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La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby

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Se avete voglia di spendere 10 euro e 50 per assistere a un videogioco di due ore e mezza che avete visto cento volte gratis quando, vagando in rete, avete cliccato per sbaglio sul banner di Prada o di Sotheby’s Realty (immobili di pregio), potete seguire il mio esempio e andarvi a vedere la versione in 3D del Grande Gatsby firmata da Baz Luhrmann.

Se invece una simile esperienza di ascesi per principianti (a un quarto d’ora dall’inizio del film starete già pensando a tutto ciò che non accade sullo schermo) volete viverla per soli sei euro il mercoledì sera, potete fare sempre come me e dedicare la vostra delusione settimanale alla Grande Bellezza di Paolo Sorrentino.

Avevo enormi aspettative su questo film sin da quando doveva farlo Matteo Garrone, e aveva ingaggiato Walter Siti (incontrato dal sottoscritto un mercoledì sera di qualche tempo fa al rione Monti, scuro in volto a causa del progetto sfumato) per scrivere un film su Fabrizio Corona che era poi un parlare per slogan a proposito del film sull’Italia cafonal di questi anni che nessuno aveva ancora realizzato. Quando il progetto naufragò, Garrone ne imputò in via ufficiale il fallimento all’impossibilità di trasporre cinematograficamente una realtà la cui autorappresentazione (da Dagospia a Porta a Porta ai festini della Regione Lazio) era ed è talmente potente e pervasiva da non poter essere guardata (e dunque modificata) da un occhio che non fosse già il proprio. Nell’epoca in cui l’ufficialità del Parlamento o delle prime serate tv sembrano usciti da un servizio di Terry Richardson o da un disegno di Mannelli senza che né Richardson né Mannelli abbiano mosso un dito, cos’altro vuoi inventarti? Questa, in sintesi, la tesi di Garrone mentre andava preparandosi per Reality.

Verrebbe voglia di dare ragione al regista di Gomorra vedendo il film di Sorrentino (un trailer lungo quasi due ore e mezza, noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister girato tra villa Medici e il Lungotevere degli Anguillara, il resto è vero talento) se non fosse che l’arte – romanzesca, cinematografica, pittorica, teatrale – è sempre più in gamba della realtà che le sta intorno. Quando è ispirata e ne ha la forza, è capace di digerire tutta ma proprio tutta la stupidità del proprio tempo restituendola ai nostri occhi firmata Ernst Lubitsch (To Be or Not to Be) per non tacere di Luis Buñuel.

Se La Grande Bellezza è il brutto film di un regista di talento, dipende allora da un altro problema.

La storia è ridotta all’osso: Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore (pericoloso speculare del Marcello Rubini felliniano che rimanda sempre a domani il primo romanzo e scrive intanto pezzi scandalistici) nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radical trash. Fine. Non è tuttavia la quasi assenza di una trama a dilatare in modo micidiale queste due ore nella movimentazione dei 485 minuti di Empire (il film in cui Andy Warhol si limitava a inquadrare l’Empire State Building dalle otto di sera alle tre meno un quarto del mattino ottenendo con semplicità l’effetto identico-a-sé-stesso la cui conquista a Toni Servillo costa al contrario un massacrante facchinaggio per tutte le feste mondane della capitale), dal momento che Roma di Fellini una trama ce l’aveva per esempio ancora meno, così come oggi a una storia vera e propria storia possono tranquillamente rinunciare il Pietro Marcello della Bocca del lupo o il Michelangelo Frammartino delle Quattro volte, sempre che non vogliate andare all’estero e rituffarvi nel Paranoid Park di Gus van Sant o nel magnifico Sole fuori e dentro l’Ermitage di Aleksandr Sokurov.

L’errore – come accade a volte ai talentuosi – è simile a chi voglia scrivere un romanzo su madame Bovary (Flaubert e il suo desiderio di scrivere un libro sul nulla è continuamente citato da Servillo-Gambardella) e finisce per scrivere il romanzo di madame Bovary. Non cioè come l’avrebbe scritto Gustave ma Emma (il primo può dire della seconda c’est moi ma il contrario risulterebbe rovinoso).

La grande bellezza è allora lo strano caso di una sindrome di Stoccolma rovesciata. Il rapitore si lascia ipnotizzare dal rapito. Non è in definitiva il film di Paolo Sorrentino che prende il punto di vista di Marta Marzotto e Belen Rodriguez e Stefano Ricucci e Roberto D’Agostino e Roy De Vita e Barbara Palombelli e Fabrizio Corona e il cardinal Ruini, ma l’opera di Marta Marzotto e Roberto D’Agostino che invece di fare Mutande pazze si ritrovano magicamente con la bella fotografia  e la capacità tecnica di realizzare un piano sequenza proprio come lo farebbe Sorrentino, messo al servizio tuttavia sempre di Mutande pazze con pretese di autorialità.

Ecco allora a inizio film la stessa ma proprio la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo (“Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica…”) Ecco Toni Servillo che interpreta Toni Servillo che interpreta Jep Gambardella. Ecco il povero Roberto Herlitzka costretto a rifare un brutto se stesso nei panni di un cardinale con la fissa della gastronomia (è pur sempre il grande attore di teatro prestato al cinema per come lo immaginerebbe la moglie di un qualunque sindaco di Roma in area PD non dopo averlo visto effettivamente recitare a teatro ma dopo averne letto un’intervista su «Io Donna» e sulla base di questa aver modificato la percezione teatrale effettivamente consumata all’Argentina).

Ecco un’estetica della città patinatissima, in fin dei conti vuota in sé ma non nella restituzione di un’idea di vuoto (cioè il contrario richiesto a un film del genere), un’estetica che avrebbe forse in Leni Riefenstahl il suo modello alto ma poi finisce per ridursi a videoclip o forse meglio a un saggio davvero molto buono di videoarte sponsorizzata da una casa di moda (la cui responsabilità nell’attrarre prima e poi sottrarre senso agli occhi dei registi non è stata in questi anni abbastanza indagata).

Ecco l’elaboratissima superficialità di certa Chiesa restituita con elementare superficialità. Ecco, soprattutto, l’assenza totale di Roma, il cui vuoto pneumatico è purtroppo anche questo preso a prestito da una qualunque Dagospia (che batte il film poiché finisce per imporsi come l’originale da cui far scendere l’operazione di secondo grado), dimenticando che il cinismo e il nichilismo secolari della città sono più vasti e potenti e interessanti di quanto possa contenerne un sito internet o le pagine di «Chi». Bisogna farsi attraversare da Roma, e amarla per poi farsi tradire e fottere (o il difficilissimo e sublime opposto: farsi amare e tradirla sul più bello) per poter raccontare qualcosa di questo enorme e bellissimo e orrendo crollante mondo urbano.

Unica a salvarsi: Sabrina Ferilli. Nell’interpretazione del suo personaggio (una spogliarellista in avanti con gli anni) c’è qualcosa di autenticamente doloroso, forse anche di disperato, qualcosa che a un certo punto sembra non riguardare più solo il suo personaggio, tanto che verrebbe voglia di mollare Servillo e i suoi doppi e seguire solo lei.

A questo punto i veri cinici – in rete, sui giornali, nei circoli cinefili – iniziano a dire che Paolo Sorrentino è finito. Stupidaggine anche questa. Non è affatto la mia opinione. Io spero che un regista dotato e ambizioso come lui abbia invece appena iniziato (dal fallimento forse anche fisiologico dell’ultima parte di quella precedente) la sua seconda vita. C’è chi riesce a smarcarsi appena in tempo, ma anche i migliori cadono in questo genere di buche (ricordate Fuoco cammina con me di Lynch?)

L’immaginario nato fresco con L’uomo in più, rafforzato con Le conseguenze dell’amore, volante sulle stampelle della biopic del Divo, è crollato totalmente trasformandosi in maniera pura ne La grande bellezza. Un film molto brutto di un bravo regista il cui futuro (al contrario di Gambardella) non è alle spalle ma davanti, se davvero avrà il coraggio di inseguirlo.

Commenti
195 Commenti a “La Grande Bellezza: un piccolo Gatsby”
  1. franco scrive:

    bah…oggi chiunque può scrivere di tutto. ma il film lo avete visto?

  2. Umberto Equo scrive:

    Ferma un attimo Fuoco cammina con me è un capolavoro assoluto. Altro che Jep Gambamonca!

  3. Quindi Sorrentino avrebbe commesso almeno due errori: mettersi sulle orme de La dolce vita e parodiare, nel personaggio della performer sciroccata, Marina Abramovic.
    Errori che però non sono in re, nel film, ma post rem: nella pigrizia giornalistica di cercare spesso il richiamo, l’eco – Sorrentino come Fellini; Winding Refn è il Tarantino del Nord Europa; X è il nuovo Borg/Maradona/Picasso e sciocchezze simili – e nel triste gioco del “vediamo chi è preso in giro questo film/libro”

  4. Testuo scrive:

    Premetto che non ho visto il film e da come si è messa la mia situazione familiare con un bebè che oltre al latte ci succhia tutto il tempo libero (ma la cosa è ampiamente ripagata, per carità!) penso che non lo vedrà al cinema, aspettando che SKY lo fagocita ad evento autoriale del prime time del lunedì o, è un’opportunità, lo releghi su CULT come ha fatto con this must be the place. Che a dire la verità mi ha agitato un bel po’ perchè per la prima volta mi ha fatto sbadigliare davanti a un Sorrentino’s. Che a dirla tutta era stato dato già per morto e defunto con “l’amico di famiglia” opera terza (almeno credo) del regista, che a me invece era piaciuto proprio tanto. Mai quanto “l’uomo in più” che non ha mai visto il proiettore di sala, ma è circolato in maniera molto underground, a metà dello scorso decennio, tra dvd e download illegali. E che, forse, è la dichiarazione estetica più esplicita (e più commovente) di Sorrentino, the man. Poi si cambia, si cresce, si gira il mondo e quella Napoli grigio metallo, Moon Safari degli AIR, come sfondo sonoro, la vita che è na strunzata, come dice il Servillo, diventano sempre più lontani e nuove esigenze narrative e poi estetiche imperversano nella mente dell’autore. Che di autore e non di regista, parliamo, quindi anche un film “noioso” deve essere letto come una tappa di un percorso artistico e non come l’uscita di scena in uno scontro ad elminazione diretta. Insomma, non so quando e se vedrò mai sto film, ma, sarà chiaro, Sorrentino mi sta molto a cuore. Una cosa però accomuna questo “insuccesso” ad altri ed è la capacità di Roma di prosciugare qualsiasi rivolo artistico di chiunque ci si imbatta. Una sorta di medusa della piattezza, una paralisi cacio e pepe che non riesco proprio a spiegarmi. Come può questa città con i suoi milioni di abitanti aver “prodotto” così poco in ambito artistico, leterario, musicale? Come può riuscire a far scivolare chiunque provi a rapprersentarla artisticamente (compreso Woody Allen che a Roma ha girato il film più brutto di tutta la sua carriera). Forse bisogna conoscere troppo bene Roma per poter pensare di affrontarla ed è per questo che l’unico che ci riesce è ed è stato solo Nanni Moretti. Nicola, mi illumini a riguardo?

  5. luigi scrive:

    Il film si Sokurov nell’Hermitage è l’Arca Russa, il Sole è quello su Hiroito, Imperatore del Giappone.

  6. Miglio scrive:

    Scusate se faccio il professorino, ma il film di Sokurov girato all’Hermitage è «Arca russa», non «Il sole».

  7. Miglio scrive:

    Ah beh, arrivo tardi 😛

  8. sergio scrive:

    Il problema principale in Italia é che la sua industria culturale relega i talenti come Pietro Marcello o Michelangelo Frammartino (citati in questo articolo ma ce ne sono tanti altri) a fenomeni di nicchia e non dà a questi ultimi delle effettive opportunità di esprimere al meglio il proprio talento.
    Oppure nel migliore dei casi concede a questi talenti delle possibilità ma impone condizioni che ne sacrificano la creatività e puo bruciarli.
    Mi chiedo ad esempio Perché (il pur bravo ) Servillo fa ormai tutti i film piu “importanti” e non si da spazio ad altri talenti pur presenti nel nostro paese (salvatore cantalupo ad esempio é un grande attore ancora poco esplorato nelle sue possibilità ma ce ne sono tabti altri)?

  9. ivana scrive:

    l’articolo mi ricorda una mia amica trasferitasi in Scozia da Roma. Durante la sua vita a Roma penso che non le sia mai venuto in mente di fare la raccolta differenziata, di non buttare carte o mozziconi di sigarette per terra, di non pagare il biglietto dell’autobus se poteva farlo etc. Da quando vive in Scozia, circa sei mesi, non fa altro che lodare i nativi per la loro educazione, per il loro senso civico etc… altro che in Italia. Persino i castelli scozzesi sono bellissimi; è nata e vissuta a Roma per 35 anni e non si è mai accorta di ciò che la circondava. E io mi chiedo perchè quando viveva in Italia non si comportava come gli scozzesi? Perchè gli italiani distruggono la loro terra, criticano tutto e poi vanno ad osannare la casa degli altri?

  10. Lemon-soda scrive:

    Il film si Sokurov nell’Hermitage è l’Arca Russa, il Sole è quello su Hiroito, Imperatore del Giappone.

    cioè mi scambi arca russa, IL capolavoro di sokurov, con il sole?

    già questo la dice lunga sulla recensione del film di sorrentino; che in realtà è un signor film, non un capolavoro ma avercene di registi italiani così-

  11. valentina scrive:

    mamma mia che tristezza questa recensione. “storia ridotta all’osso”, “quasi assenza di una trama”…. come se il film ne avesse bisogno, come se non bastasse lo sguardo disilluso, rassegnato, spento di Jep che vaga di notte per una roma (che poteva essere qualsiasi città…) deserta a scuoterci, tormentarci, inquietarci.
    Queste critiche mi ricordano quelle sentite una decina di anni fa a quel piccolo gioiello di Lost in Translation della Coppola, qualcuno diceva di essersi addormentato al cinema, altri di aver atteso per due ore l’inizio di un film che poi non è iniziato mai…
    Ma anche lì non c’era bisogno di un inizio, così come non ci sarà mai una fine, le anime perse vagano per Tokyo, per Roma, per Timbuctu, sole, insoddisfatte, incapaci di provare emozioni. ogni tanto qualche regista sensibile decide di rinunciare a raccontare una “storia” e sceglie, per fortuna, di raccontare uno stato d’animo. Sorrentino lo ha fatto e lo ha fatto con grande poesia e la delicatezza (sì, nonostante i corpi nudi e le canzoni della Carrà).

    Il paragone con Fellini è scontato quanto inopportuno. come se ogni film ambientato nella Roma festaiola debba basarsi sugli stessi presupposti de La Dolce Vita.

    I personaggi sono dei perdenti, dei falliti, degli inetti. Forse è un bene non aver provato alcuna empatia guardandoli.

  12. sergio scrive:

    Non si tratta solo di criticare quello che succede ma di analizzare le cause della evidente miseria culturale che strozza lo slancio creativo del paese in diversi capi (dal teatro al cinema alla musica)…é il problema del sostegno alle nuove generazioni e ai nuovi talenti ed é chiaro che non solo in Svezia ma anche ad esempio in Francia questo sostegno non manca..In Italia si.

  13. Giulia scrive:

    Non ho capito una sola parola. È una critica cinematografica o un esercizio di stile, fine a se stesso?

  14. LM scrive:

    Lagioia non me ne volere, si fa per cercare di capire come se ne esce. Questa potrebbe essere una recensione paracula, al contrario di quello che sembra (e che è). Nel senso che con 4 o 5 recensioni di critici e scrittori di alto bordo, i distributori lanceranno il film strillando NON PIACE AGLI INTELLETTUALI, e faranno il pienone. Credimi, faranno così. In questo senso bisogna diventare più furbi, noialtri che sèmo considerati più difficili. Quando ci garba qualche cosa, d’ora in poi, bisogna scriverne male, malissimo: è l’unico modo per sperare che vada bene… Dico di più, bisogna proprio fare una fabbrica di gente che si scrive male reciprocamente.

  15. sergio scrive:

    scusa non ho capito ma allora INTELLETTUALE in Italia é una parolaccia?

  16. fra scrive:

    non fa una piega. però arrivata a metà mi son detta Questa recensione l’ha scritta uno che bazzica la terrazza di jep

  17. Minuz scrive:

    Aspetto di vederlo (così come Gatsby) poi magari torno.
    Per ora quoto Umberto Equo e il suo commento: “Fuoco cammina con me è un capolavoro assoluto”.
    Poi de gustibus… ma già le scene del bar negli Stati Uniti con la “backdoor” che sconfina in Canada valgono il film.
    Vedremo poi Sorrentino, che mi è sempre piaciuto molto, cos’ha combinato con questa pellicola che ha già fatto alzare un po’ di polvere.
    Per ora mi limito a constatare (ma ancora per esperienza personale, dunque nessuno me ne voglia) che, di solito, quando tutti urlano al capolavoro di vero capolavoro non si tratta, mentre quando si finisce per spazientire, scandalizzare, infastidire, perfino annoiare… spesso qualcosa di interessante c’è. Non è una regola generale ma, ripeto, giusto la constatazione di un osservatore.
    Per Lagioia: trovo bello, e tristemente vero, il tuo punto di vista su Roma. Io che l’ho sempre vissuta da turista e che l’avevo ingenuamente battezzata “la città più bella del mondo”. Ho poi scoperto che si tratta di una città magnifica ma oscenamente feroce. Eppure già anni fa uno splendido racconto di Parise mi aveva avvertito.

  18. Nicola Lagioia scrive:

    Ciao e grazie per la generosità – anche delle critiche, ovviamente, motivo per cui non smetterò mai di ringraziare questo blog.

    Vado per punti e inizio dai meno importanti.
    1)
    Sokurov. Ovvio che una cosa è “Il Sole” e altro “Arca russa”. Ne ho già scritto diverse volte (qui, ad esempio per “Repubblica”: http://www.minimaetmoralia.it/wp/hitler-lenin-hirohito-aleksandr-sokurov-e-i-corpi-del-potere/). Era un modo retorico (“Sole” fuori e dentro l’Hermitage) per comprendere in un colpo due film in cui l’elemento estetico prevale sulla cosiddetta trama. Davvero, però, se volete qualcosa di più compilativo (o se volete ordinato) è difficilissimo (da sempre) trovarlo qui da me.

    2)
    Pezzi come questo, mi rendo conto, scatenano passioni opposte. Un po’ come quando avendo amato “Le Correzioni” stroncai il Franzen di “Libertà” (qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/) e molti si stracciarono le vesti e si incazzarono a mezzo stampa e sms nonché de visu. A distanza di anni credo di aver avuto ragione io (come quando dissi che il “Dark Knight” cinematografico non valeva una tavole di Frank Miller) e ovviamente non è detto che io abbia ragione potendo un giorno “Libertà” riemergere dall’oblio a cui si sta consegnando. Il fatto è che credo che Harlod Bloom sia quasi sempre nel giusto e Michiko Kakutani sbagli anche quando ha ragione. E’ proprio una questione di scuola, credo. E ovviamente uno una scuola se la sceglie non sulla base di un calcolo, ma di un’urgenza, un istinto, un sentimento molto forte.

