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La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby

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Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby’s Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.

Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d’ora dall’inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull’Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato. Quando il progetto naufragò, Garrone ne imputò in via ufficiale il fallimento all’impossibilità di trasporre cinematograficamente una realtà la cui autorappresentazione (da Dagospia a Porta a Porta ai festini della Regione Lazio) era ed è talmente potente e pervasiva da non poter essere guardata (e dunque modificata) da un occhio che non fosse già il proprio. Nell’epoca in cui l’ufficialità del Parlamento o delle prime serate tv sembrano usciti da un servizio di Terry Richardson o da un disegno di Mannelli senza che né Richardson né Mannelli abbiano mosso un dito, cos’altro vuoi inventarti? Questa, in sintesi, la tesi di Garrone mentre andava preparandosi per Reality.

Verrebbe voglia di dare ragione al regista di Gomorra vedendo il film di Sorrentino (un trailer lungo quasi due ore e mezza, noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara, il resto è vero talento) se non fosse che l’arte – romanzesca, cinematografica, pittorica, teatrale – è sempre più in gamba della realtà che le sta intorno. Quando è ispirata e ne ha la forza, è capace di digerire tutta ma proprio tutta la stupidità del proprio tempo restituendola ai nostri occhi firmata Ernst Lubitsch (To Be or Not to Be) per non tacere di Luis Buñuel.

Se La Grande Bellezza è il brutto film di un regista di talento, dipende allora da un altro problema.

La storia è ridotta all’osso: Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore (pericoloso speculare del Marcello Rubini felliniano che rimanda sempre a domani il primo romanzo e scrive intanto pezzi scandalistici) nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radical trash. Fine. Non è tuttavia la quasi assenza di una trama a dilatare in modo micidiale queste due ore nella movimentazione dei 485 minuti di Empire (il film in cui Andy Warhol si limitava a inquadrare l’Empire State Building dalle otto di sera alle tre meno un quarto del mattino ottenendo con semplicità l’effetto identico-a-sé-stesso la cui conquista a Toni Servillo costa al contrario un massacrante facchinaggio per tutte le feste mondane della capitale), dal momento che Roma di Fellini una trama ce l’aveva per esempio ancora meno, così come oggi a una storia vera e propria storia possono tranquillamente rinunciare il Pietro Marcello della Bocca del lupo o il Michelangelo Frammartino delle Quattro volte, sempre che non vogliate andare all’estero e rituffarvi nel Paranoid Park di Gus van Sant o nel magnifico Sole fuori e dentro l’Ermitage di Aleksandr Sokurov.

L’errore – come accade a volte ai talentuosi – è simile a chi voglia scrivere un romanzo su madame Bovary (Flaubert e il suo desiderio di scrivere un libro sul nulla è continuamente citato da Servillo-Gambardella) e finisce per scrivere il romanzo di madame Bovary. Non cioè come l’avrebbe scritto Gustave ma Emma (il primo può dire della seconda c’est moi ma il contrario risulterebbe rovinoso).

La grande bellezza è allora lo strano caso di una sindrome di Stoccolma rovesciata. Il rapitore si lascia ipnotizzare dal rapito. Non è in definitiva il film di Paolo Sorrentino che prende il punto di vista di Marta Marzotto e Belen Rodriguez e Stefano Ricucci e Roberto D’Agostino e Roy De Vita e Barbara Palombelli e Fabrizio Corona e il cardinal Ruini, ma l’opera di Marta Marzotto e Roberto D’Agostino che invece di fare Mutande pazze si ritrovano magicamente con la bella fotografia  e la capacità tecnica di realizzare un piano sequenza proprio come lo farebbe Sorrentino, messo al servizio tuttavia sempre di Mutande pazze con pretese di autorialità.

Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina).

Ecco un’estetica della città patinatissima, in fin dei conti vuota in sé ma non nella restituzione di un’idea di vuoto (cioè il contrario richiesto a un film del genere), un’estetica che avrebbe forse in Leni Riefenstahl il suo modello alto ma poi finisce per ridursi a videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda (la cui responsabilità nell’attrarre prima e poi sottrarre senso agli occhi dei registi non è stata in questi anni abbastanza indagata).

