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Adulterio e zuppa inglese: l’arte del dettaglio di Alice Munro

Alice Munro ha vinto il premio Nobel per la Letteratura 2013. Vi riproponiamo un pezzo di Nicola Lagioia uscito su minima&moralia qualche tempo fa e pubblicato originariamente su la Repubblica. (Immagine: Alice Munro fotografata da Alex Waterhouse-Hayward negli anni ottanta.)

Ci ha messo tempo, Alice Munro, per essere considerata anche da noi un gigante della letteratura contemporanea. Giunta in Italia quasi clandestinamente alla fine degli Ottanta – a vent’anni dall’esordio che in Canada le valse il Governor General’s Award –, iniziammo a trovarla in libreria durante il decennio successivo, prima relegata nell’esoterica categoria della “letteratura femminile”, poi nel ghetto meno stucchevole e quindi più insidioso della short-story, per costringere infine alla resa il triste dio della divisione per generi, essendo oggi la Munro reputata (più semplicemente) tra quelli che meglio al mondo sono in grado di raccontare una storia usando le parole. Questa ottantunenne signora di Wingham, Ontario, passa il tempo tra un libro e l’altro a depistare i giornalisti dicendo loro che con tre figlie da allevare le risultava faticoso spingersi oltre la misura breve. Le sue lunghe dita raccolgono in realtà non solo il lascito di Čechov ma la sapienza polifonica di Tolstoj nonché l’austero squilibrio stregato delle Brontë, ben riportati sui codici moderni perché una provincia lontana – quella contea di Huron fatta di cittadine agricole, povertà, maestose stufe nere e rigore presbiteriano da cui fuggire per riscoprirselo nel sangue durante le avventure metropolitane degli anni successivi – diventi specchio delle nostre vite.

Tutto ciò è ben testimoniato da Chi ti credi di essere?, uscito in Canada nel ’78, pubblicato per la prima volta in Italia da e/o nel 1995 e ora ritradotto da Susanna Basso per Einaudi allo scopo di farci leggere una storia di profonda bellezza dove la tecnica narrativa (tanto più audace quanto ben occultata) sembra ancora provenire dal futuro. Nel libro seguiamo le vicende di Rose, nata nella cittadina di Hanratty durante la Depressione e decisa a lasciarsi alle spalle un mondo tanto detestato quanto più la sua grettezza è inscindibile dal patrimonio emotivo a cui la protagonista si troverà ad attingere nei momenti difficili della vita. Le radici, che sono il nostro impedimento, rappresentano cioè anche la Stele di Rosetta senza cui rimarrebbe indecifrato l’affascinante arabesco in cui ci trasformiamo distaccandocene. Ma è la legge di natura a impedire che ogni vera emancipazione sia indolore.

In particolare, è il legame con la matrigna Flo che obbliga Rose ad amare ciò da cui deve fuggire – due donne, Flo e Rose, diverse quanto può esserlo una vedova corazzata nell’indigenza che maligna sui soldi altrui ed è fiera delle “tende di plastica traforate imitazione pizzo” appese nel soggiorno, da una ragazza che prima sogna un’istruzione e poi la grande città, che sbaglia spesso uomini e intraprende una carriera da attrice piena di alti e bassi, incomprensibile per la famiglia d’origine (“se te ne rimani ad Hanratty e non diventi ricco, va bene, perché segui il corso normale dell’esistenza, ma se te ne vai e non diventi ricco che senso ha?”)

Non è difficile empatizzare con Rose, visto che uno dei problemi su cui ci arrovelliamo è la difficoltà di inquadrare stabilmente le persone a cui siamo legati (meritano le nostre attenzioni? ci ricattano con la loro generosità? quanto della durezza di cui ci fanno oggetto è inutile?  in fin dei conti, ci proteggono o cospirano per la nostra distruzione?) Pur ricordando che ogni buona autobiografia letteraria è frutto d’immaginazione, non è inoltre azzardato voler trovare in questo personaggio tracce del suo autore: anche Alice Munro è stata una provinciale decisa ad affrancarsi (“vivevamo in una specie di ghetto popolato da contrabbandieri, prostitute e scrocconi. Una comunità di fuoricasta. Però era una vita interessante: provavo un grande senso di avventura”, raccontò in un’intervista sempre del 1978); anche lei, proprio come Rose, farà di un facoltoso studente conosciuto nella biblioteca della University of Western Ontario il suo primo marito. E se qualcosa di ascrivibile a una fantomatica “scrittura femminile” può appartenerle, è la rottura di un tabù che ancora incrosta un certo immaginario maschile: la capacità di descrivere gli adulteri delle donne come frutto di assoluta autodeterminazione.

Ma è la strategia narrativa a sorprendere. Alice Munro dedica a Rose dieci racconti tra loro indipendenti eppure profondamente intrecciati, pieni di rimandi nascosti, risonanze, flashback e flashforward che sembrano usciti da Lost ma, ricondotti a quando Chi ti credi di essere? fu scritto, dovrebbero ricordare a chi sostiene l’egemonia delle serie tv che ciò che appare l’incredibile risultato di un lavoro d’equipe fu in origine accordato in scabre solitudini come quella in cui Alice Munro immaginò questo libro, la solitudine di ogni scrittore, quella in cui Joyce brevettò il flusso di coscienza e Dickens portò Ebenezer Scrooge ad assistere al proprio stesso funerale. E ovviamente la tecnica serve a poco se non è usata per indagare le più insidiose pieghe dei rapporti umani.

