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Una finzione di patria: la Russia postsovietica e le sue ferite aperte

Questo pezzo è uscito su Alias. (Immagine: Limonov e  Zachar Prilepin.)

di Valentina Parisi

Lo Stato non è la Patria, così Michail Bakunin nella lettera omonima indirizzata ai compagni anarchici italiani deplorava la tendenza della gioventù mazziniana a sacrificare invano la propria vita per la nebulosa “finzione metafisica” di uno Stato unitario e centralizzato. A questa astratta chimera il rivoluzionario russo contrapponeva l’“amore naturale del popolo” per una Patria universale, identificata con “il diritto incontestabile e sacro di tutti gli uomini (…) di vivere, pensare, volere, agire a proprio modo”. Difficile stabilire se Zachar Prilepin sia partito proprio da qui per inalberare il vessillo letterario di un attaccamento viscerale alla patria – una passione a suo dire “necessaria” e inevitabile, al pari di ogni altra vertigine amorosa estranea alla nozione di scelta razionale. Tuttavia non è difficile intravvedere una sorta di rifiuto á la Bakunin a identificare Stato e Patria dietro il corto circuito emotivo che di recente lo ha spinto a incrociare le lame con Emmanuel Carrère, il celebrato autore del “romanzo” Limonov, ispirato al letterato fondatore del partito nazionalbolscevico in cui Prilepin ha militato da giovane (Adelphi, 2012).

In Ritratto di europeo con centauri russi sullo sfondo (“Svobodnaja pressa”, 8 dicembre), sferzante recensione della traduzione russa appena uscita per i tipi della casa editrice Ad Marginem, il trentasettenne scrittore originario della provincia di Rjazan’ contesta il malcelato senso di superiorità con cui, a suo giudizio, l’occidentale Carrère  guarda all’irrisolto trauma rappresentato dalla repentina scomparsa della “patria sovietica”. Se il tono brillante di Carrère suona spesso immotivatamente fatuo all’orecchio di Prilepin, alcune generalizzazioni gettate sul tappeto con nonchalance dal figlio della storica Hélène Carrère d’Encausse gli sembrano addirittura sfiorare il dileggio, prima tra tutte la provocazione finale per cui tra Eduard Veniaminovic Savenko, in arte Limonov, e il suo nemico giurato Vladimir Vladimirovic Putin esisterebbero molte più consonanze di quanto non si sarebbe portati a credere. A partire per esempio da quel rimpianto per la grandezza perduta dell’impero sovietico che avrebbe spinto l’attuale presidente russo a pronunciare la frase scelta da Carrère come esergo per Limonov: “Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore”.

A indignare Prilepin non è dunque tanto la tendenza dello scrittore francese a confondere Dichtung und Wahrheit, realtà e finzione, stilizzando volutamente l’uomo Limonov sui modelli forniti dai suoi porte-parole letterari. Pur rilevando con acutezza l’indisponibilità di Carrère a limitarsi al “modesto” ruolo del biografo e la sua inspiegabile refrattarietà a lavorare sulle fonti, l’ex nazionalbolscevico insorge più che altro contro l’indebito parallelismo Limonov-Putin, contro l’idea che il leader di Russia unita possa essere definito “un inquietante sosia” dell’idolo della sua adolescenza, contro il pericolo, in definitiva, che l’incompatibilità radicale tra Stato e Patria possa essere oscurata.

Prilepin che legge Carriére che legge Limonov diventa così l’ennesimo capitolo nella lunga storia delle accuse levate dagli intellettuali russi all’indirizzo dei loro colleghi occidentali, “rei” di guardare alla loro storia nazionale con occhio “orientalista”. E che cosa intenda esattamente Prilepin per patria – termine in effetti alquanto esotico, in questa parte di Europa – lo si capisce bene leggendo Il peccato, notevole “romanzo in racconti” proposto di recente da Voland nella traduzione di Nicoletta Marcialis (pp. 240, euro 15).