    3)
    Abbasso la dietrologia. Va benissimo (se vogliamo essere buoni duellanti) se retoricamente si spiega dove il film di Sorrentino sarebbe un bel film (e dunque il mio pezzo sbagliato). Ma stop dietrologia. Quando vedo o leggo qualcosa che mi piace, non ho difficoltà a divulgare (pure con troppe energie) il mio entusiasmo. Quando devo parlare di “Totò visse due volte” come di un capolavoro (http://www.minimaetmoralia.it/wp/in-memoria-di-cipri-e-maresco/) quando sono tra i primi a esaltare il Walter Siti di “Troppi paradisi” (http://www.lostraniero.net/archivio-2006/45-ottobre/278-italia-televisione-mutazione-un-grande-romanzo-di-walter-siti.html) o più recentemente quando si tratta di parlare benissimo di “Bellas Mariposas di Mereu (http://www.minimaetmoralia.it/wp/bellas-mariposas-salvatore-mereu/). Insomma, quando un regista o uno scrittore italiano mi piace (o un teatrante: riuscii a far parlare della Societas Raffaello Sanzio RepubblicaXL andando fino in Emilia Romagna per incontrare Castellucci e fargli un’intervista) veramente ci manca che citofoni casa per casa per obbligare l’interlocutore ad andare al cinema o vedere un libro. Questo di Sorrentino non mi è piaciuto. Non perché è italiano, non perché parla di Roma, non perché avevo in mente Fellini (l’ultimo von Trier mi è molto piaciuto pur avendo in mente il precedente che non mi era piaciuto) ma semplicemente perché: non mi è piaciuto. Fatevene una ragione ed è ovvio che posso sbagliarmi. Ma non trovate altri motivi fuori dalla sua incapacità di emozionare o muovere qualcosa in me.

    4)
    @Testuo.
    Roma ha questa terribiile capacità, è vero. Ma alcune opere (fuori e dentro la cinematografia) vincono la battaglia. Ad esempio “Il Contagio” sempre di Siti. A ognuno un suo Riccetto-Virgilio-Beatrice. Andarci senza (come mi pare abbia fatto Sorrentino) espone invece a molti più pericoli.

    5)
    @Umberto Equo.
    Lo riconosco: forse lì ho esagerato.

    Un caro saluto a tutti. E ancora: grazie.
    Nicola

  19. scrive:

    Forse arrivo tardi, ma concordo con quasi tutto il pezzo, inclusa la bella interpretazione della Ferilli.
    incluse le rettifiche.
    Grazie

  20. kobra-kai scrive:

    Ma scusa se hai dovuto scrivere una mappazza di retifiche e precisazioni, non ti rendi conto che hai scritto un casino di minchiate? Per non parlare delle ovvietà di alcune precisazioni (ok, sei l’unico al mondo che ha pensato che libertà di Franzen è un pacco e che FMiller vale di più del DK…)

    Scusa ma c’è un compiacimento e un’ostentazione retorica che rasenta il vomito

    insomma, scendere dalla pianta no? Mica siamo tutti scemi…rispetto per la mente altrui

  21. paolopatch scrive:

    Secondo me il film ha un problema di sceneggiatura: molti quadri sono notevoli, alcune scene divertenti e ben fatte, ma nel complesso il protagonista parla troppo e ciononostante lo fa senza farci capire chi è, cosa vuole (a parte “non voglio più fare ciò di cui non ho voglia”) e che cosa ha perduto: l’amore di gioventù? (scena finale); Famiglia+figli (all’amico: “Io ne potevo avere di figli”; alla Ferilli: “sposarsi non è un male ecc”)? La fede? La voglia di scrivere un secondo romanzo? (sempre scena finale). Non basta dire che non lo sa neanche lui. Da questo punto di vista trovo il finale troppo confuso (e la scena con i fenicotteri bruttissima). E non basta dire “finale aperto”.
    Il paragone con “La dolce vita” mi pare inevitabile e voluto, numerose scene rifanno scene del film di Fellini. L’immaginario è molto simile. Tutto questo in sè non lo vedo come un limite, anzi.
    E’ anche un modo per affrontare il rischio qui segnalato di soccombere ai personaggi che l’autore vuole raccontare.
    (Solo, la presenza insistita di suore, monache, vescovi, sante e musica sacra mi sembra molto di maniera)

  22. Anna scrive:

    L’autore di questo articolo potrebbe tranquillamente essere un personaggio del film!

  23. Mita scrive:

    Tutto molto interessante. Per gli addetti ai lavori (quali). E tutti questi citazionismi sono da vuoto pneumatico, da riempimento del nulla. Non ho visto il film, non so se lo vedrò, e non perché Sorrentino lo consideri poco importante ma perché ha esaurito la sua idea artistica da tempo. Per esempio non credo che Sorrentino sappia rappresentare la bellezza, per cui neanche il suo contrario. Il grottesco non è un linguaggio buono per tutte le stagioni. Il senso volgare, l’inutile esistenza, il vuoto dell’essere non sono necessariamente riconducibili al grottesco. Può essere ancora altro. Roma poi ha un’anima sotterranea e non credo che Sorrentino possa coglierla. E’ un’anima che non si cura delle rappresentazioni impercettibili di certa romanità. E allora il film doveva volare basso, non scomodare Roma intesa come bellezza nel suo assoluto. Ma Roma traspirante l’involuto. Nella sua superficie dichiarata, dunque.

  24. Niccolò Maria scrive:

    Non comprendo come sia soltanto immaginabile che un giornalista di XL si permetta di recensire un’opera compiuta come quella di Sorrentino.
    La vacuità del tuo citazionismo fotografa alla perfezione quanto sia stato difficile sentirsi chiamato in causa.
    Riveditelo

  25. PhilmZ scrive:

    e comunque, si scrive Ermitage.

  26. .dp. scrive:

    Non ho visto il film, ma sono perfettamente d’accordo su tutto (si scrive così, no?). Non credo che il cinema lo si debba per forza vedere, per capirlo, o almeno non tutto o non tutto un film. Il trailer, in questo caso, è un buon indicatore: con Torni Servillo che sorride come l’italiano unico – cinico passionale abulico – mentre due file di uomini e donne, alle spalle, ballano tragicamente in sincrono la macarena – insomma, in Mara Venier c’è più verità. Sorrentino, d’altronde, a me puzzava un po’ già dal Divo – ricordo l’entusiasmo generale alla fine della proiezione, le grida “al capolavoro” in sala, e quella sensazione di sazietà contro cui io stesso provavo a combattere, una soddisfazione estetica un po’ troppo immediata, da gastronomia tipica e certificata – per quanto giungesse allo stomaco attraverso una serie d’innumerevoli mediazioni che avevano prima titillato a dovere le papille gustative (e le buone letture, e il cinema colto, ecc. ecc.). Poi vabé, il monologo andreottiano preso pari pari dal Grande Inquisitore ancora oggi non saprei valutarlo, se sia una genialata o una grezzissima furberia – ricordo però che parallelamente vidi un altro film, di tale Costanzo Saverio figlio di Costanzo Maggiore, tutto ambientato in un convento, in cui nottetempo un Filippo Timi novizio ribelle e omofilo baciava sulla bocca l’arcigno Abate prima di scappare via (ma lo baciava poi davvero? la scena non era chiarissima), e allora mi dissi “ecco, questa potrà essere ingenuità, ovvietà, didascalia, quello che vuoi, ma il figlio di Maurizio con Dostoevskij ci ha fatto qualcosa di autentico, non la scopiazzatura in costume e orecchie di gomma”. Da allora ho cominciato a sospettare di Sorrentino Paolo, talento indubbio e notevole, per carità, ma non basta: bisogna anche esserne all’altezza. Ed è per questo che cercherò di vedere questo film, che pare avere tutti i numeri per risultare una grande, luminosa, farraginosa delusione. C’è perfino il rischio che possa piacermi.
    Siccome temo una valanga di riprovazioni, ci tengo a specificare che la mia visione è pregiudizievole, poiché odio il cinema – e in particolar modo i film ben fatti – e non mi interessano campagne pro o contro-Sorrentino, anzi a dirla tutta dovrei promuoverlo per motivi familiari, perché mio fratello è attore e lo conosce bene e ci ha recitato in Un uomo in più. Dovesse venire meno Servillo, un giorno, non si sa mai…
    (Nicola Lagioia invece mi piace, ed è solo un caso che qualche giorno fa abbia cominciato a leggere il suo Occidente per principianti comprato a metà prezzo su una bancarella, in ottime condizioni; viaggerò ancora un po’ con lui nei prossimi giorni e volevo cogliere l’occasione per ringraziarlo, ci sono pagine davvero importanti).
    Spero di non aver esibito troppa sufficienza, quello che scrivo lo credo davvero, e ogni ironia è puramente letterale. Viva Sorrentino, che ha fatto bei film. Ma un Corona scritto da Walter Siti, però… lì sì che ci siamo persi un capolavoro…

  27. Valeria scrive:

    ehm, Niccolò: giusto un paio di anni fa Nicola Lagioia veniva premiato con Mario Vargas Llosa per la loro opera letteraria e insieme parlavano amabilmente tutta la sera di letteratura europea e sud-americana (io quella sera a Viareggio c’ero, me la ricordo). Questo per dire che la critica al film di Sorrentino non è fatta proprio dall’ultimo che passa.

    Leggo spesso questo blog e la faccenda delle citazioni proprio non la capisco. Non capisco quelli che si arrabbiano. Meglio: penso che Flaubert, Firzgerald e Andy Warhol possano ancora essere terreno condiviso di discussione. Penso si possa ancora dire: “prese il treno dalle rotaie come avrebbe fatto A. Karenina”. Un tempo la gente era forse un po’ troppo in soggezione davanti a quelli che avevano letto un po’ di più e magari padroneggiavano un po’ di più il mondo dei libri, del cinema ecc. Oggi alcune persone si arrabbiano davanti a quelli un po’ più colti e brillanti perché è come se si sentissero derubati di qualcosa. Non è bello. Il film non l’ho visto. La recensione è sinceramente scritta da dio. Il che non significa che non possa essere sbagliata. Vedrò il film.

  28. Sascha scrive:

    I commenti agli articoli sono la prova più evidente del fallimento di certe utopistiche speranze che qualche anno fa (e per alcuni ancora adesso) ci si faceva sul potenziale rivoluzionario o almeno riformatore della Rete. Persino qui, in quello che passa per un blog ‘colto’ con un pubblico selezionato la tristezza dei commenti è devastante. Ma alla gente piacciono e si sente tutta ringalluzzita per averne dette quattro a quel giornalista incompetente o venduto o a quel critico che fa troppe citazioni di gente che non si conosce…

  29. Ignatius scrive:

    La recensione è così bella, e garbata, che mi invoglia a vedere il film. Se uno argomenta quello che dice, non insulta mai, e poi qua leggo anche molta stima per Sorrentino. Infatti concordo – da nient’altro che da spettatore – che Sorrentino sia a tutti i livelli un “autore” e che stia attraversando una fase transitoria, che porterà a qualcos’altro. La carrellata finale di opere di Sorrentino in coda alla recensione, infatti, non nomina This Must Be The Place, che è un altro film interlocutorio, di passaggio, con molti dei difetti elencati qui: compiacimento, vacuità. E anche molta bellezza.

  30. Emilio scrive:

    Può darsi che io abbia sorastrutturato l’opera, ma io nel film ci ho visto molto altro, come discorso centrale. La Bellezza, la lotta tra vita estetica/etica/religiosa, la società dei consumi, la rappresentazione ed autorappresentazione, il grottesco felliniano?

    Trovo che questa recensione dimostri solo una mancata comprensione dell’opera, che, presentando, è vero, dei passaggi molto autocompiaciuti e una dose di citazionismo un po’ troppo marcato, restituisce comunque la mano di un grande regista, che fa un film intellettuale e difficile, ma che nella sua complessità restituisce una riflessione sulla distorsione del reale che è sempre necessaria, in un paese in cui un film come Diaz passa per una buona opera, così come Berlusconi può permettersi di narrare la sua storia in fiction dandogli il valore di documento. Creare il corto circuito e ridistinguere narrazione e reale è lo scatto che riesce a fare Sorrentino raccontando un personaggio inconsistente, la cui realtà è solo nell’autorappresentazione.

    Forse non è originale, forse è videoclipparo su Roma, ma nemmeno troppo(ho ancora negli occhi l’odiosa estetica del film di Allen, ultimo ad aver girato Roma come oggetto e non come sfondo), ma non è un’opera da stroncare. E sopratutto non è Gatsby.

  31. vanja scrive:

    Tra curva Nord e Sud sto con la seconda. Pezzo magnifico.

  32. bidé scrive:

    Concordo con Valeria e Sascha. Grazie all’articolo ho capito molto del film, ma ho soprattutto capito grazie ai commenti che l’analfabetismo di ritorno impera anche tra gli utenti di un blog culturale. Siamo messi male.

  33. mari scrive:

    L’autore di questa recensione sulla terrazza di gambardella ci sarebbe stato benissimo. Ma tanto si sa che qui in italia, come a cannes, se qualcuno osa mostrare la bellezza dell italia, e non solo le disgrazie viene tempestato di critiche simili, che stringi stringi consistono solo in, cito testualmente “non mi è piaciuto”.
    Provinciali.

  34. Francesca scrive:

    …veramente il film di Sorrentino vorrebbe essere (o è, a seconda dei partiti) sulle disgrazie d’Italia.

  35. Mari scrive:

    Anche sulle disgrazie, ma non solo. Probabilmente con in paio di feste cafonal in più vi sarebbe pure piaciuto

  36. Giovanna scrive:

    A me la cosa assurda sembra questa follia in base a cui chi ha gusti diversi dai nostri diventa un nemico da disprezzare. E’ questo veramente provinciale e ridicolo. A uno un libro o un film piace e dice perché. O non piace e dice perché. In questo il sale del dibattito e i segni di civiltà. Sorrentino ha fan e detrattori. Lagioia ha fan e detrattori. Piperno ha fan e detrattori. Garrone ha fan e detrattori. Addirittura Baz Luhrman (qui citato) ha fan e detrattori! Ridurre tutto a una vicenda un po’ barbarica come alcuni qui fanno è davvero da insulto alle intelligenze (anche di opposto segno e vivaddio). Per sfogare un po’ meglio i problemi settimanali c’è lo stadio, no?

  37. dessertstressed scrive:

    E’ fuor di dubbio che Sorrentino abbia talento, tuttavia il film lascia una sensazione di gratuito, poichè non pare che il regista di buone letture abbia messo in gioco la sua propria pelle, non pare che abbia pagato personalmente ciò che viene rappresentato sullo schermo, e questo restituisce al film un che di istituzionale, in fondo. Non c’è nessun attentato all’esperienza dello spettatore, il quale spettatore ne sa tanto quanto il film esprime e dalla sala ne esce uguale a com’era entrato . Perchè fare un film del genere anzichè qualcosa di degenere, di crudo, senza tanti infingimenti? Ho molto amato il suo primo film “L’uomo in più”, poichè immediata era la sensazione di reale esperienza, e certo non era questione di trama, di trame ne sono piene le cronache e i commissariati, bensì di stile. Capita di fare buoni film, capita di fare brutti film.
    Ma fare film sulla noia non significa dover esser noiosi a furia di furberie e citazioni.
    James Joyce paragonava Roma a un uomo che si mantenga col mostrare ai viaggiatori il cadavere di sua nonna.
    Sorrentino stesso dichiara in un’intervista che di fronte al capolavoro di Fellini La Dolce Vita il suo invece è solo un film.
    Ecco, sono d’accordo: alla fine, è solo un film.Tra i tanti.
    Ma certo il regista ha talento. Aspettiamo a vedere. Siamo qui soprattutto per non essere d’accordo, mica solo per seminare consenso. Cosa che talvolta può depotenziare le pretese artistiche di un regista il cui talento è innegabile.

  38. enrico scrive:

    impressione personale: il film inizia il suo “strano” fallimento quando i personaggi iniziano a parlare… Cheyenne e Jep: due figure di grandi icone attorali per due storie di sconfortanti “fallimenti” d’artista… i loro volti: un tempo qualcosa fecero: musica, un romanzo… e ora? Di nuovo un film di Sorrentino su “morti in vita”, avvolti da un mondo “estetico” superbamente filmato, e allo stesso tempo ributtante… c’è la città? c’è Roma? Non so! E la “grande bellezza” è fuori o dentro l’arte? è un seno di donna, di fanciulla, illuminato da una nostalgica idealizzazione? è “fuori dal film”, che pure filma la Bellezza… perché tutto il resto è ricostruzione, décadance… il mondo è teatro, e sulla maschera del perdente si disegna una sapienza e un cinismo, no, forse meglio: una depressione funerea… La Ferilli brilla solo un momento, a mio avviso: ma brilla veramente: quando sdraiata su un fianco, sul letto di Jep, non vuole alzarsi per fare la colazione: mi pare che il suo partner le chieda: “ma come li hai spesi tutti quei soldi” e lei dice: ” li ho spesi a curare me stessa”. Ma è servito, ad alzarsi e a far colazione? no, pare di no. Il film ci nega il senso e la percezione della sua morte… se Sorrentino è arrivato alla fine della sfera magica dell’estetico… non vorrà forse “bucarla” un domani? O si aspetta un nuovo fallimento? Una nuova terrazza sul Colosseo? Un nuovo sguardo bistrato di inconsolabile tristezza?

  39. Claudio scrive:

    Ridurre la “storia” a “Jep Gambardella, giornalista in dissipatio con un passato da scrittore nuota con disincanto nella mondanità romana ridotta a radical trash. Fine.” è come ridurre la “storia” del Pasticciaccio a “Don Ciccio Ingravallo, commissario di Polizia, indaga su un furto di gioielli e su un omicidio, aggirandosi nei meandri di un tetro palazzo di Via Merulana e nelle campagne dei Castelli Romani. Fine.”
    Da questo setaccio a maglie extralarge sfugge una serie di elementi e simboli che contrappuntano il tessuto del film.
    In ordine volutamente sparso: il significato della parola radici, il percorso a ritroso del corpo femminile, da sovraesposto (le feste, le pseudo rappresentazioni teatrali, le foto postate della Ferrari), a stilizzato (il controluce della Ferilli), a simbolizzato (il seno della giovane, l’origine, la purezza perduta e ricercata invano nelle trasparenze liquide di un soffitto) il continuo gioco di contrapposizioni, di chiaroscuri, terrazza festaiola versus colosseo, suore in giardino versus suore col botulino, ostentazione delle performance da baby pollock versus segretezza dei busti marmorei, sedimentazione del chiacchiericcio e del rumore versus silenzio della povertà che non si può intervistare, sinclair-carrà versus kronos quartet , terrazza salottiera versus terrazza “voliera”.
    L’apparato umano è questo: un impasto magmatico di luci e ombre, di gloria e miseria, di corpo (esibito) e spirito (svanito). Se il presente constata e attesta la vittoria del trash, e appiattendo tutto seppellisce la creatività, il viaggio in epigrafe di Céline è un po’ il viaggio in traghetto di Jep, un percorso interiore, oltre la delusione e la fatica, verso quell’isola, quella bellezza mai più ritrovata nei labirinti romani della contemporaneità e che è la radice di ogni immaginazione.
    Che poi il film possa non piacere è assolutamente comprensibile e condivisibile.
    Roma patinata per qualcuno. Roma sorrentinata per qualcun altro. Personalmente i grandangoli, le carrellate, i dolly e tutto ciò che definisce la visione di Sorrentino, è piacere puro. Ma qui è questione di “punti di vista”…
    Del resto, è bene diffidare dal “tutti d’accordo, ad ogni costo”.
    Quel che dispiace è percepire il deragliamento della critica verso una forma più o meno sottile di ferocia. Di poco rispetto…” noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister”.
    Penso, molto semplicemente, che un regista sia un po’ come un’antenna trasmittente, che diffonde il suo modo di sentire e di vedere ciò che lo circonda.
    Sul modo di comprenderlo e apprezzarlo, a ciascuno la propria “parabola”.

