IANMCEWAN

Sulla scrittura di Ian McEwan

IANMCEWAN

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

di Valentina Pigmei 

C’è una scena di un vecchio romanzo di Ian McEwan, “Lettera a Berlino” (1990) – una spy-story ambientata durante la guerra fredda – in cui il protagonista, Leonard Marham, un giovane tecnico inglese mandato in Germania per collaborare a un’operazione contro il governo russo, è costretto a uccidere un uomo e farlo – letteralmente – a pezzi. Con una sega elettrica. Il minuzioso tagliuzzamento del cadavere è narrato con una tecnica simile a quella del ralenti cinematografico: il racconto dell’uccisione e dello smembramento è rallentato grazie ai continui inserti ironici (“la frammentazione dell’io”) e a lunghe descrizioni, e intensificato da numerose ripetizioni di termini o sintagmi identici: la frase “Leonard colpisce Otto con un piede di ferro” è ripetute quattro volte in una manciata di pagine. Il corpo sarà poi riposto in una valigia, e il cadavere lacerato diviene così una sorta di superficie leggibile che assomiglia alla Berlino dilaniata da tunnel sotterranei e frammentata in settori.

Mi è sembrato significativo, e assai preoccupante, che di recente lo stesso Ian McEwan abbia rilasciato una video-intervista a “Guardian” in cui dichiara di avere dei rimpianti: quella scena non doveva scriverla perché ha allontanato un sacco di lettori (e di lettrici?). Ian McEwan ha molto talento e possiede quei tre elementi che fanno di lui uno scrittore di libri sempre notevoli: stile limpido, capacità di creare strutture perfette e una ineccepibile preparazione storico-scientifica. I suoi libri scorrono come page-turner, ma sono anche intelligenti, colti, a volte anche comici. Ce ne sono di più o meno intensi, più o meno belli, ma ogni suo romanzo è tecnicamente riuscito. Quello che sconcerta è il graduale ma inesorabile “imborghesimento”dei toni, un inspiegabile “dietro-front” tematico, contenutistico.

Se il McEwan degli anni Ottanta e Novanta aveva affascinato una generazione di lettori (e di scrittori) con storie estreme e indimenticabili – dai due fratelli che seppelliscono la madre in cantina (“Il giardino di cemento”) al sadomaso veneziano (“Cortesie per gli ospiti”); dalla perdita di un bambino al supermercato (“Bambini nel tempo”) alla passione ossessiva di uno stalker ante-litteram (“L’amore fatale”) – nel 1997 McEwan pubblica inaspettatamente un romanzo scialbo e molto in linea con l’establishment: “Amsterdan”: vincerà il BookerPrize. La svolta di “centro-destra” di McEwan comincia qui.

Da allora lo scrittore più morboso di Inghilterra sforna prodotti ottimi e rassicuranti come “Sabato” (da molti considerato una presa di posizione interventista nei confronti della guerra in Iraq) o “Espiazione”(2001) che diventa best-seller perfino negli Stati Uniti. Di nuovo, non a caso. Nel frattempo David Cameron si fa fotografare con “Chesil Beach” (2007) in metropolitana e, con l’uscita di “Solar” (2010), la storia di un controverso scienziato premio Nobel, McEwan si schiera a favore del nucleare, dichiarando che “ogni ambientalista a una certa età si converte al nucleare. È una questione generazionale”. Frasi sconvolgenti come questa sono in sintonia con il“revisionismo” letterario di McEwan: non c’è nulla nei suoi nuovi romanzi che vi farà venire la nausea. Nulla che vi rimarrà impresso per il suo orrore e la sua verità.

Anche l’ultimo uscito, “Miele” non fa eccezione: siamo negli anni Settanta, in piena “guerra fredda culturale”, Serena Fromesi è laureata controvoglia in matematica (a Cambridge) ma è una lettrice compulsiva di romanzi. Arruolatasi come giovane spia per i servizi segreti, le viene affidata l’operazione “Miele”. Il suo compito è finanziare un talentuoso scrittore agli esordi, Tom Haley, e fare di lui – segretamente – una voce antisovietica. Leggendo i racconti di Haley (alcuni dei quali similissimi a certo vecchi e scabrosi racconti di McEwan), Serena rimane folgorata. I due non tarderanno a innamorarsi, ma l’impresa di propaganda fallirà: mentre la “finzione” della spia verrà smascherata, quella della fiction trarrà vantaggio da questo sordido intreccio. Intendiamoci, McEwan è bravissimo: gioca con il genere, lo supera magistralmente e scrive un romanzo che, nelle sue parti migliori, parla soprattutto di lettura e di lettori: “Leggere era il mio modo di non pensare alla matematica. Più ancora (o dovrei dire meno?), era il mio modo di non pensare”, dice la voce narrante della protagonista.