Ecco l’elaboratissima superficialità di certa Chiesa restituita con elementare superficialità. Ecco, soprattutto, l’assenza totale di Roma, il cui vuoto pneumatico è purtroppo anche questo preso a prestito da una qualunque Dagospia (che batte il film poiché finisce per imporsi come l’originale da cui far scendere l’operazione di secondo grado), dimenticando che il cinismo e il nichilismo secolari della città sono più vasti e potenti e interessanti di quanto possa contenerne un sito internet o le pagine di «Chi». Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano.

Unica a salvarsi: Sabrina Ferilli. Nell’interpretazione del suo personaggio (una spogliarellista in avanti con gli anni) c’è qualcosa di autenticamente doloroso, forse anche di disperato, qualcosa che a un certo punto sembra non riguardare più solo il suo personaggio, tanto che verrebbe voglia di mollare Servillo e i suoi doppi e seguire solo lei.

A questo punto i veri cinici – in rete, sui giornali, nei circoli cinefili – iniziano a dire che Paolo Sorrentino è finito. Stupidaggine anche questa. Non è affatto la mia opinione. Io spero che un regista dotato e ambizioso come lui abbia invece appena iniziato (dal fallimento forse anche fisiologico dell’ultima parte di quella precedente) la sua seconda vita. C’è chi riesce a smarcarsi appena in tempo, ma anche i migliori cadono in questo genere di buche (ricordate Fuoco cammina con me di Lynch?)

L’immaginario nato fresco con L’uomo in più, rafforzato con Le conseguenze dell’amore, volante sulle stampelle della biopic del Divo, è crollato totalmente trasformandosi in maniera pura ne La grande bellezza. Un film molto brutto di un bravo regista il cui futuro (al contrario di Gambardella) non è alle spalle ma davanti, se davvero avrà il coraggio di inseguirlo.

Commenti
195 Commenti a “La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby”
  1. saverio scrive:

    @ .dp.

    Non ho nessuna percezione sentimentale della cosa, e nessuna difficoltà a verbalizzare. Come lei, e sicuramente più di lei, stimo Lagioia, (di cui conosco tutti i romanzi dal momento della loro pubblicazione). Su questa recensione non mi esprimo per una ragione elementare: come lei, non ho ancora visto il film. Penso invece di potermi esprimere su interventi improntati al suo registro saccente, da sempliciotto che pensa di vivere una tenebrosa tempesta. Ciò che ormai non mi sorprende più, ma sempre più mi disgusta, nei dibattiti su internet, è il desiderio nevrotico di intervenire a caldo, senza il minimo sforzo di elaborazione, non dico intellettuale, sarebbe chiedere troppo, ma perlomeno etica. Per quanto mi riguarda, se pensa di poter giustificare il suo superficiale elogio dell’intransigenza col prestigio di due o tre leitmotive estorti a Minima moralia, può andarsene dove merita di finire. Di certo, nessuno degli autori da lei pedantemente citati si sarebbe inflitto l’umiliazione di parlare di cose che nemmeno conoscevano.

  2. .dp. scrive:

    saverio,
    non mi faccio trascinare nella rissa. Lei è il peggior animale da blog che si possa incontrare, ormai s’è capito.
    La lascio alle sue convinzioni inattingibili, al vuoto della sua autocoscienza, alla saccenza alla nevrosi alla semplicità dei suoi deliri di onniscienza che non sanno giustificarsi, ma trovano una preda in qualche specchio deformante – o ustorio – che crede di vedere in me.
    Si rilegga Adorno, prima di sparare cavolate sui miei presunti leitmotiv, e scoprirà che c’è molto meno di quello che pensa. Se vuole sperare in un minimo credibilità, si deve allenare di più nella ricerca delle fonti.
    Nessuno è infallibile, ma lei davvero, davvero, non sa di cosa parla. La rete, un manicomio pieno di cani da presa.
    Addio addio, dicevano le piante…

  3. DaniMat scrive:

    La gioia, detto affettuosamente: stavolta hai toppato.

