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Teorie, apostrofi e ippocentauri: i matti da inventare

Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Simon Prades.)

Se ne stanno seduti al tavolino di un bar, impegnati a prendere appunti in un angolo in penombra, ogni tanto un’occhiata veloce alla porta d’ingresso – il nemico ci ascolta. Oppure in metropolitana, lo sguardo inchiodato a compulsare le pagine di un libro, la mano che traccia schemi sui bordi stropicciati, ogni segno un’abrasione. Al ritorno a casa si chiudono in una stanza e scrivono. Settimane, mesi, anni. A volte una vita intera per mettere insieme l’opera definitiva. A quel punto la spediscono a qualcuno che avrà il dovere di riconoscerla e di diffonderla. Negli archivi delle case editrici ci sono castelli di fogli pieni di intuizioni decisive, di rivelazioni ultime. Il senso del mondo – no, dell’intero universo – concentrato in un centinaio di pagine e miracolosamente rivelato ai nostri occhi.

Gli attori di tutto ciò – gli autori dell’opera – sono perfetti allevatori di solitudini, coltivatori di sterminati isolamenti. E sono miti, silenziosamente febbrili, ordinariamente imprevedibili: sono i mattoidi. Coloro che inventano lingue universali, immaginano nuove religioni, escogitano cure mediche, approntano macchinari maestosamente incapaci di funzionare. Uno dei loro ultimi avvistamenti ufficiali, tra fine anni ’70 e primi anni ’80, risale a Portobello. Ogni settimana figure strabilianti per serietà e ostinazione affermavano, davanti a un Enzo Tortora sobriamente ironico, la necessità improcrastinabile della loro nuova scoperta.

Ad aggiornare quello scenario – o meglio a conferirgli articolazione e struttura – è Paolo Albani che con I mattoidi italiani (Quodlibet) ci consente prima di tutto un cambiamento prospettico. Da un repertorio che si incarica di ricomporre in forma unitaria la scena frantumata di centinaia di pensatori che si sono confrontati con diversi territori del sapere (senza la rete di salvataggio di una preparazione adeguata, da kamikaze della conoscenza) potremmo infatti attenderci l’indulgere continuo nell’ammiccamento complice tra compilatore e lettori. Albani invece non sottolinea una differenza antropologica tra lo sciagurato intelletto mattoide e il nostro, privilegiato, che quell’intelletto stravagante riconosce e giudica; non si rifugia, proteggendoci, nel noi e loro, risolvendo il suo lavoro in un catalogo di bizzarrie: semmai, procedendo tassonomico e senza commenti (consapevole che la sostanza tragicomica di questo inventario emergerà strutturalmente attraverso la mera elencazione), ci mette nelle condizioni di pensare che noi è loro, noi siamo loro, intuendo che in ognuno di noi – quelli intelligenti, i sagaci, i brillanti – è sempre presente e vigile un lampo di acuta limpidissima ottusità.

Al contempo, registrando l’esistenza di microcorrenti di pensiero (raramente condiviso da qualcuno al di là del loro creatore) che, sviluppandosi tra il secondo ’800 e gli anni ’60 del ventesimo secolo, vanno dall’armonismo al tu-sei-me-ismo, dall’usiologia al misticateismo, dall’agerasia al filopresentaneismo, Albani compone un catalogo delle diverse possibili declinazioni del registro apodittico. Al mattoide è del tutto estranea qualsiasi forma di esitazione; l’acribia è il suo endoscheletro, la concentrazione il suo destino. Del resto, quando ci si cimenta con la teoria secondo cui è nodale, nella produzione linguistica, ridurre tutto al minimo rinunciando alle consonanti doppie, omettendo alcune vocali laddove non indispensabili e ricorrendo all’apostrofo per risparmiare sillabe (Carlo Cetti, Teoria del brevismo, 1946), oppure si postula la possibilità, scientificamente dimostrata, di generare un ippocentauro facendo accoppiare un uomo con una giumenta (Achille Casanova, Dottrina delle razze, 1861), o ancora si chiarisce come compiere il giro del mondo in un giorno (Quinto Ogliotti, Nuovo progetto per fare il giro del mondo in 24 ore, 1897), la voce non potrà che essere monomaniacalmente seria e ogni frase risplendere come una sentenza.

Leggendo le evoluzioni del pensiero di questi «figli del limo» – per citare Raymond Queneau, uno dei numi tutelari del libro di Albani – possono venire in mente le antimacchine dello scultore svizzero Jean Tinguely, per esempio quelle che si scuotono sgangherate nella Fontana Stravinskij accanto al Centre Pompidou di Parigi. Improduttive, tragiche, ridicole: puro moto irrelato da una funzione e da un senso. Qualcosa di simile a certi movimenti delle nostre gambe che si producono semi-inconsapevoli mentre stiamo leggendo o conversando. Dinamismi anomali, frammenti cinetici, ripetizioni motorie. Perché la vita mattoide alligna in ogni corpo; se non si manifesta in forma di discorso, se non si trasforma nel progetto di avvolgere una gallina in una salvietta per suggere dal suo interno, tramite una cannula, il contenuto nutritivo dell’uovo che contiene (un «eroico ricostituente» a detta di Francesco Becherucci, Memoria, 1887), allora il nostro indistruttibile bisogno di sperpero diventa movimento.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
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