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La contrada di pietre e di spine

(Immagine: Julien Coquentin.)

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la morale non è un’esclusiva del bene. Anche il male può avere una sua etica. A volte, infatti, esso basa su dei principi rigorosi le fondamenta delle sue trame, e tali principi possono essere connotati da una sacralità pari, se non superiore, a quella che caratterizza le scelte incardinate negli argini virtuosi della rettitudine. Non è possibile comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche della malavita se essa viene intesa solamente come un sistema per perseguire degli interessi a spese della società civile. Il male non è la negazione del bene, non nasce per opposizione a esso, ma si sviluppa seguendo dei criteri per molti versi simili a quelli del bene. Anche il male possiede una sua metafisica, e stabilisce un assoluto da cui discendono come conseguenza dei valori trascendenti. Non è un caso che il termine calabrese «’ndrangheta» derivi dal greco andrágathos, «uomo valoroso»: il valore non ha mai un significato assoluto, ma necessita sempre di un contesto di riferimento.

Occorre tenere a mente queste considerazioni per approcciare la lettura de La mala vita (Sperling & Kupfer, 18 €), il libro in cui Nino Maressa, oggi maresciallo dell’Arma in Toscana, racconta, insieme alla scrittrice Flavia Piccinni, l’esperienza trascorsa in Calabria al servizio del ROS impegnato nella lotta contro la ’ndrangheta. Per comprendere le strategie che hanno consentito alla sua squadra importanti successi come la cattura del boss Giuseppe Morabito, viene chiesto al lettore di compiere un’operazione analoga a quella compiuta dagli investigatori: iniziare a pensare con la mente dei malavitosi, assumerne la prospettiva. Non limitarsi a giudicarli da un punto di vista approvato dall’ortodossia del consesso sociale, ma entrare nei loro schemi mentali, nelle loro scelte quotidiane, nell’insignificante rumore di fondo dei loro pensieri: «Capire a che ora e cosa mangiavano, quando facevano la spesa, quando festeggiavano i compleanni. Capire quando erano più nervosi e quando meno. Quando si chiamavano alle otto di sera e quando non si chiamavano alle otto di sera. Ci serviva scoprire tutto. Perfino le cazzate. Soprattutto le cazzate».

Le «cazzate» rappresentano il grado zero di una cultura complessa e stratificata, che a partire dalle esigenze minuscole della quotidianità non ha mancato di sviluppare una sua speciale trascendenza, confortata da culti – è nota la speciale venerazione di numerosi affiliati alla ’ndrangheta per la Madonna di Polsi –, norme comportamentali – come la consuetudine di telefonare alla famiglia di un boss per esprimere cordoglio quando questi viene catturato –, e forme rudimentali di espressione artistica – in pochi lo sanno, ma esiste un repertorio di canti di latitanza che celebra l’epica del sotterfugio e della clandestinità.

A differenza di quanto si crede, le sovrastrutture metafisiche non discendono dall’alto come una sorta di deus ex machina, ma si raggrumano a poco a poco per lenta sedimentazione antropologica. Non è possibile approcciare dall’esterno tale complessità, se non a patto di sottomettersi a un lento e laborioso processo di conoscenza: «le intercettazioni ambientali… sono noiose, ripetitive, non ci sono che rumori di sottofondo. Se quelle relative a casi di droga sono più eccitanti, quelle che riguardano i latitanti vengono reputate insopportabili: i parenti e gli amici degli ’ndranghetisti non parlano mai». Nella prima parte del libro, intitolata «Il boss dei boss», si racconta la cattura del super-latitante Giuseppe Morabito, avvenuta grazie a un’indagine fatta di attese e di piccole conquiste quotidiane. Il lettore viene condotto sulle sue tracce per i sentieri impervi dell’Aspromonte, nel gelo delle albe invernali, tra gli odori pungenti della montagna. Nel rigore degli appostamenti nel bosco, il confine indeciso tra il bene e il male diviene sempre più sfumato.

«Di notte è difficile capire i contorni delle cose», e la differenza tra malviventi e forze dell’ordine – uomini dello Stato senza «più nome né storia» – diviene labile e sfuggente: «quelli della malavita siamo noi. Perché noi ci svegliamo all’alba, stiamo appresso a loro, ci imbastardiamo. Diventiamo dei rattusi peggio di loro. Diventiamo delle bestie, che seguono le bestie… La nostra vita è quella cattiva, quella mala, non la loro che vivono in belle case e se si fanno la latitanza neppure se ne accorgono… Loro la gente l’aiutano, mentre noi la annientiamo con gli arresti, con le perquisizioni, con questa idea di Stato che non funziona». Oltre a essere una questione intrinsecamente antropologica, questa drammatica inversione di ruoli – che difficilmente si può mettere in discussione – è anche una questione politica e di libertà.

È una questione politica, perché si intuisce che dei poteri forti hanno protetto durante gli anni la lunghissima latitanza di Morabito (dopo la cattura, i militari intercettano una telefonata misteriosa alla sorella del boss, durante la quale vengono fatte inquietanti allusioni a un ruolo strategico giocato dai servizi nella storia della famiglia mafiosa).