  4. Andrea scrive:

    Mi viene da dire: chiunque parla di questo film e lo loda senza aver visto e amato (e capito almeno in parte) La Dolce Vita e Otto e 1/2 sta sprecando tempo e lui lo fa sprecare a chi rispettosamente lo legge. Guardateli per favore. E se li avete già visti, guardateli ancora. Come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero (citazione del chiacchiericcio Sorrentiniano?) E dal pozzo della Voce della Luna, nell’ultima scena si ode un “Se tutti facessero un po’ più di silenzio…” che infondo il giudizio più severo sulla Grande Noia che molti di noi hanno visto. Si può fare chiacchiericcio anche con un film.

  5. vittorio scrive:

    Questo film lascia profonde emozioni. Credo sia l’unica chiave di lettura per capire il valore di un’opera.

  6. Zhan scrive:

    Grazie per i consigli, Andrea. Ci voleva proprio la tua sferzata di boria per capire “almeno in parte” La dolce vita. Poi magari, quando tutti quelli che hanno visto il film di Sorrentino avranno capito anche i film che tu ritieni indispensabili, potremmo discutere di quanto facesse schifo La voce della luna.

  7. Andrea scrive:

    Mamma mia, il coefficiante di rabbia è grandissimo. Non intendevo dire che c’è gente che non ha capito quei film, semplicemente che io per primo non ritengo di aver capito tutto di quei film. E mi pare normale data la grandezza e unicità degli stessi. Secondo, sono assolutamente d’accordo che La voce della luna non sia un film riuscito, mi riferivo solo alla tematica trattata da Fellini nell’87 che Sorrentino sente il bisogno di ritrattare – copiandolo, perché in ultima analisi di questo trattasi – nel 2013. Ed è di questo che in definitiva ho cercato di parlare: conoscere bene ciò che c’è dietro aiuta spesso a valutare con più obbiettività. Cosa di cui mi pare un po’ tutti abbiamo bisogno.

  8. Andrea scrive:

    E poi quei film non sono quelli che ‘io ritengo indispensabili’. Avendo gli autori della Grande Bellezza attinto a piene mani, per così dire, da quei film, è oggettivo che se uno non li ha visti o non intende vederli, non può parlare del suddetto film senza risultare quantomeno ingenuo, se non superficiale.

  9. Zhan scrive:

    Certo, “è oggettivo” perché lo dice Andrea. “E’ oggettivo” che chiunque abbia apprezzato un film a te non gradito è un ignorante, uno che non conosce i fondamentali o non li ha capiti nemmeno “in parte”. Altro che coefficiente di rabbia: siamo nella cialtroneria intellettuale più bieca. Fatti un bel bagno di umiltà, la volta prossima. Poi magari ti accorgerai che Fellini con ‘sto film c’entra molto poco (e La voce della luna ancora meno), e forse imparerai a mettere insieme due righe senza ripetere a pappagallo le scemenze che senti ripetere in giro.

  10. Andrea scrive:

    Ah ah ah ah… Beh, stupito dalla tua classe, dalla tua eccellenza dialettica, e soprattutto dalla tua umiltà che risulta evidente dalle tue educate righe, mi ritiro in buon ordine, affascinato. Nel congedarmi definitivamente, solo un invito, che questo tuo ultimo, elegante, intervento ha reso inevitabile: guarda (o meglio capisci) La dolce vita e Otto e 1/2. Non deve essere colpa tua. Vedrai che poi tutto risulterà più chiaro. Auguri!

  11. Zhan scrive:

    Fai quasi tenerezza, Andrea, e leggi pure male: ti ho già ringraziato per l’originalità e la pertinenza del tuo consiglio, ma vedo che con te non si è mai abbastanza chiari. Sono lieto di aver contribuito a lenire il tuo complesso di inferiorità intellettuale.

  12. gianna alba scrive:

    Un film emozionante, bellissimo, malinconico, ricco riferimenti e sensazioni. I rimandi ad altre opere filmiche non sono un male, anzi le citazioni servono per andare oltre.