  40. maria luciani scrive:

    film parziale,perciò sostanzialmente inutile.Servillo spesso più guappo che serenamente disperato,e poco credibile in quella casa .Di qualche successo,arguto e cinico, ma i capelli impomatati,lunghi ricci dietro,pantaloni bianchi…? La lente sopra una fetta sociale reale ma brutta avrebbe dovuto spaziare ,con una storia per esempio..,.”Il Divo ” funzionava perchè Andreotti era una trama perfetta.Sorrentino è talentuoso ma non è un artista ed è troppo presuntuoso.Voleva una storia barocca ma bisogna essere molto molto raffinati per raccontare il barocco!La parte della chiesa proprio banale .La Ferilli bene.Manca un solido filo intellettuale .Quello morale non fa arte.

  41. enrico scrive:

    a Claudio: … ci sarà il tempo in cui la ferocia passerà di moda… e le recensioni divideranno con una linea di collina il versante in cui si aiuta alla comprensione dell’opera dal versante del giudizio, anche tranchant… a me pare che la tesi centrale della recensione: un film con la tecnica di Sorrentino ma il punto di vista di Mutande Pazze, sia sostanzialmente ingenerosa: ovverosia perda di vista il percorso d’artista di Sorrentino, e dunque il segno di questa tappa del percorso. Rimane forse un fatto, Claudio, e non so se concordi: che Sorrentino sia ancora davanti (dietro) a un film essenzialmente “solipsistico”; un solo personaggio (Jep qui, là Cheyenne) attorniato da figure (anche di “sofferenti”, anche – a tratti – intense) che non escono però dal ruolo di “cammei” più o meno grotteschi e monodimensionali. Se la Ferilli “c’è” per un attimo, ho l’impressione che “ci sia per un attimo” e non di più… La Santa, la baby painter, la nana editor, l’autore di teatro, la madre snaturata ex ribelle, ex Pci, il baffetto, sua moglie, il giovane capellone con disagio psicotico, sua madre… mi pare che siano un “contorno povero” di un piatto principale “ricco”, se non unico: un uomo sconfortanto con la testa appena fuori dalla “merda” del mondo (dell’arte, del teatro, del televisivo; del cinema?)… la fine sul traghetto non mi sembra per nulla una “soluzione” del disagio di Jep (questo “cuore in inverno”, che ha il suo futuro alle spalle). Che il disagio di Jep sia quello delluomo Sorrentino? Mi pare che neanche la giraffa o gli aironi siano una soluzione (cioè la “libertà” dell’inconscio, l’arte surrealista); non le “radici” sulle labbra e sulle gengive della Santa (un personaggio che mangia radici letterali e parla di radici metaforiche, che a mio giudizio serve a barrare la via pauperistica e “mistica” e non ad “aprire” qualche altra via); non è una soluzione la fine della musica (colta o da disco) e l’inizio dei rumori della realtà “quotidiana”… è un film disperato, disperato… come si può non leggerlo in questo modo?

  42. Raffaella scrive:

    Bravissimo Claudio, hai riassunto con molta intelligenza proprio tutto quello che c’era da dire sul film:bello e potente anche se forse un po’ ripetitivo. Il nostro critico lasciamo lo alla terrazza sul Colosseo e andiamo tutti a vedere il film e a godere di Roma e della sua bellezza!

  43. bidé scrive:

    Invero la citazione con cui comincia il commento di Claudio, cioè il veloce riassunto della trama fatto da Lagioia, è presa fuori contesto. La trama è davvero solo quello, ma Lagioia sa benissimo che l’opera d’arte va necessariamente oltre alla trama ed è ciò su cui verte tutto il resto dell’articolo, sia nelle parti critiche sia in quelle elogiative. Quello che Claudio dice subito dopo, ovvero:
    “In ordine volutamente sparso: il significato della parola radici, il percorso a ritroso del corpo femminile, da sovraesposto (le feste, le pseudo rappresentazioni teatrali, le foto postate della Ferrari), a stilizzato (il controluce della Ferilli), a simbolizzato (il seno della giovane, l’origine, la purezza perduta e ricercata invano nelle trasparenze liquide di un soffitto) il continuo gioco di contrapposizioni, di chiaroscuri, terrazza festaiola versus colosseo, suore in giardino versus suore col botulino, ostentazione delle performance da baby pollock versus segretezza dei busti marmorei, sedimentazione del chiacchiericcio e del rumore versus silenzio della povertà che non si può intervistare, sinclair-carrà versus kronos quartet , terrazza salottiera versus terrazza ‘voliera’.”
    semplicemente non è più trama, è una prima analisi, un po’ superficiale poiché limitata ad elenco. Un’analisi di questo tipo, ma ben più approfondita, è compiuta da Lagioia, a partire dalle citazioni a Lubitsch e a Buñuel.

    Fondamentalmente, quindi, la trama del Pasticciaccio è davvero solo quella da te scritto, ma il romanzo di Gadda è ovviamente qualcos’altro, come il film di Sorrentino, e proprio perché è altro ci si può permettere di riassumerla in un paio di righe e poi dedicare parecchi paragrafi ad analizzare il resto, quello che non è trama ma che è davvero il film.

  44. kobra-kai scrive:

    alcuni commenti, tipo di sascha, bidè e altri sono veramente da brividi. le ovvietà retoricamente vuote dette da queste persone nelle loro prolisse e logorroiche digressioni sono stupende. e poi hanno il coraggio di biasimare l’analfabetismo!

    amici alfabetizzati, scendete dalla pianta, siete ridicoli e patetici. volate basso, ve lo consiglio, si capisce subito che non è affar vostro il mestiere delle arti

  45. KS scrive:

    Oggi chiunque può scrivere di cinema, specie se ha pubblicato un libro. Cosa ci stiano a fare Van Sant, Frammartino, Marcello, Warhol e Sokurov in questo verboso pastrocchio travestito da recensione, se non a regalare un po’ di sano name-dropping, lo sa solo Lagioia. Il resto sono idiozie, Lagioia, a partire dalla scemenza sull’epigrafe di Céline.

  46. Alex scrive:

    Evidentemente, così come il Divo non era piaciuto a un certo tipo di politico italiano questo nuovo capolavoro di Sorrentino non piace a ‘quel’ certo tipo di giornalista italiano.
    Nessuna sorpresa.

  47. bidé scrive:

    Ah già, dimenticavo come funziona. Chi argomenta scrive sempre “ovvietà retoricamente vuote”, ergo “prolisse e logorroiche” (non è retoricamente vuoto affiancare due aggettivi sinonimi come insegnano alle elementari, quello no).
    In compenso chi non va oltre alle tre righe di insulti può tranquillamente continuare a vivere sentendosi realizzato, ché a lui niente e nessuno lo tocca.
    I brividi, già, i brividi.

  48. kobra-kai scrive:

    bidè, lo vedi che biasimi l’analfabetismo?? ti sei dimenticato di sottolineare che non metto la maiuscola dopo i punti.

  49. bidé scrive:

    No, kobra-kai, se tu mi dai del retoricamente vuoto e poi sei a tua volta retoricamente vuoto (oltre che insultante) non biasimo l’analfabetismo, biasimo la tua ipocrisia.

  50. kobra-kai scrive:

    bene, 6+

  51. Marco scrive:

    Una recensione ingenerosa.
    Ho visto il film in un cinema che propone con passione una programmazione alternativa intelligente, ma purtroppo spesso con scarsa attenzione da parte del pubblico. Mi è capitato di assistere a proiezioni con meno di 5 spettatori. Per Sorrentino il cinema era PIENO, una cosa mai vista. Tutti i posti occupati, SOLD OUT. Alcuni spettatori in coda sono stati invitati a tornare il giorno dopo. Sottolineo: non si tratta di un cinepanettone proiettato il pomeriggio di Natale in un multisala.
    Chiedo: è solo la forza della promozione di Medusa? All’uscita ho sentito tanti pareri positivi.
    Penso che il film sia bello e sono convinto che molti, come me, abbiano visto nel film un affresco potente, spietato ma ironico dei nostri giorni.
    Capisco anche che scrivere recensioni infarcite di citazioni appaga il nostro ego e ci fa sentire importanti. Poco importa se ce la prendiamo con un regista al quale dobbiamo uno dei pochi prodotti del cinema italiano in grado di riempire le sale e suscitare interesse all’estero.

  52. Giovanna scrive:

    Il film deve essere interessante. Ma il pezzo di Lagioia deve avere in effetti qualcosa di stregato, affascinante e irrisolto anche in chi legge per attirare tutta questa gente e scatenare questo pandemonio. I registi sono demoni. Gli scrittori pure. Se rimani attaccato al male che deridi come se questo fosse carta moschicida, be’, tu sei la mosca e lui ha una marcia in più.

  53. saraluna scrive:

    Dire che questa è una recensione non è corretto. Questo è un tentativo (malriuscito e assolutamente delirante) di riflessione sull’estetica pieno di presunzione, frustrazione e citazioni inutili volte semplicemente a dimostrare quanto bravo, colto e raffinato è colui che l’ha scritto. Definire questo film un videogioco, un film così ricco di contenuti in ogni suo fotogramma, tragicamente reale, pieno di poesia e di bellezza, bellezza intesa in tutte le sue sfaccettature, è davvero la dimostrazione che i nostri “critici”non hanno una benchè minima idea di cosa significhi il cinema. E del resto il chiassoso, frastornante, colorato, parossistico, tragicomico film di Sorrentino, è proprio una metafora della decadenza della cultura contemporanea, un’apoteosi del Niente che ci circonda, e che sarebbe meglio evitare. 10 minuti d’applausi al Festivale di Cannes, sale finora strapiene, quasi tutta la stampa straniera impazzita. E questo sarebbe un brutto film? Un film senza futuro? Mah. Del resto, per parafrasare Moretti, ve li meritate i Muccino e i cinepanettoni.

  54. Stefano Moretti scrive:

    Bravo te

  55. Peppino scrive:

    Saraluna ha scritto quanto cera da dire sullo sgradevole, autoriale, supponente giudizio di nicola lagioia

  56. Stefano Moretti scrive:

    Post scriptum: poi un’altra volta ci spieghi che cazzo c’entra Fabrizio Corona (e l’attualità che si porta dietro) con questo film. E su Corona c’è già Videocracy, che infatti è un documentario, per certi versi all’opposto de “La grande bellezza”. Se Lagioia avesse scritto cinquant’anni fa, avrebbe fatto passare “La dolce vita” per un film sporcaccioncello, e magari avrebbe anche scritto che era una caduta di un cineasta ambizioso e dotato. Il bacchettonismo è un mostriciattolo proteiforme…

  57. Bolkonskij scrive:

    Poi magari ci spiega anche il perché di questo tono pelosamente paternalista, parecchio untuoso, veramente da critico navigato, tipo “il ragazzo Sorrentino è bravo fa combina tante cazzate”. I film precedenti ti son piaciuti, ovviamente, ma guarda caso questo no. Un bravo regista col futuro alle spalle, chiaro.

  58. piero scrive:

    la sua recensione mi pare pecchi di quel virtuosistico talento autoreferenziale che imputa a Sorrentino..non sono d’accordo perchè a me il film è piaciuto.

  59. Sandro scrive:

    E io invece la sottoscrivo totalmente.
    Anche perché a me è mancato un nuovo bel film di Sorrentino… ci speravo, le aspettative erano alte, e mi è davvero dispiaciuto non trovare un’opera all’altezza del regista.
    Credo che le parole di Lagioia siano dettate da un grande affetto per Sorrentino, non c’è nessun gusto per la facile distruzione, anzi.
    Trovo però i commenti davvero sintomatici dello stato della rete, delle cose, in Italia.
    Il livore cinquestellino, la cattiveria dagruppodirigentedelmaggiopartitodicentrosinistra, la paura berlusconoide per qualunque background culturale, nei commenti c’è tutto.
    Io fossi Sorrentino il prossimo film sull’Italia inizierei a scriverlo partendo da questi commenti…

  60. pampinea scrive:

    Secondo me il critico frequenta quelle terrazze….

  61. Diego scrive:

    Pezzo geniale ge-nia-le. Gran penna, ma con uno scrittore come Lagioia si sapeva. I poveri analfabeti che non si sono sentiti scemi leggendolo e per questo ora schiumano rabbia sono condannati chiaramente a rimanere dei poveracci grillini a vita (senza lavori, palcoscenici, cultura).

  62. Stefania scrive:

    Mah. Pezzo tra alti e bassi per un film tra alti e bassi…

  63. Michele Portoghese scrive:

    Secondo me qui a Lagioia riesce (non so quanto correttamente) una cosa da grande scrittore: trasformare un pezzo su un film in un referendum su se stesso. Salvo cinque o sei critiche ben argomentate (scritte pro o contro da cervelli fini) del film non parla più nessuno se non per dar torto o ragione a Lagioia. Non è più odiare o amare il film di Sorrentino ma odiare o amare manco il pezzo di Lagioia ma Lagioia stesso. Questo di farsi sputare in faccia o osannare così riusciva solo ai Malaparte e ai Pasolini. Finalmente uno scrittore che ha le palle per farsi sputare in faccia! Però ha ragione chi ha scritto che quelli che urlano “crocifiggi crocifiggi” dovrebbero chiedersi che ci fanno qui. Non so il film, ma questa è una grande performance. Grande Lagioia e i suoi involontari comprimari!

  64. Domenico Astuti scrive:

    Abbiamo visto “ La grande bellezza “ regia di Paolo Sorrentino.

    Sorrentino deve avere un’enorme stima di se stesso, prova sempre a raggiungere le vette più alte ma molto spesso cade. Anche i suoi film più riusciti “ Le conseguenze dell’amore “ e “ Il Divo “ lasciano un chè di irrisolto, di vuoto sia drammaturgico che narrativo. In più i suoi debiti narrativi sono così evidenti ( da “ L’amico di famiglia “ con Beineix a “ This must be the place “ con il Wenders americano, fino a quest’ultimo, più con un mondo-Fellini sbiadito che non con “ La dolce vita “ ) che ci fa apparire il tutto – al di là della ridondanza e di un certo azzardo coraggioso – prevedibile e ‘ provinciale ‘. Ed anche tutte le citazioni dirette o indirette ( da Flaubert a Cèline, da Proust a Stendhal: chissà perché tutti autori francesi ) sono spesso buttate lì più come fine che non come scopo. Questo suo ultimo attesissimo film mostra ancora di più una mancanza di presa di posizione e un raccontare con troppo caotico distacco e trasparenza un mondo che in realtà emerge più dai blog come Dagospia o dai giornali di gossip che non da una reale ‘ realtà ‘: è quello che un tempo si definiva immaginario collettivo. Forse deriva anche dal fatto che Sorrentino viva da poco tempo a Roma e anche se non condizionante ci mostra un modo di vedere più per stereotipi che non per ‘ cronaca vera ‘, ( è buffo rilevare che mentre il romano Garrone va a Napoli per raccontare il mondo ai tempi di Berlusconi, il napoletano Sorrentino venga a Roma: ma in realtà entrambi parlano d’altro senza ideologia o vera vis polemica ). E il tentativo di colpire alto c’è già sulle parole di Cèline all’inizio del film, ma poi della drammatica buffonesca comicità del maestro francese non si trova che qualche battuta cinica che serve più a far ridere il pubblico che non a farlo riflettere. Sorrentino, in fondo, – se togliamo il barocchismo della mise en scène, la fluorescenza di alcuni passaggi collettivi, e alcuni assiomi più intellettuali che critici di per sé – ha fatto un piccolo film dove non c’è nulla che non sia stato già raccontato, e in modo più sovversivo e dolente, ( “ La dolce vita “ “ Roma “, “ Satiricon “ per Fellini; “ La terrazza “ per Scola, “ La notte “ di Antonioni ); dove si vede una Fanny Ardant bionda che allo stupore dell’incontro casuale del protagonista risponde “ Oui “ che ricorda – in minimo – l’Anna Magnani che entra nel suo palazzo e risponde a un Fellini in fuoricampo “ A Federì… va a dormì “ ( o peggio alla Deneuve della passata pubblicità ), che fa dire a Jep, il protagonista: ” Quando ero ragazzo tutti i miei amici dicevano ‘ la fessa ‘, mentre io dicevo ‘ l’odore delle case dei vecchi ‘. Dove si accosta Proust con Ammaniti per far capire la grossolanità degli pseudointellettuali che di già è grossolano di per sé., che mostra una performance di un’attrice nuda con il pube colorato di rosso su cui risalta una falce e martello. Insomma una regia apparentemente ‘ importante ‘, oggettivamente ( un po’ Fellini, un po’ Paul Thomas Anderson ) ma che mostra una confusione provinciale drammaturgica e una presunzione intellettuale da cultura liceale. Ma la cosa che forse da’ più fastidio è la mancanza di sincerità e la presa d’atto a distanza che rende il film per nulla emotivo ( anche quando sul finale si accenna al tempo che passa, alla perdita degli amici che ci lasciano, a quello che si sarebbe voluto fare e invece per troppa ambizione non si è fatto ); e gira intorno alle cose, alla vita stessa, con insincera professionalità e con la rappresentazione di alcuni protagonisti del film che sembrano usciti direttamente da “ Il divo “ come il bravissimo e simpaticissimo Carlo Buccirosso ( qui in un ruolo vanziniano ) o l’ormai tetro Verdone in un ruolo banalotto e fin troppo minore, o anche il bravo Toni Servillo che però più che un gaudente gagà napoletano cinico e sconfitto dalla trimalciona Roma sembra a volte troppo rigido da assomigliare all’Andreotti de “ Il Divo “; unico personaggio con un suo cotè de doleance è quello interpretato da Sabrina Ferilli che tuttavia dovrebbe citare per danni il regista per come l’ha fatta fotografare.

    Quale è in fondo il racconto del film se lo denudiamo del tutto ? Lo lasciamo dire allo stesso regista e al suo amico e attore feticcio “ … Anche in situazioni squallide, persino patetiche, si cela una forma di bellezza, nascosta e difficile. Il cinema è il mio strumento per scoprirla “. Servillo aggiunge da migliore affabulatore citando Mario Soldati: “ La bellezza, quando la guardi sparisce. Ma è la ricerca di lei che ci spinge a scoprire il mondo “.

