Sacro-GRA_macchinine

“Sacro Gra” e la non fiction

Sacro-GRA_macchinine

(Immagine: una scena di Sacro Gra di Gianfranco Rosi.)

Sono nato a Roma. La casa in cui sono cresciuto è in un quartiere molto verde appena a ridosso delle mura aureliane, abitato in grande maggioranza da liberi professionisti e dai loro vecchi genitori – sorprendentemente quasi tutti ancora vivi – che invece lavoravano per lo stato o per gli enti.

Me ne sono andato di casa relativamente presto e, per le stesse ragioni economiche di molti miei coetanei trentenni, l’allontanamento dalla famiglia ha significato la cacciata dall’Eden in cui ero vissuto e avrei voluto continuare a vivere: grosso modo Roma compresa tra il fiume e la tangenziale est.

Dove vivo adesso, tra la Prenestina e la Casilina, più vicino al raccordo che al centro, gli immigrati comprano gli appartamenti dalle famiglie che vivono della pensione minima degli anziani. Anche gli italiani sembrano stranieri e non c’è una libreria o un cinema raggiungibili a piedi.

Il mio balcone è rivolto a ovest e guarda da una bella altezza i tramonti sul paradiso perduto

Non riesco neppure a immaginare come deve essere sul GRA, tra i casinò.

Questi pochi riferimenti autobiografici per farvi capire con che animo sono andato a vedere Sacro Gra, il documentario di Gianfranco Rosi che ha vinto il Leone d’oro a Venezia, quali grandi speranze avessi riposto nella possibilità che un film del genere potesse dare un senso nuovo e migliore alla spinta centrifuga impressa dalla crisi economica alla mia vita e riuscisse veramente a farmi voltare lo sguardo verso gli esseri umani a cui mi ostino a dare le spalle.

Di Rosi avevo già visto El sicarioRoom 164: nella stanza di un motel di Ciudad Juarez un narcotrafficante incappucciato raccontava il sistema criminale aiutandosi con un pennarello e un quadernone poggiato sulle ginocchia. Il risultato era un cortocircuito stupefacente di incanto e di simboli, come nei cartoni animati Disney in cui il libro sospeso in aria si scrive da solo in caratteri gotici sotto dettatura della voce che narra, solo questa volta di tortura e omicidi.

Ho guardato invece Sacro Gra con fatica crescente ma ne sono uscito arido e rassicurato come dopo aver visto la televisione, e per tutta la strada in macchina e poi a casa mi sono chiesto il perché.

Sacro Gra è un montaggio circolare di girato che segue alcune tra le vite ineluttabilmente incistate nel raccordo anulare. Quasi totalmente privo di colonna sonora, possiede una sobrietà anche bella e non si concede alcuna gratuità.

Nei titoli di testa passa una scritta bianca su sfondo nero che dice che il Grande Raccordo Anulare circonda Roma come un anello di Saturno. Avendo letto dell’impostazione del lavoro di Rosi – i due anni passati sul campo a contatto quotidiano con i protagonisti –  immaginavo che la sua intenzione fosse rimpicciolire l’anello o allargare il pianeta per quelli come me con la fissazione del centro; mostrare una nuova poetica dell’emarginazione intesa non più come scandalo ma come alternativa armonizzabile all’attuale stile di vita di quello che è rimasto della borghesia.

Eppure dopo la visione del documentario questo anello l’ho visto propagarsi all’infinito e farsi sempre più lontano e irraggiungibile.

Nonostante Rosi abbia dichiarato: “La mia è un po’ La grande bellezza di Sorrentino al contrario: va verso fuori, non si cura del centro di Roma”, ho avuto l’impressione che il centro fosse al contrario la premessa stessa dell’intero lavoro, una sorta di canone fantasma attraverso il quale misurare ogni volta il grado di emarginazione e di rigetto dei personaggi attraverso i parametri televisivi del grottesco e del dolore e in definitiva il luogo dove era sistemato il cavalletto: il fatto che la lente della cinepresa combaciasse perfettamente con quelle dei miei occhiali era il motivo della faticosa sensazione di distanza siderale che provavo.

Qual è più in profondità il senso dell’aver scelto di posare lo sguardo su persone simili a matrioske di miseria, persone con le stimmate del ridicolo e del deforme, persone ormai familiari da quando in televisione sono sacrificate sull’altare dell’espiazione collettiva?