Solo con la vecchiaia e con la malattia Flo si ammorbidisce. A un certo punto Rose le prepara una zuppa inglese, e la matrigna si lascia sfuggire un: “è proprio buona”. Rose è scioccata. “Non aveva mai sentito uscire dalla sua bocca una simile ammissione di piacere riconoscente”. Così si affretta a dirle colma di speranza: “te ne faccio un’altra quando vuoi”. Ma Flo si è già perfettamente ricomposta: “beh, fa un po’ come ti pare”.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
12 Commenti a “Adulterio e zuppa inglese: l’arte del dettaglio di Alice Munro”
  1. Irenehood scrive:

    bellissimo articolo

  2. Flores scrive:

    Bellissima recensione. Complimenti.

  3. peppe scrive:

    mille pezzi come questi per comprendere sempre meglio una scrittrice “bellissima”come la Munro, e la sua intensa scrittura.
    grazie

  4. Gloria Gaetano scrive:

    Brava Alice Munro, ma anche Flannery o’Connor, Clarice Lispector. Le donne oggi, dopo millenni di lontananza dalla storia, sono più nuove e originali! V.Carla Lonzi

  5. Adrianna3 scrive:

    Una recensione M E R A V I G L I O S A ! complimenti.

  6. Gloria Gaetano scrive:

    Rimando alla lettura della recensione di Daniela Brogi su La parola e le cose. Perfetta.Forse è venuto il momento di lasciar perdere i libri di successo mercantile, di educare il pubblico che legge e non ha orientamento di nessun genere, gettare i best seller come carta straccia e acquisire maggiori competenze critiche, semiotiche, letterarie.
    Ogni opera d’arte, ogni libro nasce nel silenzio del pensiero, dell’animo, poi viene diffusa con gli strumenti della competenza e della conoscenza , del confronto di stile e di improvvise illuminazioni spiazzanti. E’ elitaria per natura e resta nel tempo.

  7. marco m scrive:

    speriamo che questo nobel serva a ridare dignità agli scrittori di racconti, a chi non scrive romanzoni né ha voglia di scriverne.

  8. Maija scrive:

    Nicola, lei dice che Munro scegle il racconto perché aveva poco tempo per scrivere (e lei sa che è un tema che tocca anche Woolf nella “Stanza”… avere poco tempo, dover scrivere tra continue distrazioni… ) poi parla di “fantomatica scrittura femminile” e sono d’accordo con lei, non esiste una scrittura femminile, e soprattutto non è Una, ma poi mi chiedo: “Perché gli scrittori di questo blog-rivista sono quasi tutti uomini e la redattrice donna?” Tutto questo è inestricabilmente connesso…e non va sottaciuto: lei donne hanno meno tempo, meno incoraggiamento, maggiori difficoltà, minori vantaggi… aprite una finestra per le giovani scrittrici e poete e per le esordienti di ogni età? Per carità, non un concorso… un incoraggiamento, una boccata d’aria pura. Grazie.

  9. Nicola scrive:

    Cara Majja,
    riportavo solo le dichiarazioni della Munro: più volte ha detto che con i figli da crescere il racconto era la forma a lei congeniale. Poi però lascio anche intendere che non bisogna credere a tutto quello che gli scrittori dichiarano ai giornalisti circa le loro biografie (Calvino se ne inventava una nuova ogni sei mesi).

    Sulla maggiore percentuale maschile di m&m ha purtroppo ragione. Ma noi ci limitiamo a valutare le proposte che ci arrivano (su minima&moralia non ci sono quasi mai racconti o poesie, ma scritti critici e simili). E nella maggior parte dei casi si tratta di maschi. Stessa cosa per la casa editrice. Pubblichiamo donne quando quello che ci arriva ci sembra bello (Valeria Parrella, Carola Susani, Eleonora Danco, Laura Pugno, Tiziana Lo Porto, per fare un breve elenco non esaustivo), solo che anche qui la maggior parte in effetti sono maschi.

    Detto questo, il direttore editoriale della casa editrice (Martina Testa) è una donna.

    Personalmente non credo molto alle quote rosa, in letteratura. Quando arriva una cosa bella (indipendentemente dal sesso, l’età, la razza, il credo politico e religioso) quella cosa merita secondo me di essere pubblicata (o postata su un blog). Poi sulle valutazioni si può ogni tanto sbagliare, ma anche qui credo che i generi contino poco.

    Grazie per il suo messaggio.
    Nicola

  10. Adriana scrive:

    L’ho scoperta l’anno scorso e da allora continuo a rileggerla (in attesa di conoscerne tutta l’opera, che so essere in corso di traduzione). Che meravigliosa scoperta, alla mia tenera età di anni 77,dopo una vita di studio e letture narrative importanti. Una grande, meravigliosa amica. Grazie, Alice.

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  1. […] (da Minima et Moralia) Non potevo non scegliere un pezzo fra i tanti scritti sull’attribuzione al Nobel per la letteratura alla scrittrice canadese Alice Munro. Possiamo dirlo, spesso è capitato di essere sorpresi dalle scelte fatte, di non condividerle completamente, o di restare qualche minuto meravigliati di fronte ad un nome di autore davvero poco conosciuto e poco letto. Personalmente ho provato un senso di benessere e di sollievo quando ho letto il nome della Munro, di cui ho amato la pacata serenità nel raccontare anche gli eventi più drammatici e difficili. Tutto sembra essere a noi vicino nelle storie della Munro, tutto così semplicemente vero da far dimenticare l’arte narrativa altissima che c’è dietro il lavoro di ricerca delle parole giuste. Leggete l’articolo bellissimo di Nicola Lagioia, ma soprattutto per chi ancora non conoscesse le sue storie, lasciatevi accarezzare dai racconti di Alice Munro. Per approfondire, qui… […]

  2. […] cosa sia è meraviglioso” ne dice John Gardner. E non suoni iperbole. Come sintetizza Nicola Lagioia su minima&moralia, si tratta semplicemente di “un gigante della letteratura […]



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