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Su “La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro

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Questo pezzo è uscito su Alias – il manifesto.

Ne La vita in tempo di pace non c’è trama, in senso tecnico, se escludiamo il lungo e avvincente capitolo che vede Ivo Brandani, il protagonista, coinvolto in un viaggio in barca insieme al suo sadico superiore e alla di lui indecifrabile e impertinente “amica” (angosciante e claustrofobico triangolo velico che mi ha ricordato Il coltello nell’acqua, meraviglioso film di Roman Polanski di molti anni fa). Romanzo fluviale, modernista, céliniano: strutturato dalla debole griglia cronologica, a ritroso, della vita di Ivo Brandani: ingegnere e filosofo mancato, personaggio ossessivo e remissivo, gaddianamente attratto/respinto dal caos, dalla visceralità, dal contagio di tutto ciò che consuma e vanifica ogni tentativo di dare senso e ordine al mondo.

La vita in tempo di pace è un libro cupo, terminale, schiettamente disperato: pessimismo radicale intriso di pensiero sociologico tardo novecentesco, segnato da quell’estremo tentativo di dare un volto storico alla propria sofferenza privata che è stato ed è per molti l’elaborazione del concetto-tormentone di “Occidente”. Brandani è la disillusione totale: un uomo tracimante passioni tristi, fallimenti, umori atrabiliari; spesso ridiamo delle sue parole, ma la sua ironia è il minimo sindacale della sopravvivenza psicologica (e semantica) in quel tempo di cui parla: “una guerra senza eroi, combattuta a botte di cocaina, di alcol, di anti-depressivi, di ansiolitici, di sigarette strafumate… pochi gli eroi ufficiali, pochi i monumenti, tutti volutamente anti-retorici, quindi quasi tutti bruttissimi”. Forse perché il bello, come la retorica, prevede l’accettazione di una qualche fede, di una visione d’insieme, condivisa. Il tempo di pace, invece, è “solo una guerra silenziosissima di tutti contro tutti”, senza bandiere.

Un barlume di riscatto giungerà, semmai, dalla lucidità con cui si perlustra il fondo della catastrofe: in questo (e in altro) il romanzo di Pecoraro ricorda i migliori Houellebecq, o più ancora Walter Siti. Stessa generazione disincantata di apocalittici-integrati, acutissimi e smaliziati osservatori dell’equivalenza culturale di tutto con tutto nel segno, scriverebbe Brandani, del “Denaro & Potere”. Stessa (rispetto a Siti) post-pasoliniana rappresentazione di una Roma (“Città di Dio”) mutante, mutata, eterna e “inesorabile”: condanna ed emblema della “Penisola” (toponimi e concetti chiave sono tutti resi da Brandani in termini generici e maiuscoli, come “istituzioni mentali” o scadute entità iperuranie, feticci, idoli privati): “… immensa, sconclusionata, città di baracche e casette abusive e la colata lavica di palazzine borghesi vomitata dal centro… stradoni a quattro corsie tra le sequenze sterminate di grossi oggetti edilizi irti di antenne televisive … distanziati gli uni dagli altri a lasciare spazio per lande incolte e fangose, pratacci dove i ragazzini giocavano a palletta, piccole discariche dove in cima a mucchi di rifiuti troneggiava l’eterno Cesso Dimesso, intero o spaccato, che ancora oggi vedi ovunque e che potrebbe a buon diritto costituire un emblema da imprimersi sul vessillo nazionale, com’è il Cedro per la bandiera del Libano, la Foglia d’Acero su quella canadese.”

C’è il rifugio del mare, il conforto del sentimento oceanico: un’“Isola” paradisiaca, o l’eterna “Estate” nella “Città di mare”, dove Ivo soltanto trova la sua dimensione, la sensazione di vivere, finalmente. Ma riguardano il passato. La sanguinosa infanzia del protagonista occupa sempre più spazio mano a mano che la narrazione procede all’indietro: aumentano le maiuscole mitizzanti, i primi amori, l’inconciliabile antinomia dei genitori (Madre vs Padre) sviscerata ad affondare nel tempo di guerra dei loro misteriosi trascorsi. Infanzia proustianamente – o bilenchianamente – circonfusa di odori/sapori/sensazioni, fanciullezza passionale, violenta e intensa in ogni sua manifestazione, che inesorabilmente torna all’anonimo e spento presente di pace dove Ivo attende seduto all’aeroporto di Sharm el-Sheikh, dopo avere partecipato a un progetto finanziato dal governo Egiziano per la sostituzione di barriere coralline morte con “fake corals” sintetici.

