sto scrivendo in Italia dove un discorso sul razzismo non è mai esistito, dove non c’è la cultura del politicamente corretto, e dove quella nera è una comunità di minoranza di cui non sentiamo la voce sopratutto in ambiti culturali come questo. Per questo sostenere che non c’è niente di male in un bianco, in una società bianca, che definisce e identifica (attraverso un soprannome) un nero in quanto nero per me è sbagliato. Da bianco in una società di bianchi mi sforzo di fare meno distinzioni di razza, etnia, religione possibile, quando non c’entra niente (come in questo caso). Grazie e ciao

  7. rodan scrive:

    Ciao, ti volevo solo segnalare, a parziale conferma, che il oprannome pellegattesco di Roque Junior (do you remember?) era “caffè nero bollente”. L’Italia è un paese di poveri di spirito, mentecatti dell’esistenza.

  8. Fabiola scrive:

    I am always pray for both ramesy and gervinho to get injury because both of them are not a player to be playing in arsenal. But they were involve with the lack of wenger, i hate them pas and i dont wan to see them at all at all. Please sale them and bring us quality one dt wont run an headles chiken{Gervinho} and the wan that is playing like say its a goat that is playing on the field{Ramsey. Mr Wenger please find our quality player and get them for us thats all.

  9. Alfonso scrive:

    Mi piace molto Manusia e apprezzo tantissimo questo nuovo giornalismo web che riesce a legare sport e spettacolo a contenuti di ordine culturale e sociale. Detto questo alcuni passaggi dell’articolo si arenano dalle parti di un perbenismo contorsionista che ha la pretesa un po’ snob di innalzarsi dalla massa superficiale e ignorante. ( Esempio di contorsionismo ben peggiore, è questo articolo ,http://feministing.com/2013/10/03/wow-that-lorde-song-royals-is-racist/ , che come altri ha voluto appiccicare alle hit anti-materialiste e satiriche di Lorde, Macklemore e Lilly Allen una sottotesto razzista, rivelando invece il più grave razzismo di un giornalista che identifica l’ostentazione materialista con la cultura afroamericana.)

    Tornando agli argomenti dellìarticolo: Il dubbio di razzismo su La Freccia Nera nasce dal nostro timore che sottolineare il colore della pelle sia storicamente razzista, ma allora chiamare Di stefano la Saetta Bionda, non è razzista solo perché non c’è mai stata una discriminazione sui biondi, pur avendo un valore in sé equivalente (Velocità + Elemento fisico distintivo). Certo Freccia Nera è un po’ all’antica, dato che nel calcio europeo un giocatore di colore non è certo più una novità, ma è chiaro che certi commentatori (Pellegatti in testa) si sono formati in un calcio prettamente bianco, dove l’appellativo nero sottolineava un esotismo rispetto alla media dei giocatori (Eusebio, Pelè, Gullit). il soprannome di Gervinho, per nulla offensivo, ha un efficacia spontanea e un suono famigliare; penso che sarebbe stato peggio arrampicarsi sugli specchi in cerca di altri pendolini o saette per evitare ipocritamente di utilizzare l’aggettivo nero.

    Il caso Minala è più spinoso, ma più che di razzismo si tratta di quella forma di stupidità virale da meme internettiano che in questo caso, in maniera a mio parere più incidentale che ideologica, incontra il colore della pelle. Il ragazzo non ha obiettivamente una faccia da diciassettenne e i precedenti di West, Eto’o e Luciano(e tanti altri casi a livello di giovanili africane : http://en.wikipedia.org/wiki/Age_fraud_in_association_football) hanno obiettivamente inciso sull’immagine mentale del calciatore africano medio (o nel caso di Luciano, sudamericano di colore). Fosse un ragazzo nero nato e cresciuto in Inghilterra (o in Belgio come Lukaku) magari lo si sarebbe preso in giro comunque per l’aspetto, ma i dubbi sull’anagrafe non sarebbero stati sollevati.

    Secondo me sarebbe intelligente fare un paragone con il basket NBA, ambiente storicamente afroamericano, dove i giocatori neri hanno mille soprannomi ma quasi mai riferiti al colore della pelle, mentre spesso la provenienza europea viene citata nel soprannome di alcuni giocatori bianchi o orientali (The Dunking Deutschmann per Nowitzki, AK 47 per Kirilenko, Air France per Pietrus, The Great Wall per Yao). L’esempio più lampante è quello di White Chocolate per Jason WIlliams e di Spanish Chocolate per Rodriguez: sono chiamati così per lodare il loro gioco fantasioso e spettacolare, che di solito i bianchi non hanno (come quello di Nowitzki gioca sul fatto che di giocatori tedeschi che schiacciano non ce ne siano molti). SI tratta di razzismo al contratio? O semplicemente nel basket a maggioranza nera la pelle bianca è un tratto distintivo che nel contesto più tradizionalmente bianco del calcio europeo non avrebbe senso inserire nel soprannome?

Aggiungi un commento