  13. Thanksforthemovie scrive:

    Durante il film alla bellezza sono dedicate poche immagini e parole, tutto il resto appartiene alla bruttezza della natura umana. Se lo spettatore ha vissuto un’esperienza simile al protagonista, allora quelle poche immagini e parole saranno sufficienti a far emergere un vissuto sepolto o in via d’accadimento, e quindi a comprendere il messaggio cardine del film; in caso contrario rimangono solo due possibilità: o lo spettatore capirà in un prossimo futuro, oppure non potrà mai più capire. Dipende tutto dall’età, dal profumo dei fiori. Non c’è da stupirsi che lo spettatore che non abbia già, prima di acquistare il biglietto, il libro di Gep Gambardella scritto nel cuore, finisca col girare intorno a se stesso, come dimostrano le più di mille parole della recensione di questo blog culturale. E Gep sorride e pensa: “Ecco un altro vagone del treno”.

  14. Filippo scrive:

    Alcuni passaggi dell’articolo corrispondono esattamente a ciò che ho pensato guardando il film, mi fa piacere aver trovato riscontro in queste opinioni decisamente fuori dal coro. Ho notato che il film è stato maggiormente apprezzato da chi di cinema ne mastica poco pur guardandone molto – ancora non comprendo per quale strano fenomeno – e sulla rete la maggior parte dei commenti provengono esattamente da questa categoria. Solitamente i cinefili con snobbismo leggono senza commentare, riservando il parere a una stretta fedele cerchia, ed è per questo che le voci che circolano in rete, almeno quelle da me intercettate, non parlano di un Sorrentino finito ma ottimo come sempre. A mio giudizio alcune scene del film sono molto buone.. confido anch’io in un’imminente nuova fase artistica, con il Divo questa si è esaurita. Ho avuto l’impressione di un autore annoiato da una realtà provinciale, che con provinciali velleità di intellettuale raffinatezza adesso lo osanna; quasi un moto di ribellione per certi versi. Un film sul niente rivolto a nessuno, goffamente felliniano in certi momenti; forse avrebbe bisogno soltanto di uno sceneggiatore capace al suo fianco. A molti è piaciuto davvero questo film, allora bisogna dare atto che il trucco alla fine gli è riuscito, la giraffa è sparita e nessuno s’è accorto di nulla, probabilmente perché sa fare il suo mestiere. Nel film Sorrentino fa dire a Servillo “è triste essere bravi, si rischia di diventare abili”. Autoironia?

  15. Teresa De Feo scrive:

    “è triste essere bravi, si rischia di diventare abili”. Abilmente bravo a raccontatore il punto di massima isteria del suo virtuosismo estetico, della sua ricerca maniacale della bellezza in quell’ossessione pedante che arriva al disgusto. Virtuosismo estetico che fa emergere il nulla della bellezza, o meglio, il nulla della sua ricerca ossessiva, che finisce per corrodere ogni traccia di verità, per essere trucco. Sicuramente una tappa importante, di un regista che è riuscito abilmente a fagocitarci dentro la sua crisi. Direi che non è poco.

  16. Stefania scrive:

    Se devo dare un giudizio sommativo, a me il film è piaciuto, punto.
    Mi permetto di osservare che la presunta “mancanza di sceneggiatura”, dunque l’apparente frammentarietà e giustapposizione di microstorie, potrebbe essere un correlativo oggettivo della percezione che Jep ha delle persone, del loro mondo, e dei rapporti umani in generale.

  17. Oppedis scrive:

    “Ho notato che il film è stato maggiormente apprezzato da chi di cinema ne mastica poco”
    E vai con i piedistalli di letame sotto i tacchi!

  18. Fabio Masetti scrive:

    due cose non erano ancora state dette su questo Film. Una è scritta qui. http://www.doppiozero.com/materiali/odeon/paolo-sorrentino-la-grande-bellezza.
    A voler dar Credito al coraggio di Sorrentino, il fallimento del Film è artificioso. Anche io ci avevo pensato ma non così convintamente da sostenerlo perchè conosco poco il cienma di Sorrentino e poi una parola sulla Meravilgiosa Serena Grandi.
    La Grande Bellezza io l’ho vista solo nel suo cammeo

  19. Dania scrive:

    La tronfiaggine del tono di questo articolo spinge piuttosto ad andare a vedere il film. Che è un bel film. Sorrentino le sarà grato. Se ne rallegri.