Alla realtà 2.0 si oppone il debole scudo di un passato doloroso e nero ma riesumato senza sconti. Al disincanto il dipanarsi di pagine commoventi e passi capaci di farsi metafore indimenticabili (l’“epidemia” ottomana di Bisanzio, l’esondazione del Tevere, la storia dell’aviazione militare). Romanzo di memoria, dunque, e di Storia, e di stile: La vita in tempo di pace è il referto prezioso di un mondo annientato, dove dell’annientamento, come nella più oscura delle fantascienze, non sembra restare notizia.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
12 Commenti a “Su “La vita in tempo di pace” di Francesco Pecoraro”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Subito dopo aver terminato la lettura ho scritto a penna nera, sull’ultima pagina: Questo è IL libro laico italiano per eccellenza, il nostro Underworld. Non ci ho peraltro visto né Siti, né Gadda; solo Pecoraro. Gran bel romanzo.

  2. enrico nottebella scrive:

    e’ sicuramente il romanzo di un’intera generazione seppellita dai suoi stessi sogni che ancora sopravvive nonostante tutto, ma lo fa stupita davanti ad un passato e a un futuro , ugualmente sviliti da un presente turpe

  3. acciù scrive:

    preferivo i commenti di Tashtego

  4. Antonio Coda scrive:

    Siti sia, Houellebecq passi, ma Gadda cosa? La scrittura di Gadda è il corrispettivo della macchina-della-tortura di Kafka nella colonia penale, la scrittura di Pecoraro ha la fissità rollante di un nastro trasportatore e al più ricorda il primo piano sequenza, con Servillo sul piano mobile alla stazione, in apertura de “Le conseguenze dell’amore” di Sorrentino, insomma prima che prendesse pure a lui la romanescenza. Solo l’apertura, però. E non è che siccome uno usa i puntini sospensivi lo si può accostare a Céline. Céline ha una disperata vitalità. Pecoraro nel suo romanzo essuda un accollo disperante. Più onesto – o autenticamente ironico – sarebbe stato intitolare il romanzo: “Rigurgiti mentali di un Tavor Addicted.”

  5. Esposito scrive:

    Je suis en train de lire la traduction française de ce livre. Il fait presque 600 pages. 200 auraient été suffisantes. C’est un livre vulgaire qui raconte l’histoire d’un homme quelconque mais ou est l’histoire de l’Italie ?. Je vais essayé de le lire jusqu’au bout mais c’est un vrai calvaire. C’est en avec ces mots que je vais en parler à tous mes amis qui comme moi étudient l’italien à Paris.

  6. Italo scrive:

    @Esposito

    Avant d’étudier l’italien, il vaudrait mieux que tu apprennes à écrire correctement en français.

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  1. […] romanzo. In rete si possono leggere, fra le altre cose, gli interventi di Andrea Cortellessa e di Carlo Mazza Galanti. Quelle che seguono sono le recensioni di Marco Bellardi (inedita), di Daniele Giglioli (uscita sul […]

  2. […] Sono apparse molte recensioni a questo libro, io ne ho lette alcune da Minima&moralia (a sua volta tratta da il Manifesto), Le parole e le cose, Doppiozero, Panorama, Il Messaggero e […]

  3. […] futuro. V. Erich Auerbach, Figura, in Studi su Dante, Feltrinelli, Milano 2005. 2. Cfr. la nota di Carlo Mazza Galanti: «Un barlume di riscatto giungerà, semmai, dalla lucidità con cui si […]

  4. […] aggiungere un’altra voce al già nutrito gruppo di critici – dai più scafati come Giglioli e Mazza Galanti ai più giovani come Carbè e Bellardi – che si sono cimentati su questo romanzo, riconoscendovi […]

  5. […] Per la vicinanza tematica e di visione del presente che lega Houellebecq a Walter Siti (due “apocalittici-integrati” della letteratura contemporanea secondo la bella definizione di Carlo Mazza Galanti), per prima […]



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