Ci sono due prostitute vecchissime che vivono in roulotte; due ballerine di lapdance che nella pause mangiano un brutto panino nel retro di un bar squallidissimo; un operatore del 118 che pranza di fronte a due sconosciute su Skype e ha la madre con la demenza senile; un palmologo che abita in una casupola e cucina con il fornelletto da campeggio; un vecchio e laido attore di fotoromanzi che elargisce ambigui consigli professionali a una diciottenne a inizio carriera; un cavaliere di Malta che vive in un castello talmente kitsch da essere davvero doloroso; un vecchio anguillaro sdentato con la compagna russa sovrappeso che quasi non parla italiano; dei fedeli pronti a bruciarsi la retina pur di vedere la Madonna nel sole. C’è un condominio di cubicoli di venti metri quadri in cui vivono: un nobile decaduto con la figlia, lui è magro come uno spettro, ha la barba da pazzo e parla una lingua che non esiste più, la figlia è una normalissima ragazza ventenne che studia mentre il padre si spoglia per andare a dormire; una donna obesa che si addormenta con la televisione accesa; una famiglia di latinos con il figlio maschio che mette i dischi in una delle più tristi reunion salsere su una spianata sopra un parcheggio interrato.

In sala la gente ha riso tutto il tempo. Ho percepito una grande leggerezza intorno a me, la stessa che avevo dentro nonostante la fatica.

Come mai?

La mia risposta è che la telecamera aveva arricchito delle varie idiosincrasie borghesi la vita di quelle persone sullo schermo assegnando a ognuna di loro, a volte con una vera e propria sceneggiatura sotterranea, una piccola vergogna da dentro le mura: la casa arredata senza gusto, la moglie brutta, l’essere poco amati, vecchi, magri, sovrappeso, malati, poveri, pazzi, troppo soli. La telecamera aveva scelto deliberatamente di fare affiorare una loro supposta miseria che è in realtà la nostra proiezione della miseria, mettendo continuamente alla prova la loro dignità.

Credo che Sacro Gra in questo senso sia un film cattolico, un atto di contrizione da recitare in sala per i peccati borghesi di volta in volta espiati dai protagonisti del film come tanti olocausti; da qui tutte le risate dionisiache e i piccoli e grandi sollievi.

Forse è ingiusto ed esagerato ma mi è sembrato di aver visto un film reazionario, nel senso di disinteressato a ingaggiare chi lo guarda, a mobilitarne la capacità di attivazione emotiva ma anche politica, a scardinarne i meccanismi di rimozione, in poche parole un film che non lascia intravedere alcuna alternativa.

Quando sono arrivato alla macchina non ho pensato di guidare fino al raccordo, da cui mi separavano pochissimi chilometri, per fare pace con il luogo verso cui, causa i sempre meno soldi, forse un giorno io o i miei figli saremo respinti. Al contrario ho steso il tappetino verso ovest e ho recitato una piccola preghiera verso il dio del centro. Ho sepolto gli agnelli sacrificali lontano dagli occhi, intorno alla vera città.

Ho spesso in mente la parola preghiera da quando ho letto L’avversario di Emmanuel Carrère.

L’ultima frase dice così: “Ho pensato che scrivere questa storia non poteva essere altro che un crimine o una preghiera”. Si sta riferendo alla storia di Jean-Claude Romand, un uomo che in Francia ha ucciso tutta la sua famiglia per non dover confessare diciotto anni di bugie.

La non-fiction da un po’ di tempo ha grande successo e forse la vittoria a Venezia di Sacro Gra può essere considerata una tracimazione del genere anche nel cinema.

Ho pensato: se non solo Sacro Gra o L’avversario ma l’intero concetto di non-fiction fosse reazionario? Se non fosse altro che una preghiera o un esorcismo borghese?

E ancora più ambiziosamente: se la vera tracimazione fosse invece quella della televisione nell’arte?

Provo a spiegarmi.

Jean-Claude Romand ha ucciso moglie, figli e genitori, Carrère ricostruisce tutto con un’attenzione maniacale verso i tic borghesi come si fa nei programmi di cronaca del pomeriggio: fa elenchi di automobili, di ristoranti, conti in banca, descrive le abitudini più insignificanti della famiglia. Ne fa appunto un racconto televisivo con una morale: Jean-Claude Romand non ha saputo meritarsi tutte quelle cose. L’avversario è un racconto edificante sulla via scellerata al consumo. Jean-Claude un altro agnello sacrificale.