  20. Oppedis scrive:

    @Masetti/doppiozero. Una bella sfilza di bischerate. Lagioia almeno è in bella compagnia.
    Ma che fine ha fatto la critica italiana?
    (Masetti, ho letto il tuo blog: hai bisogno di aiuto).

  21. Arturo scrive:

    Mi ha colpito la immagine della suora ( credo che si riferisse a Santa Teresa si Calcutta ) ..
    Grande bellezza e’ quella intima e vera delle opere cristiane anche nel viso della suora .
    Con tanti film volgari un film che occorre vedere ,.
    Artù 201

  22. Francesco scrive:

    Bah , secondo me saper usare caraffe di vetriolo come riesce a fare Sorrentino non e’ da tutti .Se poi contemporaneamente riesci anche a creare sequenze di grande efficacia visiva il film diventa ancora piu’ convincente . La mirabile scena dello sputtanamento della sua amica scrittrice di impegno civile ad opera di Jep con dei dialoghi strepitosi gia’ da sola vale il prezzo del biglietto . Diciamo la verita’ poi , pensare che questo film non venga criticato e sbeffeggiato da tanti insigni maitre a penser sarebbe pura utopia , giacche’ non pochi di essi si saranno riconosciuti nei personaggi del film , ed e’ ben noto che la verita’ infastidisce alquanto …

  23. picaro scrive:

    NON MI E’ PIACIUTO PERCHE’:

    non mi è piaciuto perché il mosaico di videoclip (perché questi sono) non riescono a incollare bene la trama e non si incollano nemmeno tra di loro.

    perché è tutto basato su un una coppia di opposti molto facile: la grande bellezza vs la santa zombie (troppo sfacciata la decomposizione, il brutto) se ci mettiamo in pennuti in finestra in orribile digitale che spiccando il volo come metafora invertita delle radici della santa… diventa grossolano fino al ridicolo.

    poi c’è lo sfacciato monsignore molto materialistico e troppo poco spirituale.

    poi la scena della risposta al fulmicotone alla radical-chic è del tutto decontestualizzata: sorrentino ha messo un totem del radical con tutti e dico tutti i difetti e jep l’ha crocifissa su tutti quei punti… ma così è troppo costruito a tavolino. ci credo che viene bene, non sviluppi (sempre a causa dei video-clip) il profilo della radical.
    potevi farla ingiuriare in qualsiasi modo, jep poteva pure dire che era pedofila che ha ucciso un anarchico della tav e così via… in tanto non si sa nulla della radical, assolutamente nulla.

    e posso continuare così per ognuno dei video-clip di 10 minuti susseguitisi per tutto il film.

    ma c’è un ma. bravo sorrentino ad osare con una grande produzione per un film molto ambizioso, complesso e non facile (sorrentino non sa ancora girare i film come fellini o lo specchio di Tarkovsky).

    resto speranzoso, del resto sorrentino è il regista de il divo: uno dei pochi capolavori nostrani negli ultimi 20 anni.

    magari apre uno spiraglio in questo muro di cinema d’autore italiano basato spesso (ma non sempre) sui cliché