Ma è anche una questione di libertà: è possibile, infatti, compiere una scelta libera sull’indirizzo da dare alla propria esistenza quando si è nati ad Africo o a San Luca? È legittimo classificare la condotta degli individui in base a una logica binaria semplicistica e manichea? Ed è possibile, infine, essere consapevoli di come la storia agisca tirannicamente sulla vita degli uomini, e allo stesso tempo schierarsi in modo convinto dalla parte della legge, delle istituzioni, anche quando si percepisce il marcio che le corrompe dall’interno? Tali inquietanti interrogativi nel libro convivono in modo convincente con il racconto appassionato dell’attaccamento dei militari alla loro missione, con l’ossessione per la giustizia e il rischio di presunzione che soggiace a ogni tipo di abnegazione.

Nell’ultima parte, intitolata «Il labirinto», si offre un resoconto dettagliato dell’intricata faida di San Luca che insanguinò il paese aspromontano per oltre un quindicennio, a partire dal cosiddetto «scherzo di carnevale» del 10 febbraio 1991 fino alla strage di Duisburg del 15 agosto 2007, nella quale sei ragazzi vennero brutalmente assassinati in prossimità di un ristorante italiano in Germania: una delle faide più violente che si ricordino nella storia calabrese, e che nel libro viene ripercorsa nei suoi meandri più intricati, tra i quali non sempre è facile orientarsi con disinvoltura – tanto numerosi sono i cognomi, le ’ndrine, e così complessi i rapporti di parentela tra i personaggi. Ma proprio nell’eccesso di dettaglio si percepisce il legame viscerale degli autori con il territorio e la cultura sanlucota che connota questa sezione dell’opera, per altri versi così dolorosa. La pena degli abitanti di San Luca viene descritta incastonata in un paesaggio antico e rarefatto, in cui le strade di pietra e asfalto dissestato si spopolano man mano che i combattimenti si fanno più aspri e spietati. I cittadini sprofondano in uno sbigottimento talmente cupo da abbandonarsi quasi a un definitivo sentimento di sconfitta; ma trovano la forza per risollevarsi e continuare a combattere per la pace e la giustizia.

Come ricorda Flavia Piccinni nella postfazione, Corrado Alvaro scrisse che quella della gente in Aspromonte «è una vita alla quale occorre essere iniziati per capirla, esserci nati per amarla, tanto è piena, come la contrada, di pietre e di spine». E a San Luca, scrive ancora Piccinni, è possibile trovare «le pietre di un passato che è un marchio eterno di criminalità, ma anche le spine che proteggono le cose belle e vere». Solo chi ama intensamente questa regione, chi non teme di ferirsi tra le sue spine acuminate, chi non ha paura di osservarla da vicino senza pregiudizi nelle sue contraddizioni più drammatiche e dolorose, potrà riuscire a comprenderla veramente nel profondo, e a restituirle, insieme alla dignità, quel patrimonio immenso di bellezza e verità che da sempre le appartengono.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
Un commento a “La contrada di pietre e di spine”
  1. Marta Maddalon scrive:

    “Andragatos è soltanto un nome, vuol dire ‘buon uomo’. Per fare chiarezza, occorre osservare i verbi greci. Dai due elementi, cioè andros e agatos, si è creato un nuovo verbo greco andragatizo che significa, in origine, ‘ho coraggio’. Interessante, tuttavia, è l’uso dei due verbi nelle prime epopee popolari del medio greco … All’inizio sembra ci sia stato un conflitto, da una parte i termini andrio (‘ho coraggio’) e andria (‘coraggio’), dall’altra andragatizo (‘faccio il coraggioso’) con il sostantivo andragathia. La seconda coppia (verbo e sostantivo) si specializza con il senso di ‘esercitare un ruolo di borghese o piccolo nobile che sa usare le armi’. Sono quegli uomini che i Bizantini usavano per colmare i vuoti di potere della propria governance nelle terre periferiche”. Questa precisazione di John Trumper (Il Manifesto, agosto 2011) è importante per suffragare e precisare quello che non emerge abbastanza chiaramente da molti studi di antropologi e sociologi che di questo si occupano. L’ordine minuto, accanto a quello grande delle imprese criminali a vasto raggio, il rispetto, il ricorso per protezione e aiuto, l’ineluttabilità di queste presenze. Tutto questo si respira anche vivendo nel cuore, vecchio, marcio, bellissimo di Cosenza, città certo non paragonabile ai piccoli centri dell’Aspromonte. Ma qui, come quasi ovunque, il raccordo con le istituzioni, nei casi migliori (sic) o, peggio, le istituzioni sono i brav’uomini, i ‘ganzi’, che con una parola sistemano tutto. E noi, zona grigia, siamo la loro migliore assicurazione sull’esistenza, perché, a volte, anche noi pensiamo “ma almeno, quando c’era Michele ‘i Belle Bella, non si ammazzavano e non bruciavano negozi, così stavamp più tranquilli.”

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