    La storia è quella di Geppino Gambardella al compimento dei 65 anni, un po’ viveur, un po’ cinico, molto scaltro e di un’intelligenza distruttiva e quindi a volte cinica. E’ arrivato a Roma da Napoli all’età di 26 anni ( l’età che aveva Fellini quando arrivò: Sorrentino ha più o meno la stessa età sempre del grande Federico quando girò “ La dolce vita “ ). E’ un uomo ormai ferito a morte, che ha fatto del suo talento e della sua intelligenza un schermo alla vita, rinunciando per presunzione ad una carriera di scrittore e vivendo intervistando attrici, con il sorriso spensierato di un pierrot. Si aggira per Roma di notte, partecipa alle feste del generone romano declassato e spompato, ha qualche amico generico, qualche donna senza importanza e galleggia in questo baratro esistenziale soffermandosi a volte all’onirismo, a volte a guardare la bellezza dei bimbi e la loro limpidezza ( un po’ come Marcello della “ Dolce vita “ , scrittore mancato, giornalista di gossip, che si ferma dopo un’orgia, che gli ha lasciato un profondo disgusto, sulla spiaggia ad osservare una giovinetta dallo sguardo limpido e innocente e cerca invano di capire quanto ella gli dice ). Per il resto sembra quasi un carnevale poco riuscito, in cui Jap si aggira a vuoto, in modo sconclusionato come se il caos esistenziale gli desse l’unico motivo di vita. Tra una festa e l’altra, tra una riunione con la direttrice del giornale in cui lavora e che gli prepara zuppe che gli ricordano l’infanzia, tra una Serena Grandi ormai trasformata in un personaggio felliniano senza alcun trucco, tra un’avventura con una ricca e annoiata signora e un’altra con una spogliarellista figlia di un amico di molto tempo prima, tra un improbabile – e in fondo inutile – chirurgo plastico che riceve come poteva fare un tempo una maga di quart’ordine, tra cardinali che vorrebbero essere cuochi e una Madre Teresa che dorme a terra ma ospite all’Hassler, Jep Gambardella si trascina senza speranze e con qualche malinconia verso la vecchiaia senza alcun ottimismo.

    Cosa aggiungere, come qualsiasi regista che aspira all’alto crea indiscutibilmente due fronti contrapposti; c’è chi lo ama nei suoi azzardi e nelle sue idee di cinema e chi lo mal sopporta per le stesse ragioni. In questo caso, con “ La grande Bellezza “, noi ci posizioniamo più verso il secondo fronte. Peccato, perché l’occasione di parlare di noi era ghiotta, perché un film così ricco economicamente solo in pochi se lo possono permettere. Peccato perché è il secondo film di seguito che Sorrentino sbaglia perpetrando gli errori di sempre e non cambiando di una virgola. Sarà lui ? Sarà il suo sceneggiatore ? Probabilmente lo sapremo al prossimo film definitivamente.

  65. enrico scrive:

    Trovo, Astuti, condivisibile o meno, la tua una ottima recensione…

  66. Daniela scrive:

    Pezzo di Astuti molto interessante. Scritto mooolto bene. Complimenti. E grazie a questo contenitore per le belle cose che (nonostante hooligans) ci fa leggere. Ma gli hooligans fanno da sempre un casino bestiale per sfogarsi mentre in campo giocano i Platini.

    E complimenti, davvero, anche a questo sito che non conoscevo: http://www.trafficodiparole.com/wordpress/

    Quindi ri-grazie ad Astuti!

  67. Emilio scrive:

    Scusate se insisto, ma il mio problema è che in questo elenco inutile di commenti sul buon Lagioia non c’è alcuna interdipendenza…
    o i commenti diventano dialogo, tra autore e lettori, ma anche tra lettore e lettore, oppure sono inutile opinionismo. E di quello non c’è bisogno?

    RIspondiamoci!

  68. Ciospo scrive:

    Astuti, complimenti per il concentrato di assurdità: una straordinaria confusione tra racconto e regia, tic verbali da blogger di professione, asserzioni invece di argomentazioni, giudizi senza analisi. Degno corollario del post di Lagioia.
    Poi si danno lezioni sul livore via internet e l’analfabetismo di ritorno.

  69. Hollywood scrive:

    Scusate ma vado subito al sodo, anche perché ho cose più importanti da fare:

    Il film è semplicemente stupendo, è una boccata di ossigeno e ti accompagna per mano senza mai annoiare,
    Toni Servillo è la nostra coscienza.
    La Ferilli al di sopra di tutti.
    Verdone …. è il nostro Carlo di famiglia
    Roma è ROMA con tutte le sue bellezze (ormai dimenticate)

    Godetevelo per quello che è,ma sopratutto per le emozioni che vi susciterà
    piccola lezione a Moretti

  70. La Redazione di minima&moralia scrive:

    La discussione è interessante e appassionata. Grazie. Vi preghiamo tuttavia di non trascendere, e soprattutto di non moltiplicare in modo eccessivo le vostre identità (tipo Bolkonskij, vale a dire Ciospo ecc. ecc.) per rimanere nel corretto e leale uso del mezzo. Grazie. La Redazione.

  71. Steve CD Parti scrive:

    …una volta commisi un brutto crimine – ma forse non peggiore di alcuni di questi commenti.

  72. Gloria Gaetano scrive:

    Allora siamo un po’ più seri. Il giornalismo si ferma su una breve brillante intuzione-flash, mentre il resto ristagna nella superficialità. Un film come questo, complesso , curato, con ottimi dialoghi, maestria di specificità e linguaggio cinematografici, meritava più attenzione e una lettura a strati. Non c’entra la dolce vita, Fellini con le sue tenere memorie, questa è opera forte, che parla di noi, di come stiamo diventando. Non solo è culturalmente, letterariamente, cinematograficamente interessante; ma anchei’tipi’ appena accennati lasciano intravedere un modo di vivere attuale,sprecone, pigro mentalmente, vite che si donano al superfluo, che sanno perdere tempo di terrazza in terrazza, di salottino in salottino,di chiacchiera in chiacchiera, senza passioni, senza capacità di dialogare, di comunicare sinceramente. Quel che conta è essere brillanti, proprio come certi giornalisti oggi, C’è tutta la sensazione dello spreco delle vita in un tempo in cui conta solo successo, visibilità e mercato, anche nelle piccole èlites di intellettualini. Molti vanno a feste, festini, riunioncine, lobbicine editoriali o non, pur di esserci, alcuni anche a costo di essere cafonal. Dunque uno stralcio di vita di oggi, antropologicamente interessante, di cui si rende conto in uno sprazzo di lucidità Jep.
    Non parlo,poi, del commento supponente di Astuti, che è di una banalità sconfortante.
    Roma è anche presente nel suo passato che resta lì, indifferente a questi spreconi della vita.
    Ma Roma è anche papalina e ministeriale. E questo anche c’è. Credo che nel film siano molte le cose che ci potrebbero far riflettere. Ma, se interessa a qualcuno…. Se si hanno ancora capacità critiche e di riflessione, che tengano conto che il film è molto stratificato….complesso e fa pensare, finalmente!

  73. Gloria Gaetano scrive:

    A chi diceva:perchè questi libri francesi:Flaubert, Stendhal, Proust e ne aggiungerei altri. Ma perchè sono grandi, perchè hanno segnato molti di noi…e qui dovremmo fare un altro discorso sul perchè la letteratura italiana non ha grande tradizione romanzesca, ma di novellistica, di poesia, di melodramma sì…. Ed è discorso lungo. Meriterebbe una riflessione critica a parte, nonchè storiografica…

  74. Duccio scrive:

    Recensione ingenerosa e non condivisibile.

  75. Graziano scrive:

    A me il film è piaciuto. Molto. Magari qualche momento meno felice di altri ma film molto bello. Che rivedrò. Il critico è, con tutta evidenza, soltanto invidioso. Criticare i più bravi di noi ci fa sentire grandi a nostra volta.

  76. bidé scrive:

    È questo che proprio non riesco a concepire: possibile che, se ci è piaciuto molto un film (come qualsiasi altra cosa), questo divenga immediatamente un monumento intoccabile? È stancante leggere decine di commenti di persone che ritengono che se una persona muove una critica lo faccia solo perché dettato dall’invidia. Che qualcuno possa, molto semplicemente, pensarla in maniera diversa è un’idea che proprio non riesce a sfiorarvi?
    No, niente, chiunque scriva di questo film è obbligato a darne un’opinione positiva. Non ci sono altre vie.
    Lagioia, Lei è invidioso, se ne faccia una ragione.

  77. Diego scrive:

    Se posso permettermi, prima di scrivere una recensione su un qualsiasi film, sarebbe importante sapere scrivere in italiano. Ho dovuto abbandonare la lettura dell’articolo per mancanza di respiro data l’assoluta moria di segni di interpunzione, così importanti nella nostra bistrattata lingua. Grazie.

  78. kobra-kai scrive:

    x bidè: dai che ce la fai…

    a te è sembrato un gran pezzo? bene a me è sembrato un concetrato di puttanate. scusa ma come tu critichi il film io critico l’articolo sul film

  79. davide oberto scrive:

    condivido tutto!
    anche l’apprezzamento per ferilli, l’unica che riesce sfuggire allo sguardo carico di disprezzo che sorrentino distribuisce su tutti i suoi personaggi.

  80. sandra scrive:

    abbiamo abolito le virgole?

  81. tony scrive:

    Caro Nicola, ma pensi che aver fatto 3 libri di quarta segata ti autorizzi a criticare il lavoro degli altri? Magari a far così ti sembra di essere ancora più bravo. Chi non sa fare scrive male degli altri…

  82. Antonio Rubini scrive:

    L’unica cosa che mi sembra evidente è che Lagioia non è capace di scrivere. Una recensione senza senso, illeggibile, con una punteggiatura e un lessico inguardabili, che dietro l’inutile sfoggio di sapere e citazioni cela un vuoto pneumatico, incolmabile. Il futuro e anche il presente di Sorrentino è in perfetta salute, il suo lo vedo più claudicante.

  83. Franco C scrive:

    Totò invitava a cena un critico che lo stroncava ripetutamente. Leggetevi le interviste tra la Fallaci e Fellini, dove la prima andava giù in un modo che Lagioia al confronto è soft e il secondo non si scomponeva e discutevano discutevano…
    Oggi abbiamo i poveracci come Tony secondo i quali non esisterebbe il diritto alla critica, anche robusta. Chi non sa fare scriverebbe allora male di Berlusconi?

    Il pezzo è onestamente scritto molto bene, con un italiano impeccabile, con un’aggressività probabilmente non sempre giustificata. Non riconoscerlo è sinonimo di cattiva fede. Non saperlo riconoscere è da analfabeti di ritorno totali.

    Lo stato di barbarie in cui il nostro paese versa fa sì che non sia più possibile un vero confronto (anche robusto) con mezzi che siano la dialettica o i sassi dal cavalcavia. Il periodo porta frustrazione e vite pericolanti. Ma sfogarsi in un blog (o sui social) non catapulta fuori dalla crisi chi lo fa.

  84. Daniela scrive:

    L’articolo di Lagioia tocca parecchi nervi scoperti, non so se nei Sorrentino’s boys o nei cinefili falliti. Ma se sta facendo andare istericamente fuori di testa tanta gente vuol dire che ha colpito duro, e ha colpito in un piccolo punto debole che solo gli spiriti sottili sanno individuare tanto bene. Impressionata.

  85. Ciospo scrive:

    Daniela, dici sul serio? I “Sorrentino’s Boys”? “Istericamente fuori di testa tanta gente”? “Gli spiriti sottili”? Tu ci vivi nel mondo reale, Daniela, o passi le giornate sui blog? Perché a leggere certi commenti verrebbe davvero voglia di dar ragione a Sorrentino.
    Qui abbiamo un recensore che è troppo impegnato a parlare di se stesso per riuscire a parlare del film. Quando vuole stroncare la sceneggiatura, Lagioia non trova niente di meglio che buttarsi sulla comparazione. Cita Marcello e Frammartino, due registi che non c’entrano NULLA col tipo di cinema di cui stiamo parlando: sono due cineasti da festival che non hanno certamente il problema di fare film accessibili al pubblico; uno fa documentari, l’altro film indefinibili che non hanno neppure protagonisti. Che diavolo di confronti si possano fare parlando di “vera e propria storia” lo sa solo Lagioia. Tira in ballo addirittura Empire, tanto per far vedere che il manualetto di storia del cinema l’ha sfogliato per bene, poi tenta il colpaccio con Sokurov (capirai che riferimento colto, avesse detto Chuciev mi sarei impressionato veramente), definisce “magnifico” un suo film… e lo confonde con un altro completamente diverso! E poi Van Sant, e Bunuel, e Lubitsch: citati tutti così, un tanto al chilo. E la Riefenstahl, perdio!
    Allora Lagoia si accorge di aver volato troppo alto per il lettore comune, e fa il simpatico: la butta sull’ironico e se la prende addirittura con l’epigrafe, “la stessa epigrafe di Céline che da ragazzi ricopiavamo sul diario del liceo”. Non so che scuole abbia fatto, ma a me pare un po’ fuori dal mondo, oltre che fuori argomento. La battuta che segue (“Toni Servillo che interpreta Toni Servillo”) è anche peggiore, una scemenza copiata pari pari dalla tizia che scrive di cinema per Il Foglio. E via con le insinuazioni, il sarcasmo da terza media (l’orrendo riferimento a Herlitzka e Io Donna), l’umorismo da Bagaglino.
    Nella seconda parte Lagioia migliora, devo concederlo, cioè mette da parte le barzellette e azzarda un po’ di critica. Non va lontano: tono assertivo a iosa, nessuna argomentazione, nessuna analisi. Non gli piace il personaggio del cardinale, la Chiesa sarebbe altro: e quindi? Gli è piaciuta la Ferilli perché è tragica: e quindi? Roma non è quella lì, la Roma vera ti fotte: lo dice Lagioia. Non è una recensione, ‘sta roba. E’ uno sfogo pre-verbale, qualcosa da tenere privato. Un rutto. A chiudere il tutto, un po’ di sano paternalismo, che agli intellettuali piace sempre: i film vecchi erano migliori, Sorrentino è bravo, deve dar retta a Lagioia. Tante grazie, son sicuro che terrà presente.
    Un commentatore qui sopra ammonisce che questa paginetta di diario inopinatamente resa pubblica sarebbe “onestamente scritta molto bene”. Potenza di un avverbio.
    Magari voi spiriti sottili siete selettivi con i film e di bocca buona con le recensioni, non lo so, ma tutti questi piagnistei quando qualcuno si azzarda a dissentire con il critico illuminato (che tanto illuminato non sembra neppure) mi lasciano francamente perplesso, altro che che analfabetismo di ritorno. Non per forza un buon scrittore deve essere anche un critico cinematografico degno di elogi.

  86. Salvatore Scalera scrive:

    Salve, ho appena visto il film. Non sono un grandissimo intenditore di film, ma forse proprio per questo posso parlare.
    Io non leggo recensioni e di rado vado al cinema. Stasera ero quasi tentato di andare a vedere Ironman3.
    Poi la mia fidanzata ha insistito per farmi vedere “La grande Bellezza” di tale P. Sorrentino.
    All’ inizio il film mi sembrava lento, pesante.
    Poi lentamente ho cominciato a lasciarmi rapire dalla trama, a capire cosa c’ era dietro tanti “movimenti” di telecamera.
    E mi è piaciuto, molto.
    Capisco che adesso parlate di Fellini per dire che Baggio era meno forte di Maradona, o che con un dribbling altro non faceva che imitare.
    Resta però un punto serio di cui discutere.
    Una persona dietro di me continuava a infastidirci parlando sempre, criticando questo “Sorrentino” che io peraltro a stento avevo mai sentito.
    Alla fine ha continuato a criticarlo, alzando anche i toni della voce.
    Ma a me non era mai capitato di stare con gli occhi sgranati a guardare persino i titoli di coda, con le mani intrecciate a quelle della mia ragazza, un pò per riconoscenza, un pò per gusto.
    Capisco che per voi è importante partire con le citazioni e con le osservazioni selvagge.

    Ma perchè non parlate degli attori, di come hanno recitato, della sceneggiatura o di altro?
    Sembra un attacco a questo Sorrentino e basta, un pò come il chiacchierone dietro di me al cinema.

    Alla fine non resta che essere felici così tornerà a vedere i suoi amati film e al di là delle sue chiacchiere lascerà ad ognuno di noi la possibilità di decidere cosa è bello e cosa è brutto.

    Grazie a tutti.

    Salvatore

  87. Daniela scrive:

    @ciospo dico solo che se stai qui a passare ore a scrivere messaggi lunghissimi anziché farlo ad es vs la stroncatura di mereghetti sul corriere o di quella di altri grossi giornali significa che questa (su un piccolo blog) ti muove dentro qualcosa di rabbioso e vero. Non ci vuole uno psicologo per capire che quello steso sul lettino dell’analista in questo momento sei tu..

  88. Miro scrive:

    Il concetto è sempre quello.

    Garrone batte Sorrentino 5 a 0 (pure sui film che uno non fa e l’altro sì)

  89. Umberto scrive:

    Sicuramente ingeneroso, ma addirittura presuntuoso. Nicola Lagioia riesce a riempirsi la bocca e riempirci la testa di niente in una logorroica e pretenziosa recensione. Io lo inquadrerei senza dubbio fra i personaggi di questo bel film.

  90. Franz scrive:

    Ho perso 5 minuti a leggere una brutta recensione che è più utile per l’ego presuntuoso e vanesio di chi l’ha scritta, che per coloro abbiano visto il film oppure vogliano farsene un’idea.
    La grande bellezza, non è un film perfetto; ma è un bel film. Molto piu bello, utile e gradevole delle porcherie estere che riempiono gli schermi dei nostri cinema.

  91. Peppino scrive:

    Gran pezzo. Non a caso è quello che su questo film attira più gente e su cui in assoluto si sta discutendo di più. Non un caso…

    Se anziché agitarsi come analfa-indemoniati andiamo a consultare la Bibbia del cinema, vediamo per esempio che i “Cahiers du Cinema” stroncano il film: http://www.linkiesta.it/blogs/l-accattone/i-cahiers-du-cinema-contro-sorrentino#ixzz2Tp0pZuT6

    Ad altri (“Le Monde”) è invece piaciuto. Da che mondo è mondo (o da chi si sarebbe sacrificato purché si potessero esprimere opinioni diverse dalle proprie, se volete) la civiltà funziona così.

    Meditare, e pensare che anche nel mondo degli yesmen il diritto di critica esiste ancora…

  92. Ciospo scrive:

    @Daniela Metti da parte la boria. Io sono qui per un motivo un po’ più semplice: se si digita “La grande bellezza” su Google, questa pagina è tra le prime a comparire. Tutto qui. Non ho mai letto altro di questo blog, né di Nicola Lagioia. Stavo cercando opinioni sul film (che non avevo ancora visto) e questo ho trovato.
    Dopo aver visto il film, ho concluso che Lagioia di cinema non capisce nulla, oltre a scrivere piuttosto male. E’ una delle recensioni più superficiali e arroganti che abbia letto sul film. Perché me la prendo tanto? Perché sono francamente stufo di vedere intellettuali (o presunti tali) che trattano il cinema con una superficialità che alla letteratura non dedicherebbero. Guarda il genio qui sopra, quello che pende dalle labbra dei Cahiers: la cita gongolando, quella sedicente bibbia del cinema; gli è sfuggito solo che i suoi Cahiers hanno stroncato il film preventivamente, in modo del tutto pregiudizievole (come spesso fanno con registi che non apprezzano), una settimana prima dell’inizio del festival. Ma a quanto pare approfondire è un hobby fuori moda.
    Concludo invitandoti a mettere da parte questo tono da professoressa. L’unica cosa che questa recensione mi ha smosso è irripetibile in pubblico, specie per gli “spiriti fini” come te.