  24. Rolando scrive:

    Il sorrentinismo è lo scoglionamento puro, che ritroviamo nella sua faccia quando è intervistato, e in quella del suo alter-ego Servillo, quando recita.
    Ce lo dice lo stesso regista attraverso Jep Gambardella: ho fatto solo un libro in tanti anni, poi mi sono perso nello spleen e nella bellezza. Credo che il regista napoletano ci voglia dire, ma lui non lo sa, che ha fatto solo un film citabile, Le tentazioni dell’amore, poi il buio lo ha sopraffatto.
    A pensarci bene anche lì lo scoglionamento imperava, ma era indotto, vissuto (in parte) suo malgrado, schiavo di forze oscure quanto vere. E poi lì improvvisamente l’amore, e non la bellezza(tanto meno la nostalgia), salvava il mondo dall’abulia e dall’alienazione, a costo di finire cementificati.
    Qui invece chi rimane cementificato è lo spettatore che vorrebbe essere liberato invece dalla grande Noia- Spleen-Scoglionamento che pervade quest’epoca (e gran parte del film), viva sembrerebbe solo grazie alle baldracche di partito, di chiesa, di letto e alla loro coazione a ripetere che riesce a 65 anni a stupire Jep e muovono l’economia della Decadenza.
    Io ho visto invece solo una sottile misantropia e misoginia (altro che Fellini, sembra sentire Battiato).
    Ma noi vogliamo vivere veramente, non al di là del bene e del male.
    E vogliamo, se non proprio capirne le ragioni di tutta questa grande bruttezza, almeno non essere presi per il culo da chi come il napoletano (non ho detto Napolitano….ma ci starebbe) ci propina la stessa solfa che tutti possono stare insieme perché tutti hanno (una) ragione di esistere.
    E allora puttane e puttanieri, melanconici e iperattivi, furbi, malfattori e creduloni (Verdone) possono convivere nella grande notte, tutti insieme basta mantenere lo stile (Kitch) sino alla morte. No spleen-no party.
    C’è da chiedersi solo perché dovremmo farlo.
    Beh perché la vita è sogno e poi si ritorna tutti da dove si è venuti. Paradossalmente alla realtà. Ho letto tanti anni fa L.F. Celine,l’autore che cita in apertura Sorrentino, ma non ricordo questo il motivo del suo viaggio al termine della notte. Tuttaltro.
    A me ricorda più Marzullo e le sue inquietudini della notte.
    La vita è un sogno e, soprattutto, i sogni aiutano a vivere? Il cassiere, il titolare del cinema e Sorrentino dicono di si.
    “Celinianamente” potrei invece ricordare che tra me e loro ci sono 7 euro di biglietto.

  25. clclaps scrive:

    complimenti per la dettagliatissima recensione. Mi aspettavo di più, onestamente, ma Sorrentino è sempre così, troppo ambizioso secondo me. Di seguito se vi va, la mia personale recensione:
    http://www.clapsbook.com/2013/06/sorrentino-e-la-sua-grande-bellezza.html

  26. Lorenzo scrive:

    Inutile puntigliosità: il film di Sokurov a cui si fa riferimento forse non è “Il sole”, ma “L’arca russa”.

  27. Aurora scrive:

    a me è piaciuto, pur avendo una grande conoscenza e amore per Fellini. Sembrava un tributo alla Roma Felliniana, vissuta con lo stesso autocompiacimento. Diciamoci la verità cari scribacchini, se Fellini fosse un contemporaneo, non lo santifichereste come ora.
    E’ gradevole, onirico. Mi ha fatto respirare una boccata d’aria e qualche lacrima.

  28. Andrea scrive:

    Pur non essendo uno scribacchino rispondo lo stesso: se Fellini fosse stato un contemporaneo che avesse scopiazzato un suo collega (forse il più grande) più nella forma che nella sostanza, imitandone talmente tante scelte stilistiche e ricalcandolo con mano tremula nel rappresentare una Roma che qui è cartolina mentre allora era tutta un altra cosa… beh, sì, non lo avremmo santificato, non c’è dubbio. Almeno io non l’avrei fatto. Che c’è di male ad affermare: “Oh, ragazzi, a me è piaciuto, che vi devo dire?”. Massimo rispetto, le emozioni non si contestano, fanno parte del NOSTRO vissuto, non solo del film che vediamo, mi pare. A me This Must Be The Place era molto piaciuto e spesso mi sono trovato con chi lo detestava, succede… Se invece si teorizza sulla storia del cinema e si trovano perché e percome per giustificare la grandezza di chicchessia… Diciamo che Fellini era tutta un altra cosa.

  29. Beppo scrive:

    Ehi Nico, letta la tua recensione solo ora, con immenso ritardo accidenti!
    Ma certo che qui si tratta di scontata preveggenza, ancorché non “personale” 😉
    http://furiacervelli.blogspot.it/2013/06/la-grande-bellezza-e-sola.html
    un abbraccio,
    B

  30. Ilaria scrive:

    Film meraviglioso, mi ha emozionato e mi è rimasto dentro anche molto tempo dopo essere uscita dalla sala, cosa che non capita spesso.
    Non sono quindi per nulla d’accordo con questa recensione, e vedo che sono in numerosa compagnia.