Serena Frome è una lettrice vorace, velocissima (“cento pagine in due ore”), una che si appassiona ai grandi autori, ma li mette sullo stesso piano della letteratura più leggera; una che si lascia affascinare a tal punto da confondere autore e narratore; una che nei libri cerca più che altro se stessa: “Chiedevo soltanto che il mio mondo, e io con lui, mi venissero restituiti in chiave artistica e in una forma accessibile”. Ma Serena è una spia, e la sua arma è la lettura, così come gli scrittori a modo loro sono delle spie, e molto più pericolose. Questa la morale. Nessuno smembramento à la “Lettera a Berlino”, nessun cadavere a pezzettini.

P.S. Lessi “Lettera a Berlino” a metà degli anni Novanta e ancora ricordo i corridoi bui, l’ascensore, l’appartamento claustrofobico, l’erotismo di alcune scene e naturalmente il famoso ammazzamento. Se quel romanzo era meno limpido nell’architettura e forse alcuni personaggi erano un po’ deboli, la sua forza romanzesca era dirompente. “Miele” è un ottimo romanzo, perfettamente costruito a scatole cinesi, pieno di rimandi interni e equilibrato nella mescolanza di realtà e finzione. Divertente e senza sbavature. Ma l’ho già dimenticato.

Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself, Vogue e Pagina99.
Commenti
10 Commenti a “Sulla scrittura di Ian McEwan”
  1. La tua critica mi ricorda quella di Goffredo Fofi che lessi su Internazionale all’uscita di “Miele”. Una critica all’imborghesimento.
    In generale, ci sono elementi condivisibili, secondo me. Amo tantissimo la scrittura di McEwan, l’ho seguita sempre, nei suoi alti e nei suoi bassi (il misero Chesil Beach, ad esempio). Ed è vero, c’è meno forza immediata a meno potenza innovatrice in “Miele” rispetto, ad esempio, a un romanzo come “Il giardino di cemento”.
    Però ho alcune obiezioni:
    1) ha senso contestare a un autore di non essere uguale a se stesso? Sbaglia McEwan se in effetti si pente di aver inserito scene scabrose. Lo stesso McEwan che affermava, interrogandosi sul perché si scrive – e legge – di cose orribili, che “usiamo i casi peggiori per misurare la portata della nostra morale. E forse dobbiamo svolgere le nostre paure all’interno dei confini sicuri dell’immaginario, come forma di speranza esorcistica”, sbaglia se sinnega se stesso. Ma uno scrittore è una persona, si evolve, cambia. L'”alterego” di McEwan in “Miele”, Haley, è un uomo del ’68. Entrambi in quegli anni, e dopo, scrivono racconti di forte impatto scabroso e forza politica. Haley rimane confinato tra le pagine del romanzo, ma chissà come sarebbe la sua evoluzione, che ne sarebbe di lui… McEwan diviene una scrittura più riflessiva e più intimamente indagatrice del singolo. Sono narrazioni diverse, ma nessuno rimane ancora a se stesso.

    2) Non sono d’accordo sull’idea che una narrazione forte sia una narrazione con “cadaveri a pezzettini”. “Espiazione” è un romanzo di forte angoscia e riflessione: se “Cortesie per gli ospiti” l’ho nascosto nella libreria subito dopo averlo letto, cercando quasi di dimenticarlo, di allontanarlo dai miei pensieri, è vero però che “Espiazione” mi ha lasciato un’intensità di emozioni e riflessioni forti forse meno d’impatto scabroso, ma più angosciose e ancorate su lunga data.
    E “Miele”, d’altro canto, lo trovo molto scelto nella sua decisione di non essere d’impatto, di essere garbato, di raccontare un personaggio in tante cose frivolo, una ragazza che ignora gli sconvolgimenti dei propri anni, che si interroga poco sul presente, che accetta passivamente tante cose… la trovo una scelta attualissima, più di qualsiasi violenza e narrazione d’impatto: dopotutto, cosa c’è di più sconcertante che pensare all’oggi, a come di fronte agli orrori del reale, della politica, delle guerre, eccetera, la maggior parte delle persone cerchino una fuga nel frivolo, nelle narrazioni disimpegnate, nella voluta e sbandierata ignoranza, nella rassegnata accettazione di “così va il mondo”… Forse raccontare un personaggio così è, in realtà, la cosa più “scabrosa”. Perché è la più comune e realistica.

  2. Carlo scrive:

    Ehm, io veramente di McEwan ho letto solo Cani neri (penso almeno 15 anni fa, e ricordo ben poco), e Solar, che mi è piaciuto molto……..

  3. lerio scrive:

    In linea generale condivido l’analisi (pur non avendo ancora letto Miele, ma avendo ben presente il resto della bibliografia di McEwan), compresa la scialbezza di Amsterdam. Tuttavia, concordo anche con lepaginestrappate per quanto riguarda Espiazione. Il romanzo che più mi ha colpito e (soprattutto) coinvolto di McEwan. Il giardino di cemento e cortesie per gli ospiti sono pugni allo stomaco, ma Espiazione è una ferita al cuore. Non è feroce forse, ma crudelmente umano.
    Per il resto, continuo a seguire e apprezzare l’autore, anche se da Sabato in poi lo faccia con meno entusiasmo.

