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Storia delle sirene

Questo pezzo è uscito in forma ridotta su la Repubblica. (Immagine: Collier Twentyman Smithers, Gara di sirene e tritoni.)

Il circo elettrico delle sirene (Codice Edizioni) dello storico della scienza Emanuele Coco comincia riportando una frase attribuita a Sant’Agostino – «Non chiedetevi se queste cose sono vere. Chiedetevi cosa significano» –, ovvero ponendo da subito la marginalità se non l’irrilevanza dell’esistenza reale delle sirene. Nella misura in cui sono state immaginate, intensamente e ininterrottamente nel corso del tempo, le sirene sono reali. Le sirene esistono. Per comprenderne il significato è dunque legittimo se non indispensabile interrogarne la storia – la storia del mito – ricorrendo a una forma diretta e colloquiale. Perché le sirene, dalla Grecia antica a Kafka, ci riguardano. Volteggianti nel cielo o appostate su una roccia marina in attesa di un viaggiatore, le sirene non semplicemente parlano con noi: le sirene parlano di noi. Ci inducono a immaginare ciò che accadrà, come accadrà; ci irretiscono facendo leva su qualcosa che potrebbe sembrarci illogico e disumano essendo invece uno dei modi più straordinari in cui l’umano si manifesta: ci costringono a confrontarci con il nostro costante bisogno di naufragio.

Dunque, in quanto intrinseche alle nostre esistenze, discutere delle sirene in una forma saggistica tradizionale è insufficiente. L’autore ne è consapevole tanto da scegliere di costruire un saggio sui generis che – sostenuto anche da una struttura grafica raffinatissima – vira di continuo verso la storia d’amore, verso il racconto di come desiderare (qualcuno, qualcosa) sia il continuo deflagrare di un’immaginazione in cerca di una forma in cui incarnarsi.

Leggendo (e guardando e toccando) il libro di Emanuele Coco diventa presto evidente che il processo di identificazione delle sirene è coinciso nel tempo con un processo di invenzione e reinvenzione delle sirene medesime. Il tentativo di mettere a fuoco questi esseri misteriosi ha generato percezioni – e relativi sforzi definitori – tanto avventurose quanto affascinanti. Le sirene sono state uccelli (così ce le mostrano due ceramiche corinzie: donne pennute dalle zampe di gallina, personificazione della leggerezza e della volatilità di ogni proposito sentimentale), sono state pesci (femmineo dalla testa alla vita, secondo l’iconografia più diffusa il loro corpo continua in un tronco affusolato e squamoso che culmina in una coda biforcuta o a ventaglio), sono state lamantini (impietosamente assimilandole, quindi, alle mucche marine) oppure dugonghi dentuti.

Sono state la sfrenatezza sessuale più sconvolgente, ma anche madri che allattano il loro piccolo, come in una splendida e sorprendente miniatura fiamminga della fine del tredicesimo secolo (agli antipodi del luogo comune, le sirene sono dunque anche buone compagne). Sono state caste (secondo Omero), ma nella loro declinazione ferina – come risulta dal Sacramentario di Gellone risalente all’800 dopo Cristo – è necessario che la Madonna le affronti e le esorcizzi brandendo una croce. Annidata nei salmi e nei pontificali del Medioevo, la loro immagine tutt’altro che servire da monito era per i monaci turbamento, l’infragilirsi di ogni pensiero rigoroso, il venir meno della disciplina. L’insediarsi nella mente e nel corpo dello scompiglio. Non restava loro altro che conficcare la testa nella neve, ricomporre una geometria nel cervello – raggelare, rinsavire.

Onniscienti, in grado di vaticinare ciò che accadrà, le sirene sono polimorfe perché caleidoscopica, tremante, ambigua è sempre stata la raffigurazione maschile del femminile. Il libro di Coco vale anche – moltissimo – da esplorazione del modo in cui nel tempo gli uomini hanno rappresentato a se stessi le donne. Da questa prospettiva le sirene sono figure sintomatiche di un immaginario sistematicamente aggressivo e colpevolizzante rispetto al quale il femminile è sensualità acrobatica che conduce alla perdizione oppure un materno tradizionalmente affettuoso (un’idealizzazione, questa, funzionale alla neutralizzazione del femminile medesimo).

Resta il fatto che le sirene sono, per nostra fortuna, irriducibili a una lettura ultima.

Strette d’assedio dalla furia tassonomica del diciottesimo secolo, così come dai tentativi di spettacolarizzazione da circo Barnum – nel 1822, a Londra, l’ingresso per ammirarne un esemplare essiccato era di uno scellino – ugualmente le sirene oppongono a ogni tentativo di imbrigliamento la loro incommensurabilità. Nessuno può catturare una sirena. Presumere di averla identificata è soltanto un’illusione. La sirena permane costitutivamente sfuggente: la sua sostanza è lacunosa, la sua natura è quella del fantasma. Perché il desiderio, al limite, si segue: pretendere di imprigionarlo è inverosimile. Diversamente dai monaci medievali ci serve scrutare il mare nell’attesa di scorgere un’increspatura e poi un guizzo, il balenare di una coda; soprattutto continua a esserci necessario cogliere uno stridio, un verso, un balbettio, una lallazione: una tra le forme innumerevoli in cui si genera il canto che incanta.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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