  93. Daniela scrive:

    meglio un tono da professoressa (cercherò di correggerlo se urta tanto) che un tono violento e bilioso come il tuo. Le professoresse rompono le scatole, quelli come te forse picchiano la gente o solo sognano di farlo. Da me verrà fuori spocchia, da te violenza allo stato puro. Mi fai quasi paura per la rabbia che esali e allora veramente mi ritiro, non intervengo più e spero di lasciarti solo con la tua rabbia, perché se fossi in compagnia di qualcuno poi questo (o presumibilmente questa) magari ne riceverebbe le conseguenze e non vorrei essere al suo posto.

  94. Tommaso Mari scrive:

    Il film di Sokurov cui fa riferimento è Arca Russa, non Il sole (che parla invece dell’imperatore Hirohito).

  95. Nondetto scrive:

    E questa sarebbe una recensione? Vergogna.

  96. Ciospo scrive:

    @Daniela “quelli come te forse picchiano la gente o solo sognano di farlo”.
    Io mi auguro veramente di non incappare mai più in un nessun altro dei tuoi deliri, spirito fine. Magari, tra un insulto e una predica col ditino alzato, potresti anche trovare il tempo per vedere il film in questione (ammesso che tu abbia una vita reale fuori da questo blog). Potrebbe capitarti di scrivere qualcosa di interessante, una volta tanto.

  97. Xenia scrive:

    Ho come la sensazione che non abbia capito niente del film. Ma proprio niente niente.

  98. Marco scrive:

    I grandi scontentano. I grandi, tra l’altro, ci mettono la faccia e la firma, e il culo. Gli anonimi si condannano al puro anonimato. Un pezzo maiuscolo su un film già molto amato e molto detestato.

  99. Rossella scrive:

    Questa recensione, ridondante, piena di paroloni e, detto in maniera spicciola, senza né capo e né coda, trasuda semplicemente ben poco occhio critico. Il film di Sorrentino narra semplicemente (e magistralmente) di una grande solitudine e di un grande dolore che l’uomo, di ogni tempo, di ogni età, di ogni luogo, porta irrimediabilmente con sé, tentando di soffocarla nel “chiacchiericcio” e nel “rumore”, salvo poi accorgersi del vuoto che ci si è costruiti tutto intorno. Roma, i salotti mondani e via discorrendo sono solo il mezzo e non il fine del film. Sono un pretesto per affrontare questo viaggio all’interno dell’essere umano che Sorrentino compie con un disincanto ed una delicatezza da vero Maestro. Questo è il messaggio che, ad occhio attento, emergeva dal film. Ed il suo commento “la trama è ridotta all’osso” la dice lunga sulla lettura che lei ne ha fatto. Questi tentativi sfrenati di cogliervi unicamente un’analisi grottesca del nostro tempo e un rimando alla Dolce Vita Felliniana dimostra veramente tanta superficialità e, ammesso sia vero che nel suo diario da ragazzo anche lei ha annotato la frase di Céline, beh, si lasci dire che è stata solo fatica sprecata.

  100. kobra-kai scrive:

    @ Daniela: tu stai veramente male.

  101. antonio scrive:

    “Quel che dispiace è percepire il deragliamento della critica verso una forma più o meno sottile di ferocia. Di poco rispetto…” noia e piattezza elevati a big professionismo, annegato per tre quarti nell’autocompiacimento e in tutto ciò che può essere preso in prestito da un bello spot Jägermeister”. ”

    chapeau Claudio.

    quando la critica vuole fare a gara con il regista a chi è più bravo, prima ancora di capire, deraglia.

    il film è talmente grande, grosso e ambizioso che – volendo – mostra il fianco a critiche di “eccesso formale” ogni due minuti.

    ma in realtà c’è una coerenza e un equilibrio che negli ultimi anni ho visto in pochissimi film, anche molto più semplici da tenere al guinzaglio.

    tenere nelle righe una cosa così sopra le righe è una prova indiscutibile di maestria filmica.

  102. Marco scrive:

    Gli italiani sono così provinciali. E gli stranieri sono così illuminati che Cannes è finita e Sorrentino non ha portato a casa nulla. Il pezzo di minima&moralia mi sa che, in anticipo, l’ha saputa più lunga di tutti. Adesso magari: fair play…

  103. Ciospo scrive:

    E’ arrivato il genio. Complimenti, Marco, ci mancava proprio la scemenza sui premi per chiudere in (grande) bellezza.

  104. Gigi scrive:

    Al di là delle opinioni, se si farcisce una recensione con dotte citazioni e poi si cita Sole anziché Arca Russa di Sokurov…proprio una bella figura non è!

  105. Marisabel scrive:

    Lagioia di cinema capisce poco; e con lui Steven Spielberg, Daniel Auteuil, Vidya Balan, Naomi Kawase, Ang Lee, Cristian Mungiu, Lynne Ramsay e Christoph Waltz che a questo mediocre film non hanno assegnato manco la coppa del nonno…

    Mentre i critici cinematografici falliti come Ciospo (sappiamo molto bene chi sei, hai perso un’altra volta, un altro fallimento della tua fallimentare vita) capivano tutto. Uhahahahahahah!

    la faccenda di Sokurov la spiegava lo stesso autore nei commenti, e cioè che era un gioco di parole (citando un suo pezzo precedente dove parlava di Sokurov parlando di Hiroito/Sole e Arca Russa), ma voi analfabeti manco questo capite.

  106. Ciospo scrive:

    Caspita, Marisabel, quanto inutile livore. Ti fa male al fegato, oltre che al cervello: giudicare un film dai premi che vince (o non vince) è da cretini, ancor più da cretini che giudicarlo per gli incassi. Con un libro una cretinata così sarebbe imperdonabile, immagino. Ma da uno che aspetta l’annuncio del palmarès per dire la sua non mi sarei aspettato nient’altro, in effetti.
    La faccenda di Sokurov, caro il mio cretino, è stata chiarita nel momento stesso in cui Lagioia ci ha regalato questo grottesco post: Lagioia non ha idea di cosa sta dicendo, viene bacchettato, si arrampica sugli specchi (“un modo retorico […] per comprendere in un colpo due film”; geniale modo retorico: chiami un film col titolo di un altro), non convince nessuno. Era chiaro a tutti, tranne che a te.
    Evito di commentare in merito ai tuoi insulti personali, fallito. Ti faccio solo presente che non sono un critico, e che qualcuno nella vita deve averti fatto davvero male se ti sei ridotto a dire “sappiamo molto bene chi sei” al primo che contraddice le tue idee su un blog.
    Stammi bene.

  107. Ang Lee scrive:

    disse il saggio: Ciospo, vatte a nasconne!

  108. Zhang Yimou scrive:

    ci mancavano proprio i fake. a anghlì, mavatt’a sotterrà.

  109. Giuseppe A. scrive:

    Al di là degli scontri volgari e furiosi tra fake cretini, una considerazione va fatta – a margine della quale non smetterò mai di ringraziare questo blog per il coraggio (osare criticare intoccabili ma avere il coraggio anche di parlare bene di mostri sacri, ci vuole anche quello, e di nomi sconosciuti), e riguarda il fatto che:

    una delle giurie internazionali più eclatanti e competenti che sia mai stata messa in piedi poteva:

    assegnare a “La grande bellezza” la Palma d’Oro e non l’ha fatto.

    assegnare a “La grande bellezza” il Gran Premio della Giuria e non l’ha fatto.

    assegnare a Tony Servillo il premio come miglior attore e non l’ha fatto.

    assegnare alla Ferilli (brava, questo è vero) il premio come miglior attrice e non l’ha fatto.

    assegnare a Sorrentino il premio come miglior regista e non l’ha fatto.

    assegnare a “La grande bellezza” il premio come miglior sceneggiatura e non l’ha fatto.

    assegnare a “La grande bellezza” il premio della giuria e non l’ha fatto.

    eccetera eccetera eccetera

    …il che magari vuol dire che questo film qualche problemino ce l’aveva. Il mio plauso va a chi (contro troll, fake e amici di Sorrentino) se n’è accorto qui per primo.

    Poi ognuno resta ovviamente delle proprie idee. Ma come dire…

  110. Khandar scrive:

    “una delle giurie internazionali più eclatanti e competenti che sia mai stata messa in piedi”
    “osare criticare intoccabili”
    “non smetterò mai di ringraziare questo blog per il coraggio”
    “contro troll, fake e amici di Sorrentino”

    AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA

    Questo è il suggello definitivo. Lagioia, Spielberg, la Kidman e Ang Lee contro la lobby degli amici di Sorrentino. E ringraziamolo davvero, il blog.

  111. Steven Spielberg scrive:

    Io sto qua a Cannes a spassarmela e a divertirmi con te ogni tanto via telefonino. Tu sprofondato nella solita vita miserabile. Uhahahahaha!

  112. Johnyy Palomar... scrive:

    …eh, perdere fa’ rosica’.

  113. davide scrive:

    ho appena visto il film,
    una noia incredibile,
    questa recensione mi ha rincuorato.

  114. stefano scrive:

    Rossella hai ragione. Questa recensione è scritta male, oltre che barocca. Il film è secondo me molto bello, pieno di bravi attori, con una fotografia e una scenografia di grande effetto. forse si perde un po’ nelle citazioni letterarie, ma ci sta visto che il protagonista è uno scrittore. Alcuni passaggi, quello della giraffa, sono da brivido. il Mereghetti critica sì il film (non lo stronca), ma lo fa con semplicità in una spiegazione di mezza pagina, ed è lo stile secondo me più adatto per scrivere di qualcosa.

  115. stefano scrive:

    ma come si può dire “un film molto brutto”? I film molto brutti sono quelli di cui non si salva nulla e mi sembra impossibile non salvare nulla di questo film.

  116. Francesco scrive:

    Caso interessantissimo.

    Riassunto delle puntate precedenti. Esce il nuovo Sorrentino, pronto a essere pompato da un battage pubblicitario senza precedenti (spazi acquistati sui giornali, interviste sui femminili, magazine patinati ecc.) presentandolo come l’evento cinematografico dell’anno.

    Poi però il film esce ed è una delusione. Ovvio che è un film d’autore (quindi girato molto meglio di un Neri Parenti) ma alla resa dei conti molto deludente. A molti critici fa proprio schifo (lavoro in un grosso quotidiano, dunque so) solo che quegli stessi critici non possono andarci giù molto pesanti perché la linea dei quotidiani non prevede stroncature troppo pesanti, per tantissimi motivi su cui Chomsky potrebbe dirvi meglio di me. Dicono che il film è bruttino, pienino di difettini, inutilino.

    Ma ecco che spunta il solito rompipalle. Non un giornalista, ma uno scrittore, abbastanza noto ma ancora un cane sciolto per sua sfortuna e nostra fortuna, e dice praticamente le cose come stanno. Lo fa da scrittore, e dunque in modo acceso, paradossale, de panza e di fioretto contemporaneamente, con una lingua debordante, e con protervia e soprattutto sprezzatura, questa sconosciuta. Si sa che gli scrittori si credono questocazzo, ma è l’unico modo per esserlo, questocazzo.

    Dunque che succede? Che la verità fa male, ma soprattutto certe volte (una volta detta) esplode. E qui esplode. Il sito in cui viene ospitato il pezzo (che è chiaramente un pezzo letterario) viene letterariamente preso d’assalto tanto da diventare la seconda o terza occorrenza su internet se si digita su google: “La grande bellezza”. Milioni di euro tra produzione battage pubblicitario, e poi basta uno scrittore a mandare tutto a puttane? (non gli incassi, ma la percezione del film quello sì). Allora scoppiano risse a ripetizione. Però (ripeto, lavoro in un grosso quotidiano, quindi lo so) il problema è che il caso esplode non su un quotidiano ma su un blog in cui si parla spesso il linguaggio di Gadda, di David Foster Wallace, di Thomas Bernhard e Thomas Pynchon, un linguaggio che non è la schedina cinematografica di un giornalistuccio come me ma un linguaggio proprio letterario (dunque sopra le righe, a perenne rischio e desiderio cortocircuito, colorito, vigoroso e un po’ stronzetto) ed ecco che i bimbominkia che se gli mettessi oggi davanti “L’educazione sentimentale” manco riuscirebbero a dirti dopo due ore cosa hanno letto si incazzano frustrati. Ma riprendendo in mano un libro che non sia l’autobiografia di Verdone o i consigli di cucina di Dan Brown, forse ci si può rimettere piano piano in pari.

    Buona fortuna. Caso da antologia, questo qui.

  117. Lelio Semeraro scrive:

    è un feroce virtuosismo sui vizi di una società decadente.
    potrei elogiarlo tanto. ma i pregi li sappiamo già.
    se possiede dei difetti è di costruire troppo bene le inquadrature, anelando alla perfezione, perdendo a volte la naturalezza dello sguardo.
    e sembra quasi che il sorrentino grande regista si metta nella stessa opera in competizione col sorrentino sceneggiatore, e si capisce tra le righe quanto quest’ultimo voglia scrivere romanzi alla céline pur non essendo all’altezza.
    a cannes non ha avuto successo l’approccio antinarrativo e decostruttivista di una mondanità senza più partito dove il pci nudo e crudo
    si è dato testate contro i muri.
    inoltre si prende troppo sul serio a parte la scena del balletto col pallone. l’unica che toglie peso a un film greve e lugubre.
    perché la ferilli in arte ramona deve andare così presto nei giardini dell’ade?
    le chicche: i nobili a noleggio e passare con disinvoltura dalla nana alla giraffa.

  118. kobra-kai scrive:

    la cosa incredibile è che le persone non capiscono che, a chi difende il film, di sorrentino frega 0. per me potrebbe smettere di filmare domani mattina e vivrei benissimo. come della grande bellezza, un bel film (a mio avviso) ma palesamente non un capolavoro. il problema è l’articolo non il film

  119. Umberto scrive:

    Mi chiamo Umberto Contarello e ho cosceneggiato il film “la grande bellezza.” Intanto buon giorno a tutti. Ho letto il parere che ha dato inizio a questa interessante discussione e voglio solo dire due cose piccole piccole. Ogni testo, ha un canone nascosto, oppure, se preferiamo, diciamo un sentimento nascosto. Mi spiace, al netto dei giudizi sul film che non sfiorerò, che dentro alle parole iniziali emerga una sorta di desiderio di “sfregio”, cosi in voga nell’esercizio del pensiero critico. Chiamo “sfregio” quell’eccesso, non di temperatura o passione, ovviamente, ma quell’attitudine ad usare la parodia per esprimere un giudizio negativo. Trovo, questo canone, questo stilema, molto utilizzato, semplicemente molto, molto “facile” e come tutti gli stilemi, applicabili a qualsiasi opera. E’ un modino di dire le cose che mi mette un pochino di tristezza perchè penso che si potrebbe anche detestare qualcosa, senza sfregiarla, che è gesto, nel suo intimo, impotente sebbene appaia eroico e dannoso. Ecco, nelle parole che ho letto delll’estensore iniziale, avverto un piacere lievemente infantile, di dannosità.
    Seconda cosa molto banale. Sono molto felice, per quello che mi compete, che sia un film che faccia finalmente parlare di cinema. Che sia un film che, non essendo racchiudibile in una sinossi, è anche qualcosa dentro la quale si posssa trovare un pezzetto di quello che si cerca. Davvero non è poco, di questi tempi.
    Grazie dell’ospitalità.

  120. Andrea scrive:

    Sono Andrea e non sono nessuno. Ma sono perfettamente d’accordo con l’articolo di Lagioia. Vorrei dire che sono un vero innamorato degli ultimi due film di Sorrentino (il divo e this must be the place) e che sono andato a vedere la Grande Bellezza martedì pomeriggio, al primo spettacolo, proprio per amore. Non so scrivere una recensione come quella di Lagioia, ma provo ad offrire una chiave di lettura a Contarello di quella che lui chiama “Codice nascosto”. Se uno stima Sorrentino (come mi pare che Lagioia sottolinei) e con lui la speranza di una rinascita vera del cinema italiano, credo non possa che arrabbiarsi dopo la visione. E non è questione di capire o non capire il film. Sempre citando Contarello, anche in un film – oltre che in un articolo – può esserci un codice nascosto che lascia trasparire sentimenti e intenzioni. L’aver letto nel film una presenza imbarazzante di contenuti Felliniani – suorine che corrono via ridacchiando, volti grotteschi che guardano in macchina, cardinali dalla dubbia spiritualità, maghi a Caracalla, passeggiate in palazzi patrizi con candelabri e addirittura mantelle a collo alto stile Gherardi, pini, colonne, busti e animali che ti guardano – non può che far arrabbiare chi ama Sorrentino e invitarlo – come Lagioia fa a mio parere molto elegantemente – con un sentito ti aspettiamo presto. Lo stesso invito che io, nel mio piccolo, mi sento di fare anche a Contarello. In fondo parte del nulla che così intensamente avete tentato di raccontare è anche un sito di critiche e commenti che possono essere ruvidi o indispettiti. Un saluto sincero.

  121. Clara scrive:

    Che toni orrendi, che modo pessimo di parlare di cinema, signor Lagioia

  122. maria scrive:

    Quando vado al cinema e pago otto euro di biglietto, di solito vado con la predisposizione ad apprezzare il film, anche se dovesse avere qualche difetto. Sto dalla sua parte, determinata a lasciarmi coinvolgere, a portarmi via qualcosa. Questa volta sono andata con un entusiasmo particolare. Veder raccontare la Roma di oggi, col suo vuoto e i suoi riti funerei e vitali, già raccontati da Fellini, vedere il percorso di quel vuoto, di quella vita e di quella morte che fanno parte così profondamente di questa città, veder raccontati i nostri anni, mi galvanizzava. La delusione è stata cocente. Non ho trovato nel film, nello sguardo che viene posato sulle cose e sulle persone, un solo attimo di grazia, di amorevolezza, di spiritualità. E la grande bellezza mi è sembrata una pernacchia per gli allocchi. Chi è incapace di vederla, farebbe meglio a non nominarla nemmeno.

  123. Damiano scrive:

    Se Walter Siti volesse scriverlo con me il film per andare a Cannes l’anno prossimo e prenderci la Palma d’oro io ci sono. Damiano 348 7353394

  124. barbara scrive:

    Se il film di Sorrentino è barocco e autocompiaciuto, l’articolo di Nicola Lagioia che cos’è?

  125. Marta scrive:

    A me la Grande Bellezza è arrivata, E’ stata un pò come scontrarsi con una Dolce Vita invecchiata e molto meno perfetta Però l’ho vista. Era lì, nella nuvola di fumo che circonda Jep nella stanza in affitto del suo amico Romano (Carlo Verdone) e lo fa sembrare evanescente, impalpabile e un pò inutile, la verità.
    Io non lo so, ma voi le immagini, quando guardate un film, le vedete? o vi passano davanti come se fossero nulla?