  31. Gianluca scrive:

    A mio avviso, il problema non è fare una critica della critica del film. E non voglio entrare nel dibattito se è condivisibile o meno. Sembra che a tutti i costi bisogni schierarsi con qualcuno. Cerchiamo, senza criticare, di portare avanti una discussione costruttiva. E di capire cosa ci è piaciuto e cosa non. A mio avviso la fotografia e lo stile cinematografico sono sublimi, ma l’intreccio e i personaggi sono un po’ banalizzati. Forse perché è la tematica in sè che è ardua. Come si fa a rappresentare il “vuoto”? Inoltre emergono delle contraddizioni. Come può essere un giornalista così potente. Oggi i giornalisti non rappresentano più il quarto potere, ma a volte sono al servizio del potere politco-economico e dei suoi intrecci. Senza calcolare che si lascia andare nel “vuoto”, non sempre la vive come il protagonista (basta pensare a casi eloquenti e non faccio il nome). Inoltre la domanda è dov’è l’altra “Italia” che lavora, che s’impegna. Nel film non ce n’è traccia. E non è un problema ideologico, è un problema rappresentativo, cioé in che modo questo “mondo” impatta sul nostro (noi tutti ne portiamo sul pelle le conseguenze: vedi ad esempio i problemi di lavoro). Comunque non ammazziamoci fra di noi, il mio è solo un invito a ragionare sul film in modo costruttivo. Ciao

  32. Martina Romano scrive:

    Quanta ignoranza.

    Il protagonista vuole scrivere un libro sul Nulla e non ce la fa; lei, Signor Lagioia (che peccato, aveva pure un bel cognome…), è riuscito ad esprimere con questa “recensione” il nulla che domina nella sua testa.

    Con amore,
    MR

  33. rabazzina scrive:

    Chiedo una riflessione agli espertoni di cinema, e mi rifaccio alla letteratura, che conosco meglio.
    1)Un bel film, come un bel libro, può contenere citazioni dotte, può contenere contaminazioni eccellenti, ma deve poter rimanere autosufficiente: il suo valore deve essere comunque colto da chi lo fruisce, sia che conosca sia che non conosca i dotti precedenti. Ma se per farmi piacere un film devo andare a lezione di cinema, vuol dire che il regista non ha centrato il bersaglio, perché bravura è farsi leggere anche su piani diversi : e qui, mi pare evidente che il fallimento c’è stato;
    2) La bruttezza del film è innanzitutto nell’ovvietà e nella banalità continua, nella assoluta prevedibilità delle frasi e delle reazioni dei personaggi, nella ripetitività continua di situazioni;
    3)E ora che abbiamo visto quelle immagini splendide di questa città stucchevolmente descritta come corrotta e corruttrice, offriamole a Alberto Angela che ne ricaverà un bel documentario.
    Senza offesa per gli espertoni.

  34. Andrea scrive:

    Allego una e-mail ricevuta da un caro amico:

