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La chiave gigante di Villiod

Questo pezzo è uscito sul Sole 24 Ore. (Immagine: Eugene Villiod.)

La città è una tra le più grandi tecnologie che gli esseri umani abbiano inventato. È spazio fisico in continuo mutamento attraversato da una popolazione altrettanto mutante. È progetto e incidente, razionalità e caso, lungimiranza e improvvisazione. Inevitabilmente la città è l’insieme delle esperienze che è possibile compiere al suo interno. Tra queste la fantasticheria è fondamentale.

In Parigi. Un apprendistato (edizioni di passaggio, traduzione e curatela – accuratissime – di Roberta Coglitore) Roger Caillois propone una percezione della capitale francese tanto lucida quanto complessa proprio affidandosi a una forma di pensiero involontariamente deflagrante, in grado di mescolare il presente al passato e al futuro, nonché di dissolvere il confine tra reale e irreale.

Nel primo dei tre testi (tutti scritti tra il 1977 e il 1978) che compongono il volume, “Piccola guida del XV arrondissement ad uso dei fantasmi”, Caillois descrive una perlustrazione del quartiere parigino che in origine coincideva con il villaggio di Grenelle. La sua attenzione si concentra in modo programmatico su ciò che nell’apparire del tutto comune può sprigionare inattesi nuclei di interesse. Come il Perec di Specie di spazi, quello che suggeriva la necessità di osservare più piattamente possibile cercando il jamais vu in tutto ciò che consideriamo déjà vu, Caillois concentra il suo sguardo sulle lievi asimmetrie delle due ali della École Militaire riconoscendo in questa differenza il sintomo di una fisiologica malattia dello spazio (abitare, sembra, significa venire quotidianamente a patti con l’incoercibile disordine delle cose).

A colpire lo sguardo di Caillois sono in particolare certi edifici – per esempio all’incrocio tra avenue de Suffren e rue du Laos – il cui spessore viene via via a ridursi fino a un profilo tagliente che si staglia nel cielo. In costruzioni simili, riflette l’autore, non possono che vivere esseri sottilissimi, probabilmente gassosi, trasparenti e fluttuanti: i fantasmi dell’abitare contemporaneo. Una sensazione, questa, confermata da un’altra tipologia di spazi parigini.

Tra i cartelloni pubblicitari della fine degli anni Settanta sono infatti ancora riconoscibili alcune vecchie réclame dipinte nella parte alta dei muri ciechi delle case. L’affresco di una massaia che osserva sorpresa un sacco di carbone portato sulle spalle da un fattorino conduce Caillois a recuperare una teoria di immagini che da bambino agirono da perturbante sulla sua immaginazione. “Il demone verde che sputava le fiamme scarlatte, le due lune, la bianca eclissata dalla nera, le oche con la cuffia della nonna attaccata con un nastro colorato sotto il becco, una zebra dall’insolito mantello”. È questa la “folla insieme umana, animale e cosmica” che ha dominato la Parigi di inizio Novecento (la stessa che in quegli anni Walter Benjamin esplorava altrettanto accuratamente), “presenze immutabili, ridipinte periodicamente e come sovrannaturali, dispiegavano sulla popolazione parigina la loro influenza incomprensibile, probabilmente tutelare, ma anche irritabile.”

Il personaggio decisivo, principe assoluto della vita immaginativa in divenire di Caillois bambino, era Villiod, l’uomo mascherato che regge tra le mani una chiave gigantesca (un personaggio che lo stesso Caillois – lo racconta nel secondo testo del volume, “Storia di una metamorfosi” – interpreterà nel film di Pierre Defons tratto dalla “Piccola guida”). Una figura, Villiod, che rimanda iconograficamente a Fantomas, dunque ancora al fantasmatico. Perché è proprio intorno alla parola fantasma che si definisce l’idea di città secondo Caillois. Una metropoli è reale nella misura in cui si accoglie l’indiscutibile realtà del chimerico.

La rêverie come pratica naturale e l’attenzione alle zone urbane meno appariscenti sono dunque i due strumenti indispensabili per far sì che il legame con la città sia un continuo apprendistato. Nell’ultima parte del libro, intitolata proprio “Apprendistato parigino”, Caillois rende chiaro che una metropoli serve ad acquisire uno spirito critico e a esercitarlo. Attraversare lo spazio prevede che esplorazione oggettiva e invenzione soggettiva siano intesi alla pari. Il nostro tirocinio metropolitano comporta che vedere i fantasmi, essere visti dai fantasmi, essere fantasmi (e quindi scomparire nei muri) siano fenomeni inseparabili.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “La chiave gigante di Villiod”
  1. Giancarlo Capozzoli scrive:

    Abitare è la dimora dell’Essere avrebbe detto heidegger.. E abitare poeticamente la terra/mondo è ciò che spetta all’uomo che DEVE/è tenuto a rispondere alla domanda fondamentale dell’Essere stesso.. Ma tant’è..

    Buon lavoro

    G.C.

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