    Non è un film perfetto, ma non è una macchietta di Fellini, è un omaggio a Fellini realizzato da un regista che, è evidente, non è Fellini. Ma credo che questo lo sappia anche Sorrentino.

  126. Claudio scrive:

    Scusate se torno, ad affacciarmi su questo blog terrazzo che, al di là di quello che è stato scritto e di quello che sarà, non fa che dare irrimediabilmente ragione al sentire e al raccontare di Paolo Sorrentino. Il proliferare del chiacchiericcio, della sedimentazione verbosa e talvolta, ahimé, aggressiva, il lievitare dei nostri Io (mi aspettavo, credevo, pensavo, volevo), il vortice di parole in cui, beninteso, rientrano a pieno diritto anche i miei blablabla. Se lo leggesse, ne sarebbe davvero fiero. Lo ha fatto e ce lo ha fatto sapere, usando i toni bassi della semplicità e dell’essenzialità, Umberto Contarello, e di questo gliene dovremmo esser tutti grati.

    Se torno è perché desidero rispondere a qualche amico e alla fine permettermi un piccolo spunto di analisi.

    Ad Enrico: se il film è solipsistico? Può anche essere “sentito” così, e se anche lo fosse, non lo troverei un difetto. Se il film parla del viaggio alla ricerca di senso, la coscienza di Jep non può, inevitabilmente, che esser centrale nella storia.
    Ad Antonio: coerenza ed equilibrio. Col filo del funambolo a 100 metri d’altezza. Concordo.
    A Raffaella: il più semplice e sentito dei grazie.
    A Francesco: caso da antologia? Se Lagioia avesse colorato di rosso non Fontana di Trevi, ma la fontanella di casa sua, l’impatto sarebbe stato lo stesso? Diamo il merito della discussione a chi spetta, a Paolo Sorrentino e alla Sua, grande bellezza. Discutibile e criticabile? Evviva. Siamo qui per parlarne e c’è tanto, davvero tanto, da dire.

    Infine, a tutti quelli che amano le “immersioni”, un piccolo, umile, spunto. Dei vari piani di analisi e di lettura di un film così denso, non una parola, e dico una, sul piano metafisico (e questo la dice lunga sulla comune condizione delle nostre coscienze).
    La scena della madre che cerca la sua bambina, nascosta nelle “segrete”, nel “sottosuolo” del meraviglioso chiostro del Bramante, le parole che la bimba rivolge a Jep.
    Come in una copia della migliore settimana enigmistica, Paolo Sorrentino ci invita ad unire alcuni punti nascosti tra le pieghe del film, la scena del chiostro, l’invitato ad una festa chiassosa, seduto ad ammirare un quadro, la sequenza finale del Cardinale Herlitzka, i fenicotteri, le parole finali di Jep sull’isola.
    Solo se si uniscono tutti i punti (ne ho visti e citati solo alcuni), ne verrà fuori il disegno più nascosto.
    A noi tocca “aguzzare la vista”, con una buona matita in mano.

  127. Fabio Masetti scrive:

    La Gioia. Recensione Ineccepibile. totalmente d’accordo. Ma io andrei oltre.

    “La povertà non si può raccontare si vive”, è con queste parole messe nella bocca sdentata della suora secolare e santa che Paolo Sorrentino ne La Grande Bellezza scrive un bel epitaffio dell’arte.

    Roma è solo un pretesto nel senso etimologico del termine: pre – texere, una ragione apparente di cui ci si serve per nascondere il vero disegno.

    Solo la borghesia, a maggior ragione se decadente, meravilgiosamente decadente, può permettersi il lusso di porsi il problema della propria rappresentazione, della narrazione di se stessa e ormai, tutto, è solo un trucco. Per questo, se un punto di vista che colga per un atttimo la realtà esiste, è eccentrico: l’altezza dello sguardo di una giraffa, lo scorcio dal basso di una nana, un’occhiata dallo sprofondo di una bambina ma quando la camera è ad alzo zero, solo l’atrocità appare possibile. Ma Sorrentino spara a salve. E’ un trucco.

    Non esiste possibilità alcuna per l’artista di vivere. La vita e l’arte sembrano inconciliabili, ora e oggi.

    Una volta abbandonata la rappresentazione della natura o degli dei, l’arte non ha potuto far altro che liquefarsi in una confusione di piani, di forme, di linee che sono diventate pura congettura, astrazione, rappresentazione dell’assenza di qualsiasi identità, di qualsiasi ipotesi verità e poi merce, mercato e feticcio.

    Nell’olimpo-terrazza davanti al Colosseo, Tony Servillo e gli altri dei minori coducono la loro recita con nemmeno troppo partecipe disillusione. Un po’ fanno pena, poco. E questo forse è il limite maggiore del film, troppo indulgente e assolutorio, al limite della confessione. Personaggi/Persone del genere non hanno diritto ad alcuna pietà. Ma come non potrebbe esserlo, in fondo indulgente come con bimbo viziato un film pilatesco con grande impatto visivo e mal celato esibizionismo tecnico. Piani sequenza arditi e movimenti di macchina che prendono il sopravvento sulla storia, cercano di dare una dinamica all’inanimato panorama di personaggi/statue e fanno il vezzo/verso di cineasta che celebra il proprio mezzo e i propri trucchi. E giù citazioni di Sergio Leone.

    C’è spazio anche per qualche caduta di registro, dovuta forse alla lunghezza del film e ai tempi stretti imposti dalla distrubuzione forse. Non è tollerabile la faciloneria con cui Gep Gambardella sbeffeggia l’amico, ex rivale in amore e anziano amante, semplice e contento con la nuova donna matura dell’est in cerca di marito: “ma che belle persone che siete” gli ghigna in faccia. Già, la grande bellezza, dov’è?.

  128. saverio scrive:

    @ fabio masetti

    madonna che moralismo

  129. max scrive:

    Tutto quello che avete scritto è pura ostentazione di parole decadenti sullo sfondo d’un tramonto: quello della civiltà occidentale su cui balliamo insospettabili accessi di sintattismi, indignati morbosi e contagiosi lessicalismi, eccessi di sostantivizzati aggettivi passatisti, spericolati neologismi, acrobatici sinonimi, argute metafore, in attesa del tè.

  130. .dp. scrive:

    Che straordinari commenti. Tremenda è la ferita inferta al popolo di Fabio Fazio. A cui pare venire uno spasmo, se qualcuno osa mettere in discussione la legittimità culturale sua e dei suoi miti. E poi a seguire è tutto arringhe, e tribunali, soggettività che si devolvono e si sperequano in cerca di un ubi consistam a conferma di una qualche patente estetico-emozionale, rilasciata non si sa da quale istituzione – il “mi piace” di feisbuc? – insomma una brutta faccenda piena di rabbia e solitudine e deriva. Perfino lo sceneggiatore che interviene, con una sintassi scialba e un lessico ipotetico, nonché la virgola – costantemente – tra soggetto e verbo o tra verbo e oggetto, roba da mandarlo a un corso d’italiano per stranieri. In ogni caso non credevo che su un giudizio estetico – se non tra addetti ai lavori – la gente s’illudesse di giocarsi ancora tanto. Ma forse è solo un trompe-l’oeil, nessuna differenza tra le accuse di incompetenza, aridità e invidia che qui si sprecano per chi legittimamente esercita il proprio giudizio critico e la propria intelligenza, e quelle di falsità e doppiezza che l’ennesima amica di Maria rivolge al suo Tronista infedele.

  131. .dp. scrive:

    @ Xhan – Nessuna tristezza, nessun livore. Se non la tristezza che si fa forza e risorsa, e dunque rabbia, sì, ma niente di personale: sono giovane, di buona famiglia, e fin da piccolo ho avuto le mie rassicurazioni in fatto di legittimazione culturale. Trovo impareggiabile come cerchiate di trascinare tutti nella vostra arena, avvistando ovunque – purché su un fronte vagamente lontano dal vostro – creature volgari, tenute su dal livore, e piene di retropensieri: non riuscite a tollerare che qualcuno possa parlare NON a beneficio e apologia del proprio ombelico, MA per difendere gli ultimi residui di un’idea – parola vecchia, fallibile e in disuso – che ha dell’umano?, per proteggere un’esperienza viva e non prettamente individuale (si spera) che ha dell’arte o della storia? Su quest’idea e quest’esperienza forse egli crede (s’illude) che si giochi una possibile resistenza al vortice di semplificazione e diminuzione dei tempi, la possibilità di una trasmissione e di un rilancio per quell’umanità senile e vilipesa che tanto ci piace parodiare nella nostra sintassi da Baci Perugina – e non la voglia di ribalta dell’animale da palcoscenico, o la frustrazione del liceale di provincia. Purtroppo quella resistenza – ma possiamo anche chiamarla inflessibilità di giudizio, deliberazione di veglia – non può concedersi concessioni, se non per assurdo: per questo bisogna essere violenti e severi, granitici come una guardia di ferro, o assolutamente, incontrovertibilmente anarchici, irriducibilmente nichilisti – ogni via di mezzo, ogni compromesso è una concessione al grande sonno dell’occidente, l’anticamera della morte. Si può sempre sbagliare nel giudizio o perfino nell’idea, perché anche il migliore degli uomini è fallibile – ma la contesa sul giudizio e sulle idee è sacrosanta, finché rimane sul giudizio e sulle idee e non si riduce alla polemica da talk show sulla sgualdrina di turno che tutti accusano di falsità “perché vuole solo mettersi in mostra”. Per questo – ma anche per altro che qui non dico – mi sorprende e mi amareggia tutto questo polverone che si è alzato contro Lagioia – che non conosco, ci tengo a ribadirlo: ho appena letto un suo romanzo che mi ha convinto, frutto di fatica e studio come frutto di fatica e studio sono le mie “opinioni”, e sono disposto a dargli il credito che la sua violenza critica richiede.
    Se mai avessi un libro in uscita, non credo che riuscirei ad andare da Fazio. Se fossi sul filo del nichilismo, come Walter Siti, o facessi del paradosso grottesco la mia figura retorica, come Busi, forse ci andrei. Ma il mio giudizio sull’azienda-Fazio – che è solo l’altra faccia della medaglia dell’azienda-De-Filippi – rimarrebbe immutato per tutto il tempo della cauta e intima intervista, e chi volesse capirlo lo capirebbe senz’altro.
    Lagioia e Servillo: ma se uno come Franco Fortini avrebbe avuto da ridire, come di fatto ebbe, anche su Fellini, di cosa stiamo parlando?

  132. .dp. scrive:

    *Lagioia e Sorrentino, naturalmente…

  133. Andrea scrive:

    A me i due pezzi di .dp. sono piaciuti un sacco. Mi hanno emozionato più del film di Sorrentino. C’era più “nulla” lì dentro che in tutta la pellicola. E parlo del nulla nel senso alto, nominato più volte. Non del nulla-noia che spesso, invece, viene raggiunto con estrema facilità da altri. Mi rendo conto che anche questo è un “mi piace”. Un po’ me ne vergogno. Ma anche questo tipo di vergogna fa parte del gioco, mi pare…

  134. Fabio Masetti scrive:

    @saveri. beh per un bolg che si intitola minima & moralia mi sembra il minimo sindacale

  135. Teresa De Feo scrive:

    Sono qui per caso, e mi iscrivo oggi a questo blog per la prima volta, a causa di un “incidente diplomatico” avuto con il “gestore” della pagina Facebook della Libreria Minum fax.
    Vi racconto. Se vi interessa.
    Ho letto sul Facebook la recensione di Lagioia (che non sapevo chi fosse, ma solo per pura ignoranza e mia inettitudine).
    Cercavo recensioni su un film che mi era piaciuto, e mi sono imbattuta in questa recensione per caso. E vi dirò, leggendola, mi suscita una tale antipatia che corro subito a protestare contro di lui, contro Lagioa, senza pensare.(Preciso, non frequento blog letterari né sono avvezza a partecipare a conversazioni colte su questi mezzi).
    Il mio commento alla recensione era questo: “Come è colto questo critico, che abbatte il virtuosistico Sorrentino autocompiacendosi delle sue virtuosistiche citazioni. Eleganti”.
    Provo un senso di grande soddisfazione (ah!) nel non aver taciuto al “solito” critico che vuole fare la lezioncina al maestro, da “maestro”, dall’alto dello scanno dello spettatore titolato a dire autorevolmente la sua.
    Ma poi mi pento, (perchè sono sensibile), penso a quello che ho scritto, mi sembra poco “delicato” e lo cancello. Nel frattempo mi pongo una domanda: “ma chi è sto Lagioia??”.
    Vado su Wikipedia (non mi vergogno), e apprendo che è noto scrittore che scrive per Minimum Fax (azz, non lo sapevo, mi dico, e mi rimprovero di non conoscere abbastanza la giovane letteratura italiana). Guardo le foto (di Lagioia), ha la faccia da bravo ragazzo e mi fa simpatia.
    Dopo qualche minuto vengo severamente SGRIDATA, per il commento lasciato sul Facebook, da Minimum Fax, in una maniera che mi pare eccessiva e fuori luogo, che fa riferimento a qualcosa che non capisco (avevo anche cancellato il commento!). Ovviamente penso che come al solito ho pestato i piedi a qualcuno e non sono stata osservante del bon ton e una certa doverosa reverenza interna a certi ambienti che poco conosco. Rispondo gentile ma risentita, poi ci chiariamo e cancelliamo i rispettivi commenti. Confronto educato, ma era chiaro che c’era qualcosa dietro.
    Allora vado sul blog e vedo questo bel po’ po’ di commenti contro il povero Lagioia. Capisco.

    Incuriosita dal “caso”, leggo molti post e mi pongo una domanda: “come mai ho provato tutta questa stizza pure io leggendo la recensione di Lagioia??”.
    “Sono un oppositore dello scrittore Lagioia, in quanto scrittore Lagioia, critico del cinema Lagioia?” No. Manco lo conosco!
    “Sono una fan sfegatata di Sorrentino, o co-autrice, appartenente a quel o tal altro ambiente legato al regista, tale da muovere così ostinatamente in sua difesa?” No neanche per idea! Sorrentino lo apprezzo, ma non da fare crociate in suo onore.

    Il motivo, almeno per quanto mi riguarda, è che la Grande bellezza mi è piaciuto tantissimo e la ragione per cui mi è piaciuto, credo sia stipata tra le righe di quest’accesa lunga sequela di commenti appassionati.
    Perchè la Grande Bellezza Nicola Lagoia ci ha stanato tutti. Ha stanato pure te.

    Ha stanato la nostra ansia di esistere, noi, soprattutto, che ci occupiamo di cosa colte, o le facciamo o aneliamo a farle, o le guardiamo con ammirazione o supponenza retriva. Ha stanato il nostro stupido protagonismo, la nostra ricerca, ognuno a suo modo, di partecipare ai “party” di un mondo che sa andare avanti anche indifferentemente senza di noi.
    Questo film non fa tutto questo con una sinossi, non ci stana con il “racconto”, ma attraverso il disgusto. Il disgusto che sembra per Lagioia aver fregato Sorrentino cooptandolo nel suo gioco fagocitante.
    Un disgusto che passa anche attraverso l’incontestabile, non a caso, vacuo ed estetizzante virtuosismo di Sorrentino che fa anche della bellezza di Roma puro simulacro, un bene perduto ed antico, che pare però aver ceduto l’anima per farsi dimora di principi decaduti e pezzenti. O sfondo assente di una delirante ricerca di felicità, chiassosa, delirante, cafona che diventa pietosa proprio perchè terribilmente umana e disperata, e forse bella perchè dell’ “apparato umano”? La grande bellezza è nella pietà dell’apparato umano?
    Come si fa a non sentirsi stanati da provare vergogna davanti a questa impietosa ma riuscitissima operazione di svelamento di ciò che siamo? Adesso. E non apprezzare questo film? Che ti dice la verità.
    Chi vuoi essere? La scrittrice di sinistra piena di certezze, di etica, depositaria della cultura dell’impegno? O Jep cinico flaner che sembra aver capito il segreto del disincanto, ma solo di quello si nutre, con distacco, depositario di verità? Chissà…
    La Ferilli ti è sembrato l’unico personaggio umano, da seguire, da apprezzare? Certo, era il personaggio più arreso e sincero, banalmente. Volevi che Sorrentino le avesse dato più spazio? Come nei film dei buoni e dei cattivi, dei veri e dei fasulli? Ma no, Sorrentino avrebbe lasciato margine alla speranza se non l’avesse fatta morire così, nell’indifferenza, anche del racconto, se avesse fatto destare una certe doverosa curiosità umana in Jep allo svelamento del suo segreto, della malattia.
    Tutti anelano a salire da qualche parte, anche la santa ha desiderio di arrivare in alto e ci riesce.
    Ecco forse sulla santa, è sulla risposta da chiedere alla spiritualità, che Sorrentino non trova il mio favore, perché cade nella retorica. Avrei preferito rimanesse nel disgusto.
    Il personaggio più bello, più vero? La Ferilli? No, dai, la nana. Perchè guarda il mondo con equilibrio. Dal basso. Da dove bisogno guardarlo accettando elegantemente di rimanere nani, modesti, nelle nostre vite “disastrate”, come dice Jep all’intellettuale di sinistra.
    Forse l’indicazione del regista, la sua risposta.
    Questo film, a mio modestissimo parere (piccolo piccolo) ha scatenato tutto questo putiferio perchè è una critica soprattutto al mondo intellettuale, o sedicente tale (come l’artista concettuale) che crede di fare, di dire, di essere ma agitandosi nel nulla, in un roboante ridicolo autocompiacimento. E sarebbe da chiederci, chi non è sedicente? Seducente.
    Secondo Sorrentino pare non si arrivi da nessuna parte perchè l’origine, “le radici”, sono inarrivabili. O no?
    E’ vero, non è vero?
    Perchè davanti al film di Sorrentino non farci queste domande? A voi non ve le ha poste?
    Chi vuoi essere? Critico, scrittore, regista, sceneggiatore, artista? Cafonal.
    Ci dà fastidio eh? Essere proprio questo. Ti dà fastidio Nicola? A me no.

  136. Fabio Masetti scrive:

    @,db. Grazie. Ma dico grazie veramente. non che la Fazio veramente più. @Teresa de Feo dico: ma manco per niente. Il film non ha stanato un bel niente. Se ne parla con toni accesi perchè è stato lanciato con una potenza mediatica ai livelli di Cafona e ha ottenuto meno efficacia artistica di Dagospia. Uno slideshow di foto di Umberto Pizzi contengono maggiore poetica che due ore e mezza di non cinema. Il film no effettau alcuna opera di svelamento di alcun che ne tanto meno di ciò che noi siamo. Io non sono un intellettuale am un impeigato e non aspiro a nulla di vagamente assimilabile ad uno dei frame che compongono la vita di quei personaggi. Ci si anima solo per l’occasione persa di dare un quadro anche lontanamente critico di quel mondo. tutto qui

  137. saverio scrive:

    .dp.

    “Purtroppo quella resistenza – ma possiamo anche chiamarla inflessibilità di giudizio, deliberazione di veglia – non può concedersi concessioni, se non per assurdo: per questo bisogna essere violenti e severi, granitici come una guardia di ferro, o assolutamente, incontrovertibilmente anarchici, irriducibilmente nichilisti – ogni via di mezzo, ogni compromesso è una concessione al grande sonno dell’occidente, l’anticamera della morte”.

    e poi

    “Se mai avessi un libro in uscita, non credo che riuscirei ad andare da Fazio. Se fossi sul filo del nichilismo, come Walter Siti, o facessi del paradosso grottesco la mia figura retorica, come Busi, forse ci andrei”.