Parlando con chi ha letto L’avversario è venuto fuori che la reazione più comune appena chiuso il libro è promettere a se stessi di terminare gli studi, di sapersi garantire con metodo i vari status della vita da benestanti, di potersi permettere quello che si ha.

Non mi è sembrato che L’avversario mi interrogasse sul male o su qualcosa in particolare al di là del senso di colpa consumistico, almeno per me è stato impossibile durante la lettura provare compassione per i familiari uccisi, mi scuoteva molto di più apprendere che Jean-Claude, completamente a corto di soldi, noleggiava ancora le BMW e invitava l’amante nei ristornanti di lusso. Quello sì che mi sembrava davvero osceno e incomprensibile.

In sostanza mi sono accorto che non ero emotivamente coinvolto nell’aprire la porta di casa Romand come lo sarei stato se avessi aperto una porta sconosciuta, o se mi fossi trovato davanti alla possibilità o non possibilità di una porta.

Un detto tedesco recita Einmal ist keinmal ovvero ciò che è successo una volta non è mai successo, si è esaurito prima ancora di avvenire, è infecondo. La realtà è una cosa complicata che gioca brutti scherzi, è una materia invisibile che appartiene al vuoto e alla morte.

Forse raccontare un omicidio realmente accaduto o riprendere con una telecamera la vita delle persone non è un atto artistico, piuttosto è una resa della volontà, un atto di superstizione, una preghiera appunto con la quale chiediamo di essere risparmiati e che si interceda tra noi e gli avvenimenti.

E forse ho capito che questo è l’aspetto più pericoloso dello sguardo borghese sul mondo e l’origine dell’infelicità di chi se ne serve: il desiderio che ciò che cambia non ci riguardi.

Penso all’inizio di Smisurata preghiera di De André: Alta sui naufragi dai belvedere delle torri. China e distante sugli elementi del disastro.

Non vi sembra una sintesi perfetta della non-fiction?

Rocco Fischetti è nato a Roma nel 1984. È laureato in letterature straniere.
Commenti
9 Commenti a ““Sacro Gra” e la non fiction”
  1. cristiano scrive:

    se non ti è sembrato che l’avversario t’interrogasse sul male, forse hai letto un altro libro o forse accanto avevi il capitale e i li hai confusi? pezzo veramente poco sensato il tuo. peccato perché alcune osservazioni su sacro gra erano pure condivisibili.

  2. matteo scrive:

    A me non sembra poco sensato. Anche le impressioni dalla lettura di Carrère sono comunque argomentate, condivisibili o meno che siano. Il pregio di questo articolo mi pare quello di aver saputo proporre una chiave di lettura che, almeno io, non avevo considerato.

  3. Giuseppe Favi scrive:

    Ma esiste l'”autofiction”? o esistono LE “autofiction”? E la resa della volontà è un cedimento reazionario o una dolorosa, e magari stoica, presa di coscienza? Tutto questo detto in generale e non riferito strettamente a Sacro Gra, film che, secondo me, fallisce perchè scade nel macchiettismo perdendo profondità ed essendo in questo senso, come dice l’articolo, televisivo e reazionario.

  4. Giuseppe Favi scrive:

    Ho chiaramente scambiato il termine autofiction con non-fiction

  5. vis scrive:

    penso che questo articolo sia un ottimo excursus sulle reazioni, non su come deve essere letto un libro o un film, non su quale sia il modo più giusto per considerare qualcosa. mi ha fatto entrare al cinema e nelle pagine attraverso gli occhi dell’autore e mi ha fatto interrogare sulle mie, di reazioni. molto bravo, e – stranamente, per me che la pensavo diversamente – condivisibile.