  4. davide calzolari scrive:

    sinceramente,secondo me ian mc ewan è mediamente una via di mezzo tra un paperback anglosassone da edicola anni 80,e qualche scrittore europeo piu annoso rifinito

    son stato troppo cattivo?

  5. Gloria Gaetano scrive:

    Anch’io ricordo i belissimi libri di McEwan, soprattutto i racconti e Espiazione, in cui scrive un ‘vero romanzo’.. Ma Miele anch’io l’ho dimenticato. E’ grave dimenticare un romanzo, è il segno che un autore non ha più niente da dire. E non è solo un imborghesimento, perchè i libri e i romanzi sono scritti quasi sempre per una borghesia colta, che legge e sa scegliere. No, ma perchè, già in Sabato, dove racconta del suo trasloco nei quartieri alti, della noia di vedere le strade invase da manifestanti, è divenuto un uomo ricco, di successo ( e lui stesso ne è consapevole)., che non ha voglia di perdere tempo, che desidera tornare nella sua bella casa, dai suoi figli che lo gratificano , belli, efficienti da esibire come must. E’ questo l’imborghesimento di cui si parla? E’ l’adesione , l’appiattimento di persone che scelgono un way of life, che non hanno passioni nè curiosità per gli ‘altri’. E’ un diventare egocentrici, capaci solo di autogratificarsi. Così muore uno scrittore, di apatia. di omologazione, di eccessiva moderazione.
    Da Miele in poi non lo leggerò più.

  6. valentina pigmei scrive:

    @lepaginestrappate ciao, grazie dei tuoi commenti, non sapevo di Fofi e della sua critical, leggerò. Sono d’accordo con te che uno scrittore cambia, e deve cambiare, come cambia l’essere umano che scrive, nel caso di McEwan che anche io ho amato e studiato molto in passato, secondo me è cambiato male. Rimane bravissimo, abilissimo, acuto, rimane un bravo scrittore, ma si è trasferito dalla parte dell’establishment. Questo non vuol dire assolutamente che uno scrittore di destra non sia bravo per me, ma che nel caso suo, l’imborghesimento ha creato esiti più generalmente più scialbi. Con l’eccezione di Espiazione, che è un libro bello, e infatti è stato molto copiato.
    Sul secondo punto, certo, è chiaro che il cadavere a pezzi non è per forza più “forte”, la mia era una semplificazione, un po’ parossistica. E una critica non tanto a lui, Ian McEwan, ma alle politiche editoriali che puntano sempre alla gradevolezza. Il fatto che lui abbia detto in un’intervista che avrebbe preferito non scrivere quella scena perché ha allontanato lettori a me ha fatto rabbrividire e pensare che ormai anche gli scrittori ragionano come gli editori. Come dice @Gloria Gaetano così poi uno scrittore rischia di morire di eccessiva moderazione. Speriamo di no.

  7. Vito scrive:

    Di McEwan ho letto Espiazione e Solaris…e a questo punto leggerò sia Lettera a Berlino che Miele.
    Anche per me il ricordo più vivo è quello legato ad Espiazione. Credo però che il fatto che un romanzo rimanga vivo nella memoria dipenda da troppi fattori per usarlo come metro di giudizio.
    Personalmente, purtroppo, non leggo sempre con la solita attenzione, con la stessa e necessaria predisposizione a liberare l’immaginazione. Questo ovviamente inciderà poi sul mio giudizio finale.

  8. cristina pitzalis scrive:

    Forse McEwan sta invecchiando. Purtroppo, anch’io. Ho letto in ritardo Miele, e non riesco ad essere d’accordo con chi lo trova imborghesito e privo di mordente. Può essere, appunto, che io mi involva alla sua stessa velocità, o che magari essendo una lettrice velocissima ancorchè onnivora e superficiale, mi sia eccessivamente identificata con la giovane Serena… pur non avendo mai posseduto una paragonabile avvenenza, o forse proprio per questo!
    Ho sempre letto per piacere e i romanzi di McEwan, con l’eleganza delle costruzioni linguistiche e l’originalità mai banale delle trame mi hanno regalato ore di puro godimento. Sono di bocca buona? Senz’altro. Non ho sufficiente background letterario né strumenti critici affilati, per cui un intreccio avvincente, dei personaggi vivi e una lingua raffinata mi paiono sufficienti ad apprezzare un romanzo. Quanto al suo essere diventato “di destra” , mah! Credo che un neurochirurgo di fama difficilmente abiti in un quartiere popolare e che riflettere maggiormente su tematiche più personali e morali sia un portato non necessariamente negativo della maturità, dato privo di qualsiasi connotazione politica.

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