    Che tenerezza, bambino mio. Non preoccuparti, vista la lievità del tuo argomentare, se mai tu avessi un libro in uscita, sicuramente non saresti invitato da Fazio. Quanto a Busi e Siti, non credo che ci vadano per scelta di coerenza ideologica o retorica, ma per più umani e accettabili compromessi.

  138. Teresa De Feo scrive:

    Ma forse non mi dà fastidio perchè non sono nessuno.

  139. Zhan scrive:

    Masetti, invidio la tua sicumera, davvero. Hai quel misto di arroganza e ingenuità che ti rende persino simpatico. Ti faccio solo presente che il film è stato lanciato come vengono lanciati tutti i film di Medusa, della 01 e della Warner/Sony, solo in molte meno copie, altro che “potenza mediatica ai livelli di cafonal”. La distribuzione non ha avuto nulla di straordinario, in nessun senso. Non lo dico per contraddirti, ci mancherebbe: vorrei soltanto tentare di porre un freno al delirante solipsismo che ti porta a confondere le tue idee con il mondo reale.

  140. .dp. scrive:

    saverio,
    cosa la turba? La lievità nell’argomentare? Non ho argomentato nulla, io, ho enunciato; gli argomenti se vuole sono reperibili in un bignamino di Storia del Pensiero Occidentale da Goethe alla Scuola di Francoforte a Frederic Jameson, passando per Marx e Nietzsche e Spengler, ma se è di letture raffinate può dedicarsi anche a Walter Benjamin o a Ernst Junger, a seconda delle sue simpatie politiche. Altrimenti va benissimo anche Siti, che è più avvincente e sa portare a un buon punto di fusione tutti i paradossi della nostra migliore tradizione critica. Lei parla di coerenza ideologica e così mostra di aver frainteso tutto. La tenerezza se la riservi per sua moglie o i suoi figli, se ne ha, io non ne ho mai avuto bisogno. Dalla sua saggezza promana un fetore di bordello che conosco, mi creda, fin troppo bene.

  141. Fabio Masetti scrive:

    @Zhan e sarà umiltà il descrivere a suon di piani sequenza e arditi movimenti un gruppo di disumani e antropologiacemnte diversi esseri appena appena viventi con la certezza d’aver fatto autocritica e l’illusione d’aver fustigato i costumi. E’ preoccupante lo stuolo di persone che corrono a plaudere un film che definiscono ‘impegnato’ e ‘feroce’ quanto un lunghissimo spot campari Red Passion

  142. Zhan scrive:

    Certo, Masetti, certo.
    Però adesso il solipsismo va peggiorando: quel “è preoccupante”, quel tono implacabilmente assertivo, quell’involuzione sintattica tradiscono un misto di auto-esaltazione, delirio di onnipotenza e frenesia nevrotica. Te la stai prendendo perché qualcuno è in disaccordo con i tuoi gusti in fatto di cinema. Non so se rendo l’idea.

  143. saverio scrive:

    Non mi turba nulla. Mi disturba la sua pedanteria. E, leggendola, mi rattrista vedere la tradizione del pensiero critico ormai trasformata in una abietta caricatura.

  144. .dp. scrive:

    @Andrea; Masetti
    grazie per il grazie, non ambivo addirittura ad emozionare qualcuno. Mi basta che qualcuno abbia capito.

    @saverio
    lei continua a leggere pedanteria dove c’è solo ironia. Mi sa che ha una qualche vaga forma di dislessia intellettuale. O vive “in sospetti e pensieri di colpa”, come scriveva un poeta. Ma se preferisce un generico aggettivo come “abietta”, invece di spiegare perché e come lo sarebbe – tanti sono i modi d’essere abietti, al mondo – il suo snobismo di difesa non scalfirà mai nessuno.

    Per il resto, spero che non mi si replichi ancora, perché la polemica a mezzo blog, per quanto divertente come esercizio di stile, dopo poco sfianca e ha poco di corroborante per lo spirito – strepitare e mostrare i muscoli va bene una volta, due volte, poi basta. Alla fine ognuno rimane con la sua inossidabile certezza.
    Chi non ha letto nulla di Lagioia, mi rendo conto, può facilmente sospettarlo di manierismo, frivolezza e vacua erudizione. Ma dietro c’è un pensiero serissimo e molto umano, la competenza del migliore “dilettantismo”, che non rimane abbagliato dalla maestria tecnica dell’autore ma sa cosa chiedere all’opera. Si può dibattere se questo pensiero sia giusto o meno, non accusarne l’assenza.

  145. piero ld scrive:

    Ero andato al cinema con la paura di vedere un brutto film, un film di cui già avevo sentito parlar male, ma di cui avevo anche sentito parlar bene. La Grande Bellezza mi è piaciuto, ma non mi ha fatto impazzire.
    Troppe cose belle, ma forse davvero troppe. Troppo lungo, e la lunghezza, si sa, alla fine distrae. All’inizio (nel bell’inizio del film) sembra di vedere un Sorrentino che vuole fare Malick o rievocare Lynch o citare Pasolini, poi il film decolla per riperdersi nuovamente nella parte finale.
    Sorrentino é perfetto nell’osmosi tra geometria del paesaggio e movimento della macchina da presa, perfetto nel suo restituirci il bello dell’arte presentandocela per quello che é o facendocela vivere sotto una nuova angolazione, ed é un bravissimo Toni Servillo, forse il migliore di sempre, reso ancora più bello dalla potenza delle parole pensate durante le passeggiate e bruscamente interrotte dai “romani de roma”.
    Tutto il resto é un mondo distante che non ci appartiene ma ci riflette, troppo calcato o semplicemente troppo macchietistico ma che comunque di tanto in tanto continua a suggerire spunti di riflessioni da applicare alla vita o da ricondurre alla propria esperienza romana.
    L’umano Verdone é umano solo due volte, mentre ho trovato la Ferilli mediocre, a suo agio solo durante l’incontro mondano.
    La grande bellezza vorrei rivederlo presto per capire ancora meglio, oltre ogni inquadratura, oltre ogni volto, cosa davvero riesce a trasmettere o anche solo a stimolare.

    ps colonna sonora divina.

  146. Teresa De Feo scrive:

    Oh signore, quanta acredine e gusto dell’offesa, della rivendicazione del proprio pensiero o della propria dotazione intellettuale. Ecco perchè sono stata sgridata dal moderatore. Sono arrivata sperando in amabili conversazioni tra persone appassionate di cinema o solo desiderose di confronto. Quello che dà noia è il liquidare in modo tranchant senza argomentare o le diversioni su mirabolanti letture intellettualistiche condotte in piena ansia prestazionale e da citazione…. Beh questo conferma che l’affanno di esistere che a Sorrentino sta a cuore mettere in scena relativa all’ambiente intellettuale o pseudo intellettuale è tutt’altro che un spot campari :-) …. O forse è proprio lo spot campari che ne evidenzia la poca elevatezza. Chissà…

  147. .dp. scrive:

    @Teresa De Feo
    lo dico senza alcuna vena di polemica, ma ciò che forse affligge il nostro asfittico ambiente intellettuale (che a me per primo, a tratti, dà disgusto) non è tanto un’ansia prestazionale, un affanno di esistere – quanto la minaccia costante, che tutti ci riguarda, di non esistere affatto.

  148. saverio scrive:

    Ovviamente replico. E sono d’accordo col paragrafo finale del suo messaggio. Per quanto riguarda invece l’abiezione, ritengo di avere utilizzato il termine a proposito. Da parte mia, la rassicuro, nessuna dislessia intellettuale, né cultura del sospetto né, tantomeno, senso di colpa. La sua nervosa enunciazione di alucni motivi del pensiero critico rappresenta, obiettivamente, un abbassamento, e ai miei occhi una degradazione. Tutto lì. Forse non ho colto l’ironia, ma non mi sembra che sia la figura retorica a lei più congeniale.

  149. Teresa De Feo scrive:

    Va bene @ d.p. concludo così il mio intervento. A mio parere la cosa che irrita dei giudizi sulla Grande Bellezza, esattamente come irrita la recensione di Lagioia, è una stessa ricorrenza a rimenare sulla superficie del film. Come ho scritto, non conosco Lagioia e lungi da me un giudizio sulla sua qualità di scrittore, ma ho come la sensazione che chi non abbia apprezzato il film, e voglia ingenerosamente demolirlo, si sia fatto stordire solo dal disgusto e, rimasto intrappolato da quell’olezzo, non abbia voluto quasi per dispetto scendere e farsi contattare dagli altri innumerevoli livelli del film. E con dispetto lo giudichi sottolineando solo le grinze e la volgarità di quella patina. Perchè ricondurre giudizi negativi o positivi del film alla recensione di Lagioia come il dictat dell’esperto? Perchè difendere a spada tratta Lagioia e la sua recensione? O accusare chi ha apprezzato il film di essersi fatto “infinocchiare” dalla notorietà del regista o dalla strombazzante attesa e operazione di marketing a seguito, vera o presunta?
    Non voglio cadere anche io nella trappola delle citazioni, ma mi consentirete di dire che il non farsi contattare dalla “profondità della superficie”, di questi tempi, potrebbe essere fatal errore.

  150. .dp. scrive:

    saverio,
    siamo su un blog, e io ho scritto un post, non una dissertazione accademica o un pamphlet sull’arte all’epoca del nichilismo compiuto. Poi accusa gli altri di pedanteria… Intanto qualcosa di quello che penso – in forma di bignami, l’unica qui possibile – io l’ho fatta intravedere, per non lasciare i miei giudizi assolutamente arbitrari. Invece a lei non posso replicare nulla, perché non dice apertamente quel che pensa: cosa ci sia, per lei, di tanto abietto e degradato in ciò che ho scritto; mi viene da pensare che forse neanche lo sa, o ne ha una percezione sentimentale della cosa, difficile da verbalizzare. Mi rendo conto che sia faticoso e inutile iniziare una discussione qui sull’argomento, e allora meglio parlare per slogan e frasette tranchant, almeno siamo in un genere letterario. Per me la vera degradazione, quella che vedo vivere e moltiplicarsi attorno a me, è la mite democrazia culturale di cui si fa sacerdote Fazio e che elegge a mito estetico-morale Saviano e Sorrentino – certo non i peggiori, ma che sono resi “i peggiori tra i migliori” dalla cieca idolatria dell’italiano benestante in cerca di un anestetico culturale a ora di cena. Degli altri, quelli di Maria, nemmeno parlo: l’errore, l’equivoco più imbarazzante che si possa fare, oggi, è di distinguerli radicalmente da Fazio, mentre sono due varianti dello stesso discorso (non mi fraintenda e non salti dalla cultura alla politica in senso stretto). Ciò non toglie che anche uomini eccezionali, quando abbiano una sensibilità mondana (vedi Walter Siti o, un po’ più in basso, Aldo Busi), non possano partecipare anch’essi al salotto di Fazio: machiavellismo, prostituzione? No, io credo davvero che si tratti di indole – narcisismo, ingenuità, cinismo, volontà di sparigliare le carte, curiosità – perfino sacrosanta pubblicità, cercare di rubare alla ribalta quanto più possibile finché gli venga concesso; ma se dal contatto con la D’Eusanio sapranno tirare fuori Troppi Paradisi, e alla trasmissione di Fazio leggeranno roba del genere inibendo l’applauso del pubblico ( https://www.youtube.com/watch?v=7WiUMc2vu4M ), io credo che facciano bene. Tutto ciò che dice Lagioia, in fondo, è questo: dal contatto col suo personale Jep Gambardella Sorrentino non ha saputo tirare fuori La Grande Bellezza, ma l’equivalente – per quanto più raffinato – de La vita in diretta. Spero di essermi spiegato esaurientemente, e con questo veramente chiudo.

    P.S: per ironia non intendo “dire esattamente il contrario di ciò che si intende” come nel manuale del liceo; è una faccenda di distanziamento, piuttosto, una sordina che impedisce al discorso di incartarsi sulle cose ultime- l’elenco di autori che le ho sciorinato, se fa attenzione, non è una lista di miei santini personali ma ha qualcosa di beffardo e amaro. Lo impone il mezzo, credo, lo impone il momento storico, il fatto che siamo creature in preda a una furiosa deriva di mediazioni.

  151. saverio scrive:

    @ .dp.

    Non ho nessuna percezione sentimentale della cosa, e nessuna difficoltà a verbalizzare. Come lei, e sicuramente più di lei, stimo Lagioia, (di cui conosco tutti i romanzi dal momento della loro pubblicazione). Su questa recensione non mi esprimo per una ragione elementare: come lei, non ho ancora visto il film. Penso invece di potermi esprimere su interventi improntati al suo registro saccente, da sempliciotto che pensa di vivere una tenebrosa tempesta. Ciò che ormai non mi sorprende più, ma sempre più mi disgusta, nei dibattiti su internet, è il desiderio nevrotico di intervenire a caldo, senza il minimo sforzo di elaborazione, non dico intellettuale, sarebbe chiedere troppo, ma perlomeno etica. Per quanto mi riguarda, se pensa di poter giustificare il suo superficiale elogio dell’intransigenza col prestigio di due o tre leitmotive estorti a Minima moralia, può andarsene dove merita di finire. Di certo, nessuno degli autori da lei pedantemente citati si sarebbe inflitto l’umiliazione di parlare di cose che nemmeno conoscevano.

  152. .dp. scrive:

    saverio,
    non mi faccio trascinare nella rissa. Lei è il peggior animale da blog che si possa incontrare, ormai s’è capito.
    La lascio alle sue convinzioni inattingibili, al vuoto della sua autocoscienza, alla saccenza alla nevrosi alla semplicità dei suoi deliri di onniscienza che non sanno giustificarsi, ma trovano una preda in qualche specchio deformante – o ustorio – che crede di vedere in me.
    Si rilegga Adorno, prima di sparare cavolate sui miei presunti leitmotiv, e scoprirà che c’è molto meno di quello che pensa. Se vuole sperare in un minimo credibilità, si deve allenare di più nella ricerca delle fonti.
    Nessuno è infallibile, ma lei davvero, davvero, non sa di cosa parla. La rete, un manicomio pieno di cani da presa.
    Addio addio, dicevano le piante…

  153. DaniMat scrive:

    La gioia, detto affettuosamente: stavolta hai toppato.

  154. Andrea scrive:

    Mi viene da dire: chiunque parla di questo film e lo loda senza aver visto e amato (e capito almeno in parte) La Dolce Vita e Otto e 1/2 sta sprecando tempo e lui lo fa sprecare a chi rispettosamente lo legge. Guardateli per favore. E se li avete già visti, guardateli ancora. Come si dice a Roma, le chiacchiere stanno a zero (citazione del chiacchiericcio Sorrentiniano?) E dal pozzo della Voce della Luna, nell’ultima scena si ode un “Se tutti facessero un po’ più di silenzio…” che infondo il giudizio più severo sulla Grande Noia che molti di noi hanno visto. Si può fare chiacchiericcio anche con un film.

  155. vittorio scrive:

    Questo film lascia profonde emozioni. Credo sia l’unica chiave di lettura per capire il valore di un’opera.

  156. Zhan scrive:

    Grazie per i consigli, Andrea. Ci voleva proprio la tua sferzata di boria per capire “almeno in parte” La dolce vita. Poi magari, quando tutti quelli che hanno visto il film di Sorrentino avranno capito anche i film che tu ritieni indispensabili, potremmo discutere di quanto facesse schifo La voce della luna.

  157. Andrea scrive:

    Mamma mia, il coefficiante di rabbia è grandissimo. Non intendevo dire che c’è gente che non ha capito quei film, semplicemente che io per primo non ritengo di aver capito tutto di quei film. E mi pare normale data la grandezza e unicità degli stessi. Secondo, sono assolutamente d’accordo che La voce della luna non sia un film riuscito, mi riferivo solo alla tematica trattata da Fellini nell’87 che Sorrentino sente il bisogno di ritrattare – copiandolo, perché in ultima analisi di questo trattasi – nel 2013. Ed è di questo che in definitiva ho cercato di parlare: conoscere bene ciò che c’è dietro aiuta spesso a valutare con più obbiettività. Cosa di cui mi pare un po’ tutti abbiamo bisogno.

  158. Andrea scrive:

    E poi quei film non sono quelli che ‘io ritengo indispensabili’. Avendo gli autori della Grande Bellezza attinto a piene mani, per così dire, da quei film, è oggettivo che se uno non li ha visti o non intende vederli, non può parlare del suddetto film senza risultare quantomeno ingenuo, se non superficiale.

  159. Zhan scrive:

    Certo, “è oggettivo” perché lo dice Andrea. “E’ oggettivo” che chiunque abbia apprezzato un film a te non gradito è un ignorante, uno che non conosce i fondamentali o non li ha capiti nemmeno “in parte”. Altro che coefficiente di rabbia: siamo nella cialtroneria intellettuale più bieca. Fatti un bel bagno di umiltà, la volta prossima. Poi magari ti accorgerai che Fellini con ‘sto film c’entra molto poco (e La voce della luna ancora meno), e forse imparerai a mettere insieme due righe senza ripetere a pappagallo le scemenze che senti ripetere in giro.

  160. Andrea scrive:

    Ah ah ah ah… Beh, stupito dalla tua classe, dalla tua eccellenza dialettica, e soprattutto dalla tua umiltà che risulta evidente dalle tue educate righe, mi ritiro in buon ordine, affascinato. Nel congedarmi definitivamente, solo un invito, che questo tuo ultimo, elegante, intervento ha reso inevitabile: guarda (o meglio capisci) La dolce vita e Otto e 1/2. Non deve essere colpa tua. Vedrai che poi tutto risulterà più chiaro. Auguri!

  161. Zhan scrive:

    Fai quasi tenerezza, Andrea, e leggi pure male: ti ho già ringraziato per l’originalità e la pertinenza del tuo consiglio, ma vedo che con te non si è mai abbastanza chiari. Sono lieto di aver contribuito a lenire il tuo complesso di inferiorità intellettuale.

  162. gianna alba scrive:

    Un film emozionante, bellissimo, malinconico, ricco riferimenti e sensazioni. I rimandi ad altre opere filmiche non sono un male, anzi le citazioni servono per andare oltre.

  163. Thanksforthemovie scrive:

    Durante il film alla bellezza sono dedicate poche immagini e parole, tutto il resto appartiene alla bruttezza della natura umana. Se lo spettatore ha vissuto un’esperienza simile al protagonista, allora quelle poche immagini e parole saranno sufficienti a far emergere un vissuto sepolto o in via d’accadimento, e quindi a comprendere il messaggio cardine del film; in caso contrario rimangono solo due possibilità: o lo spettatore capirà in un prossimo futuro, oppure non potrà mai più capire. Dipende tutto dall’età, dal profumo dei fiori. Non c’è da stupirsi che lo spettatore che non abbia già, prima di acquistare il biglietto, il libro di Gep Gambardella scritto nel cuore, finisca col girare intorno a se stesso, come dimostrano le più di mille parole della recensione di questo blog culturale. E Gep sorride e pensa: “Ecco un altro vagone del treno”.