Avanzando di pagina in pagina in mirabile equilibrio tra autobiografismo e invenzione letteraria, Prilepin mette a nudo con la consueta disarmante franchezza le ferite aperte della Russia postsovietica, ricostruendo un percorso esemplare, a un tempo privato e collettivo, che dal paradiso perduto dell’infanzia rurale procede fino alla definitiva caduta nel peccato sancita dall’esperienza bellica. Ipnotizzato da una cifra stilistica invariabilmente suadente e ispirata, il lettore viene condotto per mano tra le metamorfosi imprevedibili del protagonista Zachar, evocate secondo una logica che all’irreversibilità cronologica dell’itinerario biografico privilegia una visione discontinua e semi-onirica del tempo come durata.

Da giovane tenero amante il porte-parole dell’autore retrocede così senza soluzione di continuità a adolescente goffo e inquieto, per incarnarsi poi in un becchino dedito alla vodka, in un ventitreenne “traboccante di amore per il mondo”, in un buttafuori disgustato dal lavoro, in un padre di famiglia neppure trentenne, sconcertato dalla propria felicità: “…accarezzo la schiena dell’amore mio e le testoline dei miei bambini, e accarezzo le mie guance non rasate, e le mie mani sono calde, e fuori dalla finestra c’è la neve ed e primavera, c’è la neve ed è inverno, c’e la neve ed è autunno. Questa è la mia patria, e qui viviamo noi”.

Lungi dal trasformarsi in ottusa soddisfazione, la felicità in Prilepin è sempre minata dalla consapevolezza della propria stessa inconcepibilità, persino l’idillio infantile delle estati trascorse in campagna dai nonni è minacciato dalla “normale” eppure inaudita crudeltà perpetrata dagli esseri umani contro gli animali, e le gioie della vita domestica si alternano a raptus irrefrenabili di violenza, o al ricordo di drammi feroci e incomprensibili, come la fine dell’amico Sasa, morto congelato in un frigorifero mentre giocava a nascondino. Cosicché si giunge tutto sommato preparati alla metamorfosi finale, quando Zachar-Zacharka smarrisce il proprio nome per trasformarsi nel Sergente, il disilluso ufficiale che si ritrova in Cecenia a combattere contro i cosiddetti “cattivi, gente che voleva starsene per i fatti suoi”. È nello stanco esercizio del mestiere delle armi che il protagonista comprende l’ampiezza del vuoto lasciato dal collasso della “patria” sovietica: “Non ricordava l’ultima volta in cui aveva pronunciato quella parola. La Patria non c’era più da molto. Era scomparsa in un tempo ormai lontano, e al suo posto non era nato nulla”.

Come nel romanzo Patologie (Voland, 2011) la guerra è vista come inevitabile cimento virile, diretta conseguenza del peccato originario da cui nessun uomo può considerarsi esente. Da qui la polemica a distanza con Boris Pasternak, evocato nei versi di Zacharka pubblicati come ouverture al racconto conclusivo, in una sorta di rilettura postsovietica (e postmoderna) delle poesie di Jurij nel Dottor Zivago. Di fronte alla violenza bellica il ripiegamento nel privato è impossibile o, meglio, masochista, dacché, rivolgendo il pensiero ai propri affetti lontani, il soldato scopre soltanto di non avere più “il diritto di morire quando pare a lui”. Opera permeata dalla coscienza della perdita dell’innocenza come esperienza fondante dell’uomo postsovietico, Il peccato è la constatazione struggente di impossibilità plurime, prima tra tutte quella di abbandonarsi all’idealizzazione romantica della Russia rurale.

Una tentazione che pure Prilepin avverte, in quanto degno successore del “teppista” poetico Sergej Esenin, da cui ha ereditato, l’intenso lirismo, la fascinazione per i bassifondi e l’evidente simbologia religiosa. Senonché l’ex ribelle limonoviano è troppo lucido per non rendersi conto che l’erba rugiadosa e il ribes – ricorrenti simboli del proprio paese lontano nella lirica di Marina Cvetaeva, per esempio – una volta cresciuti sulla terra del nuovo impero putiniano, rappresentano solo “una finzione di patria”.

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