Sacco-e-Vanzetti

Le lettere di Sacco e Vanzetti

Sacco-e-Vanzetti

Ottantacinque anni fa, nell’agosto del 1927, Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti vennero giustiziati sulla sedia elettrica. Nel 1920, i due anarchici italiani erano stati arrestati, perché accusati di due rapine e di un duplice omicidio che non avevano commesso. Nei sette anni tra l’arresto e l’esecuzione si sviluppò un’amplissima campagna di opinione internazionale per la revisione del processo e la loro liberazione. Oggi noi sappiamo che non solo Sacco e Vanzetti erano innocenti, ma che quel processo fu un clamoroso errore giudiziario, in parte prodotto dall’isteria americana per il terrore dei radicali, unito alle paure per i “pericoli” dell’immigrazione italiana.

Sacco e Vanzetti erano entrambe le cose: immigrati italiani (Sacco pugliese di Torremaggiore, Vanzetti piemontese di Villafalletto, in provincia di Cuneo) e anarchici libertari, vicini al gruppo di Luigi Galleani. Come scrisse Salvemini “i giurati condannarono nei due accusati piuttosto due rivoluzionari che i colpevoli del reato in discussione”. Tuttavia solo nel 1977, cinquant’anni dopo l’esecuzione, il governatore del Massachusetts Michael Dukakis riabilitò completamente i due italiani, proclamando pubblicamente che quella pagina nera della storia statunitense andava rimossa.

Lorenzo Tibaldo, già autore della ricostruzione biografica “Sotto un cielo stellato. Vita e morte di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti”, ha ora raccolto per la casa editrice Claudiana tutte le lettere e gli scritti dal carcere – in gran parte inediti in Italia – dei due anarchici pugliesi. Il libro, “Nicola Sacco, Bartolomeo Vanzetti. Lettere e scritti dal carcere”, ripresenta i materiali usciti in volume negli Usa l’anno successivo all’esecuzione, con il patrocinio, tra gli altri, di Benedetto Croce, John Dewey, Théodore Dreiser, Maksim Gor’kj, Romain Rolland, Betrand Russel, H.G. Wells, Stefan Zweig.

Bastano questi nomi a delineare i confini amplissimi, al di là degli schieramenti politici e ideologici, del comitato a favore di Sacco e Vanzetti. Nata all’interno del movimento anarchico, la mobilitazione lo trascese ben presto, come ricorda John Dos Passos (autore all’epoca dell’accurato resoconto “Davanti alla sedia elettrica”) in un articolo del 1968 in appendice al volume. Probabilmente quella mobilitazione internazionale ha fatto irrompere per la prima volta nel Novecento, dopo la fine della Grande guerra, il peso dell’opinione pubblica – e il suo riprodursi tramite appelli, conferenze, manifestazioni, sit-in, pubblicazioni, articoli, libri, canzoni… Come ricorda ancora Dos Passos, allora non pochi si accorsero, da una parte e dall’altra, che queste cose possono contare più degli eserciti, e che la battaglia delle idee, soprattutto quando si accende attorno a un fatto concreto, è in grado di smuovere milioni di persone.

Ciò che emerge dalle lettere e dagli scritti dei due italiani è soprattutto un intreccio dimenticato di emigrazione e prime associazioni politiche e operaie. Quando fu arrestato, Sacco stava preparando i documenti per il rimpatrio e i bagagli per far ritorno in Italia. A differenza di Vanzetti (dei due, quello che ha scritto sicuramente di più), aveva definito conclusa la sua esperienza americana e sarebbe tornato nella sua Torremaggiore. La storia è andata da un’altra parte.

Le sue lettere e le sue note autobiografiche, redatte per la campagna di sensibilizzazione, delineano un personaggio che – al di là dell’icona – è in realtà rimasto in ombra. Sacco apparteneva a una famiglia di piccoli proprietari terrieri. Non agiata, ma neanche in miseria. Nelle sue note scrive: “La precarietà in cui si dibatte l’esistenza di ogni piccolo proprietario terriero in Italia e la curiosità ingenita in ogni adolescente, il desiderio di affrontare l’ignoto, di provare nuove sensazioni, di creare per sé e dalla sua attività e perspicacia un mondo in cui si possa reclamare il naturale diritto all’esistenza, mi spinsero nel 1908 a emigrare. L’America era indicata come la terra promessa. Molti compaesani ne dicevano mirabilia.” Allora aveva solo 17 anni: “Di idee politiche, nel lasciare il paese che mi vide nascere, credo di non averne avute, se togliete una certa passione per gli ideali che avevano avuto apostolo e agitatore melanconico Giuseppe Mazzini.”

La descrizione che fa del duro lavoro degli immigrati sotto il controllo dei “bosses” non è molto dissimile dalle storie odierne di caporalato. La scoperta della politica maturò  poco alla volta. Nel volume ci sono anche alcuni suoi articoli per un foglio dell’epoca che aveva un nome bellissimo: “L’adunata dei refrattari”. Uno di questi, “Ai rivoluzionari cristiani” spiega bene, in controluce, questo singolare intreccio di anarchismo, idee di giustizia e libertà, miserie dell’immigrazione. Ma le lettere (alla moglie, al figlio, alle persone che gli furono più vicine durante gli anni di detenzione) fanno emergere, in Sacco come del resto per Vanzetti, soprattutto il lato umano, privato, davanti alla pena di morte. E all’avvicinarsi della sua esecuzione.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
Un commento a “Le lettere di Sacco e Vanzetti”
  1. Quel film mi cambiò la vita. Avevo 15 anni ed ero costretta a casa per la varicella. Non so perché, ma noleggiai il film su Sacco e Vanzetti, lo vidi e piansi tanto. Cominciai a cambiare. Frequentavo il liceo “fascista” di Firenze, dopo quel mese di malattia decisi di trasferirmi al Machiavelli, il liceo degli “alternativi”.
    Davvero, a me la storia di Sacco e Vanzetti ha cambiato la vita, il modo di vedere il mondo.

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