  164. Filippo scrive:

    Alcuni passaggi dell’articolo corrispondono esattamente a ciò che ho pensato guardando il film, mi fa piacere aver trovato riscontro in queste opinioni decisamente fuori dal coro. Ho notato che il film è stato maggiormente apprezzato da chi di cinema ne mastica poco pur guardandone molto – ancora non comprendo per quale strano fenomeno – e sulla rete la maggior parte dei commenti provengono esattamente da questa categoria. Solitamente i cinefili con snobbismo leggono senza commentare, riservando il parere a una stretta fedele cerchia, ed è per questo che le voci che circolano in rete, almeno quelle da me intercettate, non parlano di un Sorrentino finito ma ottimo come sempre. A mio giudizio alcune scene del film sono molto buone.. confido anch’io in un’imminente nuova fase artistica, con il Divo questa si è esaurita. Ho avuto l’impressione di un autore annoiato da una realtà provinciale, che con provinciali velleità di intellettuale raffinatezza adesso lo osanna; quasi un moto di ribellione per certi versi. Un film sul niente rivolto a nessuno, goffamente felliniano in certi momenti; forse avrebbe bisogno soltanto di uno sceneggiatore capace al suo fianco. A molti è piaciuto davvero questo film, allora bisogna dare atto che il trucco alla fine gli è riuscito, la giraffa è sparita e nessuno s’è accorto di nulla, probabilmente perché sa fare il suo mestiere. Nel film Sorrentino fa dire a Servillo “è triste essere bravi, si rischia di diventare abili”. Autoironia?

  165. Teresa De Feo scrive:

    “è triste essere bravi, si rischia di diventare abili”. Abilmente bravo a raccontatore il punto di massima isteria del suo virtuosismo estetico, della sua ricerca maniacale della bellezza in quell’ossessione pedante che arriva al disgusto. Virtuosismo estetico che fa emergere il nulla della bellezza, o meglio, il nulla della sua ricerca ossessiva, che finisce per corrodere ogni traccia di verità, per essere trucco. Sicuramente una tappa importante, di un regista che è riuscito abilmente a fagocitarci dentro la sua crisi. Direi che non è poco.

  166. Stefania scrive:

    Se devo dare un giudizio sommativo, a me il film è piaciuto, punto.
    Mi permetto di osservare che la presunta “mancanza di sceneggiatura”, dunque l’apparente frammentarietà e giustapposizione di microstorie, potrebbe essere un correlativo oggettivo della percezione che Jep ha delle persone, del loro mondo, e dei rapporti umani in generale.

  167. Oppedis scrive:

    “Ho notato che il film è stato maggiormente apprezzato da chi di cinema ne mastica poco”
    E vai con i piedistalli di letame sotto i tacchi!

  168. Fabio Masetti scrive:

    due cose non erano ancora state dette su questo Film. Una è scritta qui. http://www.doppiozero.com/materiali/odeon/paolo-sorrentino-la-grande-bellezza.
    A voler dar Credito al coraggio di Sorrentino, il fallimento del Film è artificioso. Anche io ci avevo pensato ma non così convintamente da sostenerlo perchè conosco poco il cienma di Sorrentino e poi una parola sulla Meravilgiosa Serena Grandi.
    La Grande Bellezza io l’ho vista solo nel suo cammeo

  169. Dania scrive:

    La tronfiaggine del tono di questo articolo spinge piuttosto ad andare a vedere il film. Che è un bel film. Sorrentino le sarà grato. Se ne rallegri.

  170. Oppedis scrive:

    @Masetti/doppiozero. Una bella sfilza di bischerate. Lagioia almeno è in bella compagnia.
    Ma che fine ha fatto la critica italiana?
    (Masetti, ho letto il tuo blog: hai bisogno di aiuto).

  171. Arturo scrive:

    Mi ha colpito la immagine della suora ( credo che si riferisse a Santa Teresa si Calcutta ) ..
    Grande bellezza e’ quella intima e vera delle opere cristiane anche nel viso della suora .
    Con tanti film volgari un film che occorre vedere ,.
    Artù 201

  172. Francesco scrive:

    Bah , secondo me saper usare caraffe di vetriolo come riesce a fare Sorrentino non e’ da tutti .Se poi contemporaneamente riesci anche a creare sequenze di grande efficacia visiva il film diventa ancora piu’ convincente . La mirabile scena dello sputtanamento della sua amica scrittrice di impegno civile ad opera di Jep con dei dialoghi strepitosi gia’ da sola vale il prezzo del biglietto . Diciamo la verita’ poi , pensare che questo film non venga criticato e sbeffeggiato da tanti insigni maitre a penser sarebbe pura utopia , giacche’ non pochi di essi si saranno riconosciuti nei personaggi del film , ed e’ ben noto che la verita’ infastidisce alquanto …

  173. picaro scrive:

    NON MI E’ PIACIUTO PERCHE’:

    non mi è piaciuto perché il mosaico di videoclip (perché questi sono) non riescono a incollare bene la trama e non si incollano nemmeno tra di loro.

    perché è tutto basato su un una coppia di opposti molto facile: la grande bellezza vs la santa zombie (troppo sfacciata la decomposizione, il brutto) se ci mettiamo in pennuti in finestra in orribile digitale che spiccando il volo come metafora invertita delle radici della santa… diventa grossolano fino al ridicolo.

    poi c’è lo sfacciato monsignore molto materialistico e troppo poco spirituale.

    poi la scena della risposta al fulmicotone alla radical-chic è del tutto decontestualizzata: sorrentino ha messo un totem del radical con tutti e dico tutti i difetti e jep l’ha crocifissa su tutti quei punti… ma così è troppo costruito a tavolino. ci credo che viene bene, non sviluppi (sempre a causa dei video-clip) il profilo della radical.
    potevi farla ingiuriare in qualsiasi modo, jep poteva pure dire che era pedofila che ha ucciso un anarchico della tav e così via… in tanto non si sa nulla della radical, assolutamente nulla.

    e posso continuare così per ognuno dei video-clip di 10 minuti susseguitisi per tutto il film.

    ma c’è un ma. bravo sorrentino ad osare con una grande produzione per un film molto ambizioso, complesso e non facile (sorrentino non sa ancora girare i film come fellini o lo specchio di Tarkovsky).

    resto speranzoso, del resto sorrentino è il regista de il divo: uno dei pochi capolavori nostrani negli ultimi 20 anni.

    magari apre uno spiraglio in questo muro di cinema d’autore italiano basato spesso (ma non sempre) sui cliché

  174. Rolando scrive:

    Il sorrentinismo è lo scoglionamento puro, che ritroviamo nella sua faccia quando è intervistato, e in quella del suo alter-ego Servillo, quando recita.
    Ce lo dice lo stesso regista attraverso Jep Gambardella: ho fatto solo un libro in tanti anni, poi mi sono perso nello spleen e nella bellezza. Credo che il regista napoletano ci voglia dire, ma lui non lo sa, che ha fatto solo un film citabile, Le tentazioni dell’amore, poi il buio lo ha sopraffatto.
    A pensarci bene anche lì lo scoglionamento imperava, ma era indotto, vissuto (in parte) suo malgrado, schiavo di forze oscure quanto vere. E poi lì improvvisamente l’amore, e non la bellezza(tanto meno la nostalgia), salvava il mondo dall’abulia e dall’alienazione, a costo di finire cementificati.
    Qui invece chi rimane cementificato è lo spettatore che vorrebbe essere liberato invece dalla grande Noia- Spleen-Scoglionamento che pervade quest’epoca (e gran parte del film), viva sembrerebbe solo grazie alle baldracche di partito, di chiesa, di letto e alla loro coazione a ripetere che riesce a 65 anni a stupire Jep e muovono l’economia della Decadenza.
    Io ho visto invece solo una sottile misantropia e misoginia (altro che Fellini, sembra sentire Battiato).
    Ma noi vogliamo vivere veramente, non al di là del bene e del male.
    E vogliamo, se non proprio capirne le ragioni di tutta questa grande bruttezza, almeno non essere presi per il culo da chi come il napoletano (non ho detto Napolitano….ma ci starebbe) ci propina la stessa solfa che tutti possono stare insieme perché tutti hanno (una) ragione di esistere.
    E allora puttane e puttanieri, melanconici e iperattivi, furbi, malfattori e creduloni (Verdone) possono convivere nella grande notte, tutti insieme basta mantenere lo stile (Kitch) sino alla morte. No spleen-no party.
    C’è da chiedersi solo perché dovremmo farlo.
    Beh perché la vita è sogno e poi si ritorna tutti da dove si è venuti. Paradossalmente alla realtà. Ho letto tanti anni fa L.F. Celine,l’autore che cita in apertura Sorrentino, ma non ricordo questo il motivo del suo viaggio al termine della notte. Tuttaltro.
    A me ricorda più Marzullo e le sue inquietudini della notte.
    La vita è un sogno e, soprattutto, i sogni aiutano a vivere? Il cassiere, il titolare del cinema e Sorrentino dicono di si.
    “Celinianamente” potrei invece ricordare che tra me e loro ci sono 7 euro di biglietto.

  175. clclaps scrive:

    complimenti per la dettagliatissima recensione. Mi aspettavo di più, onestamente, ma Sorrentino è sempre così, troppo ambizioso secondo me. Di seguito se vi va, la mia personale recensione:
    http://www.clapsbook.com/2013/06/sorrentino-e-la-sua-grande-bellezza.html

  176. Lorenzo scrive:

    Inutile puntigliosità: il film di Sokurov a cui si fa riferimento forse non è “Il sole”, ma “L’arca russa”.

  177. Aurora scrive:

    a me è piaciuto, pur avendo una grande conoscenza e amore per Fellini. Sembrava un tributo alla Roma Felliniana, vissuta con lo stesso autocompiacimento. Diciamoci la verità cari scribacchini, se Fellini fosse un contemporaneo, non lo santifichereste come ora.
    E’ gradevole, onirico. Mi ha fatto respirare una boccata d’aria e qualche lacrima.

  178. Andrea scrive:

    Pur non essendo uno scribacchino rispondo lo stesso: se Fellini fosse stato un contemporaneo che avesse scopiazzato un suo collega (forse il più grande) più nella forma che nella sostanza, imitandone talmente tante scelte stilistiche e ricalcandolo con mano tremula nel rappresentare una Roma che qui è cartolina mentre allora era tutta un altra cosa… beh, sì, non lo avremmo santificato, non c’è dubbio. Almeno io non l’avrei fatto. Che c’è di male ad affermare: “Oh, ragazzi, a me è piaciuto, che vi devo dire?”. Massimo rispetto, le emozioni non si contestano, fanno parte del NOSTRO vissuto, non solo del film che vediamo, mi pare. A me This Must Be The Place era molto piaciuto e spesso mi sono trovato con chi lo detestava, succede… Se invece si teorizza sulla storia del cinema e si trovano perché e percome per giustificare la grandezza di chicchessia… Diciamo che Fellini era tutta un altra cosa.

  179. Beppo scrive:

    Ehi Nico, letta la tua recensione solo ora, con immenso ritardo accidenti!
    Ma certo che qui si tratta di scontata preveggenza, ancorché non “personale” 😉
    http://furiacervelli.blogspot.it/2013/06/la-grande-bellezza-e-sola.html
    un abbraccio,
    B

  180. Ilaria scrive:

    Film meraviglioso, mi ha emozionato e mi è rimasto dentro anche molto tempo dopo essere uscita dalla sala, cosa che non capita spesso.
    Non sono quindi per nulla d’accordo con questa recensione, e vedo che sono in numerosa compagnia.

  181. Gianluca scrive:

    A mio avviso, il problema non è fare una critica della critica del film. E non voglio entrare nel dibattito se è condivisibile o meno. Sembra che a tutti i costi bisogni schierarsi con qualcuno. Cerchiamo, senza criticare, di portare avanti una discussione costruttiva. E di capire cosa ci è piaciuto e cosa non. A mio avviso la fotografia e lo stile cinematografico sono sublimi, ma l’intreccio e i personaggi sono un po’ banalizzati. Forse perché è la tematica in sè che è ardua. Come si fa a rappresentare il “vuoto”? Inoltre emergono delle contraddizioni. Come può essere un giornalista così potente. Oggi i giornalisti non rappresentano più il quarto potere, ma a volte sono al servizio del potere politco-economico e dei suoi intrecci. Senza calcolare che si lascia andare nel “vuoto”, non sempre la vive come il protagonista (basta pensare a casi eloquenti e non faccio il nome). Inoltre la domanda è dov’è l’altra “Italia” che lavora, che s’impegna. Nel film non ce n’è traccia. E non è un problema ideologico, è un problema rappresentativo, cioé in che modo questo “mondo” impatta sul nostro (noi tutti ne portiamo sul pelle le conseguenze: vedi ad esempio i problemi di lavoro). Comunque non ammazziamoci fra di noi, il mio è solo un invito a ragionare sul film in modo costruttivo. Ciao

  182. Martina Romano scrive:

    Quanta ignoranza.

    Il protagonista vuole scrivere un libro sul Nulla e non ce la fa; lei, Signor Lagioia (che peccato, aveva pure un bel cognome…), è riuscito ad esprimere con questa “recensione” il nulla che domina nella sua testa.

    Con amore,
    MR

  183. rabazzina scrive:

    Chiedo una riflessione agli espertoni di cinema, e mi rifaccio alla letteratura, che conosco meglio.
    1)Un bel film, come un bel libro, può contenere citazioni dotte, può contenere contaminazioni eccellenti, ma deve poter rimanere autosufficiente: il suo valore deve essere comunque colto da chi lo fruisce, sia che conosca sia che non conosca i dotti precedenti. Ma se per farmi piacere un film devo andare a lezione di cinema, vuol dire che il regista non ha centrato il bersaglio, perché bravura è farsi leggere anche su piani diversi : e qui, mi pare evidente che il fallimento c’è stato;
    2) La bruttezza del film è innanzitutto nell’ovvietà e nella banalità continua, nella assoluta prevedibilità delle frasi e delle reazioni dei personaggi, nella ripetitività continua di situazioni;
    3)E ora che abbiamo visto quelle immagini splendide di questa città stucchevolmente descritta come corrotta e corruttrice, offriamole a Alberto Angela che ne ricaverà un bel documentario.
    Senza offesa per gli espertoni.

  184. Andrea scrive:

    Allego una e-mail ricevuta da un caro amico:

    Rimango stupito e forse non sono il solo alla notizia del Golden Globe vinto da “La grande bellezza”.
    Evidentemente la grandezza di Fellini non ha cessato di esercitare la sua immaginifica influenza sugli americani – ai quali è bastato mostrare una furbetta copia in vhs un po’ aggiornata della dolce vita perché ci cascassero. Ora si capisce dove voleva arrivare Sorrentino. C’aveva provato con Sean Penn ma non aveva funzionato; d’altronde spiegare l’America agli americani è mica facile – sarebbe come spiegare l’Italia agli italiani no? E invece no, quello può essere facile: basta spiegare Roma agli americani, passando per Fellini e dargli un titolo pubblicitario. Ecco dove voleva arrivare: proprio lì, alla statuetta. E dopo il bidone ricevuto dal film con Sean Penn Sorrentino ha capito che se voleva arrivare in America doveva restare a Roma. Nn è poi così difficile da capire. Era sufficiente ottenere una manleva felliniana – un po’ come quei jazzisti che citano Miles Davis per dare un tono di pregio alle loro modeste incisioni – e trovare un bel titolo. E qui Sorrentino ha dato il suo meglio. Perché diciamocelo: il titolo è la cosa migliore del film. Ha quel minimo di autoironia che serve a nascondere tutta la piacioneria conformista dell’operazione. Ma è altresì altisonante e vagamente epico per rassicurare la gente garantendogli un’opera dalle intense e universali emozioni. “La grande bellezza” è proprio un gran bel titolo. Dice alla gente che è un film alto, di grande respiro, qualcosa di artistico. Ti dà non il sentimento artistico – roba che nessuno più conosce – ma la sensazione dell’artistico; la patina predigerita dell’artistico. E la gente ci crede per forza. Perché la gente, che non vuole credere alla verità, crede con piacere alla bugia. La grande bugia. Ma un titolo del genere “La grande Bugia” non funzionerebbe perché obbligherebbe la gente a guardare con gli occhi della verità quel disincanto. Direbbe “guarda come siamo ridotti, te ne sei mai accorto che quello che ti sembra figo in realtà è meschino?” Questo titolo invece è da grande pubblicitario. È una onesta operazione di marketing: prendi un prodotto qualunque, gli dai un bellissimo packaging, lo spari ad un prezzo alto… et voilà: ecco il prodotto premium aspirazionale di classe. È come la pubblicità dei bagnoschiuma: non è che li usi per lavarti, ma per fare un’esperienza esotica.

  185. mpc scrive:

    Un film brutto, vuoto e noioso, e mi meraviglio di chi gli ha dato l’Oscar!!!!!!

  186. lo grande chef scrive:

    Prendete un trancio di filetto di manzo, di almeno un chilo, fatelo bollire per due ore fino a sfracellarlo. Aggiungete, a metà cottura, 1 chilo di salmone scozzese affumicato, una papalina di caviale beluga, 100 grammi di tartufo bianco d’Alba, 500 grammi di pesto genovese, 500 grammi di fontina Aosta, 500 grammi di culatello di Zibello, 500 grammi di Parmigiano Reggiano, 2 percocche tagliate grosse, 200 grammi di mozzarella di bufala campana, 1 chilo di capperi di Bronte, due grossi peperoncini di Soverato, 500 grammi di ciliegie di Vignola, cacio e pepe q.b. e innaffiate il tutto con una bottiglia di Brunello di Montalcino, annata 2003. Macinate il tutto in frullatore e lasciate riposare il composto per sei mesi!
    Vincerete l’Oscar!
    Arrivedooorci!

  187. Matteo M. D. scrive:

    Alla luce di quanto avvenuto negli ultimi mesi ci sarebbe da riprendere questa discussione … o sbaglio?

  188. cinzia scrive:

    Aiutami vi prego. A tutti voi che siete persone colte. Io voglio portare la grande bellezza come tesina all’esame di stato. Non riesco però a trovare LA TESI o moglio una frase di partenza su cui iniziare a sviluppare la mia tesi. Volevo portare una scena del film e su quella scena sviluppare poi il percorso. Avevo pensato Pirandello per la maschera, kierkegaard per filosofia per i tre stati dell esistenza, latino o Tacito o Giovenale.. Vi prego aiutatemi a trovare una scena del film in ciu c’è una tesi da sviluppare con i vari autori. Grazie per la disponibilità.

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  190. Che cos’è la vuotezza interiore? Come ci si arriva ad un tale stato di abbandono totale? Come si riesce a sopperire a questa incredibile mancanza di scopo? Ma soprattutto, è davvero possibile sovvenire ad una finta e nulla volontà di potenza?
    Jep, il protagonista della pellicola, incappa fin da troppo giovane in questo vuoto vitale, ed ormai a 65 anni si rende conto di esser divenuto un involucro completamente vuoto.

    Qui, la mia analisi completa: https://mgrexperience.wordpress.com/2016/08/31/la-grande-bellezza-di-paolo-sorrentino/

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