    Rimango stupito e forse non sono il solo alla notizia del Golden Globe vinto da “La grande bellezza”.
    Evidentemente la grandezza di Fellini non ha cessato di esercitare la sua immaginifica influenza sugli americani – ai quali è bastato mostrare una furbetta copia in vhs un po’ aggiornata della dolce vita perché ci cascassero. Ora si capisce dove voleva arrivare Sorrentino. C’aveva provato con Sean Penn ma non aveva funzionato; d’altronde spiegare l’America agli americani è mica facile – sarebbe come spiegare l’Italia agli italiani no? E invece no, quello può essere facile: basta spiegare Roma agli americani, passando per Fellini e dargli un titolo pubblicitario. Ecco dove voleva arrivare: proprio lì, alla statuetta. E dopo il bidone ricevuto dal film con Sean Penn Sorrentino ha capito che se voleva arrivare in America doveva restare a Roma. Nn è poi così difficile da capire. Era sufficiente ottenere una manleva felliniana – un po’ come quei jazzisti che citano Miles Davis per dare un tono di pregio alle loro modeste incisioni – e trovare un bel titolo. E qui Sorrentino ha dato il suo meglio. Perché diciamocelo: il titolo è la cosa migliore del film. Ha quel minimo di autoironia che serve a nascondere tutta la piacioneria conformista dell’operazione. Ma è altresì altisonante e vagamente epico per rassicurare la gente garantendogli un’opera dalle intense e universali emozioni. “La grande bellezza” è proprio un gran bel titolo. Dice alla gente che è un film alto, di grande respiro, qualcosa di artistico. Ti dà non il sentimento artistico – roba che nessuno più conosce – ma la sensazione dell’artistico; la patina predigerita dell’artistico. E la gente ci crede per forza. Perché la gente, che non vuole credere alla verità, crede con piacere alla bugia. La grande bugia. Ma un titolo del genere “La grande Bugia” non funzionerebbe perché obbligherebbe la gente a guardare con gli occhi della verità quel disincanto. Direbbe “guarda come siamo ridotti, te ne sei mai accorto che quello che ti sembra figo in realtà è meschino?” Questo titolo invece è da grande pubblicitario. È una onesta operazione di marketing: prendi un prodotto qualunque, gli dai un bellissimo packaging, lo spari ad un prezzo alto… et voilà: ecco il prodotto premium aspirazionale di classe. È come la pubblicità dei bagnoschiuma: non è che li usi per lavarti, ma per fare un’esperienza esotica.

  35. mpc scrive:

    Un film brutto, vuoto e noioso, e mi meraviglio di chi gli ha dato l’Oscar!!!!!!

  36. lo grande chef scrive:

    Prendete un trancio di filetto di manzo, di almeno un chilo, fatelo bollire per due ore fino a sfracellarlo. Aggiungete, a metà cottura, 1 chilo di salmone scozzese affumicato, una papalina di caviale beluga, 100 grammi di tartufo bianco d’Alba, 500 grammi di pesto genovese, 500 grammi di fontina Aosta, 500 grammi di culatello di Zibello, 500 grammi di Parmigiano Reggiano, 2 percocche tagliate grosse, 200 grammi di mozzarella di bufala campana, 1 chilo di capperi di Bronte, due grossi peperoncini di Soverato, 500 grammi di ciliegie di Vignola, cacio e pepe q.b. e innaffiate il tutto con una bottiglia di Brunello di Montalcino, annata 2003. Macinate il tutto in frullatore e lasciate riposare il composto per sei mesi!
    Vincerete l’Oscar!
    Arrivedooorci!

  37. Matteo M. D. scrive:

    Alla luce di quanto avvenuto negli ultimi mesi ci sarebbe da riprendere questa discussione … o sbaglio?

  38. cinzia scrive:

    Aiutami vi prego. A tutti voi che siete persone colte. Io voglio portare la grande bellezza come tesina all’esame di stato. Non riesco però a trovare LA TESI o moglio una frase di partenza su cui iniziare a sviluppare la mia tesi. Volevo portare una scena del film e su quella scena sviluppare poi il percorso. Avevo pensato Pirandello per la maschera, kierkegaard per filosofia per i tre stati dell esistenza, latino o Tacito o Giovenale.. Vi prego aiutatemi a trovare una scena del film in ciu c’è una tesi da sviluppare con i vari autori. Grazie per la disponibilità.

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  40. Che cos’è la vuotezza interiore? Come ci si arriva ad un tale stato di abbandono totale? Come si riesce a sopperire a questa incredibile mancanza di scopo? Ma soprattutto, è davvero possibile sovvenire ad una finta e nulla volontà di potenza?
    Jep, il protagonista della pellicola, incappa fin da troppo giovane in questo vuoto vitale, ed ormai a 65 anni si rende conto di esser divenuto un involucro completamente vuoto.

    Qui, la mia analisi completa: https://mgrexperience.wordpress.com/2016/08/31/la-grande-bellezza-di-paolo-sorrentino/

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