Russell-Banks

La scrittura di Russel Banks

Russell-Banks

Superata la diffidenza iniziale, dovuta al vizio – comune agli scrittori d’origine proletaria – di dover per forza teorizzare per superare il senso di inferiorità verso gli intellettuali, il romanzo di Banks di quasi trent’anni fa, finalmente tradotto da Paola Brusasco, è veramente una grande narrazione epica, forse uno dei punti più alti sulla fine del sogno americano. Subito dopo l’inizio, Russel Banks (classe 1940) ci presenta una suggestiva ma anche didascalica metafora: è come se gli esseri umani che vivono, si muovono ed emigrano sul pianeta rispondessero alle leggi di natura delle condizioni climatiche, venti e maree, e, più in profondità, al movimento delle masse di terra che formano i continenti.

La deriva dei continenti, scritto nel 1985, è il racconto di due vite parallele e del loro casuale incontro, due storie esemplari di questa teoria dinamica, fatalista e religiosa dell’esistenza. La prima è quella di Bob Dubois, un proletario statunitense sposato con due figlie frustrato da un lavoro insoddisfacente, manutentore di bruciatori a nafta nel freddo New Hampshire, che si lascia convincere dai successi economici, e loschi, del fratello e del suo migliore amico nella Florida dei nuovi ricchi e molla tutto per cominciare una nuova vita, con la famiglia, in una casa mobile fino alle Isole Keys, prima lavorando in un negozio di liquori e poi pilotando un peschereccio per turisti.

La seconda è quella di Vanise Dorsinville, giovane haitiana che fugge con il figlio neonato e il nipote dall’isola più povera dell’Occidente, per raggiungere il fratello in quella stessa Florida dove si immagina un futuro, non di benessere, ma anche solo di possibilità. Bob è un uomo che riesce a fare solo scelte sbagliate: ossessionato dal sesso, si innamora di una giovane nera che diventa presto sua amante, uccide un ladruncolo nel negozio di liquori e, attanagliato dai debiti, si fa convincere a entrare nel giro criminale dell’immigrazione clandestina, le nuove tratte dei moderni schiavi.

Vanise, insieme al nipote e al figlio, è la protagonista di un’avventura tragica indicibile: viene ingannata dagli scafisti, insieme a un gruppo di haitiani, che la sbarcano su un’isola che non è gli Stati Uniti, ma North Caicos, uno sperduto isolotto caraibico (per ironia della sorte, il primo che cinque secoli prima ha visitato Colombo credendolo le Indie); riesce a raggiungere le Bahamas, dopo molte violenze, anche sessuali, dove è costretta a prostituirsi prima di tentare l’ultima fuga per le coste di Miami. Entrambi questi due personaggi, sia che vogliano piegare la loro vita alla ruota del commercio che, drammaticamente e semplicemente, sopravvivere, sono segnati da una frattura che ne determina le azioni.

L’americano, in quelle che sono le pagine con più lucidità e verità, si avverte come sdoppiato in uomo visibile e invisibile, l’individuo che è e quello che vorrebbe essere, e si sente appartenere, con coerenza, a una società in cui tutti i suoi conoscenti non sono adulti ma bambini, ai quali non viene permesso di crescere pienamente. La donna haitiana vive, al contrario, una frattura più trascendentale, ma in una realtà influenzata dalla superstizione nella quale il destino è mosso dai capricci e dal soddisfacimento dei loa, gli spiriti della religione vudu della sua isola, per i quali bisogna pagare un service, un rito di buona fortuna.

È banale dirlo e ripeterlo ma l’unica, possibile, consapevolezza per l’homo americanus del ventesimo secolo è l’incontro con l’altro, cioè il confrontare la propria illusione con quella di chi vive ai margini del sogno, del benessere e della pubblicità: dare via tutto in cambio di niente perché “nulla è gratis nella terra della libertà”. Banks conosce bene ciò di cui scrive: la sua vita, le sue origini sono molto simili a quelle del suo personaggio, ma la sua narrazione ha un respiro epico che da privato si fa universale, con quella invocazione iniziale che fa da prologo, con un epilogo incredibile, crudele e bellissimo.

La deriva dei continenti offre una visione pessimistica e fatalistica del mondo che ha qualcosa di solenne: celebrare le vite, piangere la morte di queste esistenze non servirà a nulla per cambiare il mondo, le sue regole economiche, ma solo a sperare di distruggerlo, sabotandolo e sovvertendolo.      

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent’anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell’Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell’Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L’indice.
Commenti
5 Commenti a “La scrittura di Russel Banks”
  1. giovanna scrive:

    io adoro Banks a partire da “il dolce domani” e “L’angelo sul tetto”: è una scrittura più pulita e raffinata frutto di anni di lavoro e ricerca mentre “La deriva” è bello ma prolisso e si nota che è stato scritto agli inizi della sua esperienza di scrittore.
    La descrizione dello ” white trash” è molto più incisiva negli ultimi lavori. Bravissimo

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    “Bello ma prolisso”. Recensione fantastica, grazie. Avendo adorato Affliction (e gli altri) e calcolando di non vivere in eterno, me lo perderò gustosamente, mantenendo intatta l’ammirazione per l’autore.

  3. june scrive:

    “Fece una pausa e sorseggiò il drink. Indossava un pigiama a strisce, un accappatoio marrone e le pantofole, e fumava una Parliament dietro l’altra. La moglie (la quarta, mia madre, la prima, aveva divorziato da lui quando io avevo tredici anni, a causa dell’alcolismo e di quel che comportava) era uscita per andare al mercato non appena ero arrivato io, come se avesse paura di lasciarlo solo in casa. – È morto qualche anno dopo, – disse mio padre. – Sprofondato in un banco di neve. E c’è restato secco. Morto congelato, povero cristo.
    Ho ascoltato quella storia e l’ho ricordata per tutti questi anni perchè pensavo che riguardasse me, il mio nome, Russell. Certo mio padre me l’aveva raccontata perchè aveva osato sperare che avrebbe potuto spingere suo figlio maggiore a volergli bene. La sua storia era una preghiera, come tutte quelle buone, ma non aveva avuto risposta. Colui al quale era rivolta – non io, ma un angelo sul tetto – non stava ascoltando. In questo momento, mentre scrivo, per quella storia gli voglio bene, ma è troppo tardi perchè possa rendere felici lui o me”.

    Russell Banks, dalla meravigliosa prefazione de L’angelo sul tetto

  4. Russell Banks, un autore a cui mi sto accostando solo ora dopo aver letto alcune sue interviste su giornali. Ho appena iniziato Il dolce domani e mi pare molto promettente : staremo a vedere !

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