  6. vanessaroghi scrive:

    a me l’adversaire non ha fatto questo effetto, Carrère non è un entomologo come lo è Rosi in Sacro Gra, si mette in gioco, si racconta, sono due prospettive assolutamente diverse. quella di Carrère è forse non fiction o auto fiction,, quella di Rosi invece non si capisce cosa è. Condivido il tuo giudizio sul film, ma il suo elemento più grande di debolezza risiede proprio in questa confusione dei generi. Non è Wiseman, non è Depardon, ma non è neanche Segre/Liberti, cioè non è osservazione ma neanche partecipazione, è lirico ma retorico, cerca una morale didascalica attraverso le parole del cercatore di punteruolo che potevamo arrivarci pure da soli, insomma non gli è riuscito si può dire serenamente. Poi sulla questione borghese non so, sono cresciuta in una famiglia contadina, abito fuori Roma, ho visto il film insieme a un pubblico di anziani nel pomeriggio, nessuno rideva tranne me ogni tanto. Però grazie del corto circuito e soprattutto del De Andrè finale.

  7. Vulfran scrive:

    Anche il neorealismo può essere interpretato come reazione borghese alla miseria, in quanto sicuramente molte persone dopo aver visto “Ladri di biciclette” o “Miracolo a Milano” avranno pensato: non voglio mai trovarmi a vivere come quegli straccioni. E del resto i “reazionari” rimproveravano al neorealismo di proporre una visione negativa della realtà, rassegnandosi al male e non proponendo esempi positivi. Reazioni contrastanti tra loro, eppure non del tutto collegate al nocciolo del neorealismo in sé: l’esistenza di certe realtà. Il fatto, quindi, che “Sacro Gra” possa essere interpretato da un ex-privilegiato come una reazione borghese alla miseria è possibilissimo, ma il punto, a mio avviso, è se il film abbia un qualche collegamento con la realtà che ha narrato. Anche dire che certe ricostruzioni ricordano metodi televisivi non mi sembra che alteri più di tanto la questione: io non ho il televisore da più di dieci anni e quindi probabilmente quando vedrò il film (che ancora non ho visto) non penserò che la rappresentazione dei “casi umani” abbia a che fare con la televisione. Se no dovrei, che so, paragonare “Medea” di Sofocle con un caso d’infanticidio narrato dal giornalista di turno.
    Sulle domande invece su cosa ci spinga a interrogarci sul male e nei nostri tentativi, in fondo, apotropaici nel rapportarci ad esso sono d’accordo.

  8. alessandra scrive:

    Veramente interessante il punto di vista sul film.
    Per dirla con Celine ci consola e ci rassicura sulla mancanza di parentela con la miseria incurabile ed innata …
    Divergo invece su quanto scritto su Carrère .
    Il disagio che la figura di Romand, così tragica e meschina ad un tempo crea, penso si possa spiegare anche per quel senso di precarietà e profonda angoscia di cui ognuno di noi può fare esperienza, prefigurandosi in una situazione in cui la sorte (anche quando non tu stesso) può farti precipitare in un abisso di paura … Ma questo non credo abbia solo a che fare banalmente con il godere dei frutti di questa opulenta società … e quindi della disperazione nella loro mancanza … quanto della possibilità di sapere che in ognuno di noi c’è potenzialmente o ci potrebbe essere una parte buia e distruttiva come quella raccontata da Carrère e agita da Romand … Una zona opaca che riusciamo normalmente a controllare ma che ogni tanto può aprirsi su squarci che non vorremmo neanche vedere …(e non necessariamente ci portano agli estremi romandiani). La reazione dei tuoi coetanei e la ripromessa di non cadere nei fatali errori del protagonista della biografia mi lascia ingenuamente neutrale… da quando la sola razionalità o volontà enunciata ci protegge dai sentimenti o dalle nostre parti distruttive? …sarebbe come negare l’esistenza dell’inconscio … Forse è solo un problema generazionale o un problema di punti di osservazione … sta di fatto che non sento di condividere questa parte della recensione.
    E, credo, per aver seguito Carrère anche negli altri suoi scritti , che il suo maggior merito sia stato quello di aver condiviso la parte buia di Romand (come di Limonov) di averla riconosciuta in se stesso e di averla affrontata … che è il solo modo per vincere i propri demoni…quindi non è forse solo un atto di superstizione … Anch’io come un altro lettore sono figlia di contadini e non mi nutro di televisione da una decina d’anni … forse sta negli occhi di chi guarda anche la capacità di vedere?

  9. Marx scrive:

    Immagino che l’autore di questo articolo disprezzi anche Pasolini e Ciprì e Maresco

Aggiungi un commento