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Beati i tempi dell’imbecille monolitico

Questa recensione è uscita su Il Sole 24 Ore. (Immagine: Siri.)

Siri è l’«assistente personale» di chi possiede un iPhone o un iPad di ultima generazione. A un comando vocale, risponde eseguendo un’azione oppure formulando un’ulteriore domanda. Nel momento in cui questo dispositivo è diventato disponibile si è chiarita la relazione che unisce oggi tecnologia e stupidità. Quest’ultima, tutt’altro che costituire – come accadeva in passato – un inciampo al funzionamento del dispositivo, sembra essere uno dei suoi interlocutori principali. La diffusione di Siri è stata infatti accompagnata da un proliferare di scherzi e di motti, molti dei quali rintracciabili su YouTube. Se Siri serve – dovrebbe servire – a risolvere problemi concreti, se dunque è stato concepito in una prospettiva funzionale, ugualmente un software come questo è nelle condizioni di rispondere a tono alle domande più inverosimili. Come se gli ideatori di Siri avessero previsto la quota di stupidità – sana, ludica, sperimentale – che si annida in ognuno di noi nell’attesa di venire alla luce.

Se quindi essere stupidi non è un limite bensì un diritto, Stupidità di Gianfranco Marrone (Bompiani) si concentra su un endoscheletro del presente chiarendo che la stoltezza, fenomeno tanto individuale quanto collettivo, è una condizione stratificata e contraddittoria: non semplicemente – come detto – un rischio, quanto un’occasione. Se usata con avvedutezza, può diventare uno strumento di conoscenza. Vale la pena allora prima di tutto storicizzarla e osservarla in prospettiva.

Marrone distingue un tempo in cui la stupidità, in quanto disgrazia di pochi, era immediatamente riconoscibile. Le strutture sociali erano molto definite e misuravano lo scarto tra imbecillità e sedicente intelligenza attraverso la figura sensibile, generata dalla comunità stessa come un capro espiatorio, dello «scemo» («dietro ogni scemo c’è un villaggio» recita il sottotitolo di Un matto di De Andrè). Stiamo parlando di Giufà; di colui il quale, inchiodato alla letteralità delle cose, davanti all’ingiunzione materna «Esci e tirati la porta», se ne va in giro per il paese trascinandosi dietro il parallelepipedo di legno. All’interno di una comunità gerarchizzata, l’incapacità metaforica fa di lui il totalmente altro.

Nel momento in cui, con la società borghese, le strutture socioeconomiche si modificano, quello che nel passato era l’involucro rigido della stupidità si fa via via sempre più poroso. Esauritasi la modernità, l’imbecillità monolitica e subito individuabile si parcellizza diluendosi in ogni elemento del contemporaneo. Alla stupidità, del tutto liberata, si accede ininterrottamente e democraticamente.

Se allora la stupidità è diacronica, nell’attraversare il tempo si rende disponibile a letture molteplici. Se per Flaubert «la stupidità consiste nel voler concludere», dunque nell’allucinazione di Bouvard e Pécuchet di poter esaurire, un manuale dopo l’altro, lo scibile umano (oppure, tout court, l’umano), per Adorno «la stupidità è una cicatrice», una zona di insensibilità che si è generata a partire da una ferita; se per Robert Musil «ogni intelligenza ha la sua stupidità», per Leonardo Sciascia «è ormai difficile incontrare un cretino che non sia intelligente e un intelligente che non sia cretino». Se, ancora, la stupidità ci appartiene – è nemica, complice, intima ed estranea, monumentale o molecolare – allora le narrazioni saranno il suo alveo. L’indagine di Marrone individua proprio nelle storie narrate lo strumento elettivo di analisi della stupidità.

Chance Giardiniere – interpretato da Peter Sellers in Oltre il giardino di Hal Ashby, tratto da Presenze di Jerzy Kosinsky – è un personaggio collocabile, attraverso una sua peculiare tonalità, nel solco di figure che vanno da Don Chisciotte al Principe Myskin, dal Murphy di Samuel Beckett all’ambizioso «cretino» di Nostra Signora dei Turchi di Carmelo Bene. Il corpo cavo di Chance, il suo carattere antigravitazionale, sfida il bisogno di senso di chi lo circonda. Ancora una volta la letteralità provoca il mondo, la stupidità apparente di uno rivela la stupidità diffusa, contagiosa, di ogni essere umano.

Infine, «La stupidità non è una cosa ma una relazione», chiarisce Marrone. La nostra stupidità, potremmo dire, ha sempre bisogno degli altri (e viceversa). Ha bisogno di quello sdoganatore artificiale di stupidità naturale che è Siri, per esempio, oppure ha bisogno di uno sguardo inaspettato. Ritrovarsi al mattino davanti alla caffettiera che esplode perché nel caricarla abbiamo dimenticato di riempirla d’acqua è un incidente; se qualche secondo dopo l’esplosione alle nostre spalle fa capolino un cane che ci guarda silenzioso, allora tutto cambia. La sola presenza dell’animale, il dialogo muto tra la sua stupidità strutturalmente impossibile e la nostra al contrario inarginabile, agisce da strumento di contrasto. Come l’asino Balthazar nel capolavoro di Robert Bresson, quello sguardo è la didascalia quieta e perentoria della nostra indistruttibile bêtise.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
3 Commenti a “Beati i tempi dell’imbecille monolitico”
  1. Armando scrive:

    Interessante, grazie.
    Mi interessa molto anche il discorso della stupidità e dell’ambizioso cretino (o dell’idiot savant?) come grimaldello per scardinare certe casseforti, spesso inconsapevolmente o, è proprio il caso di dirlo parlando di “stupidità”, irrazionalmente. Attraverso ad esempio le figure folli o giullaresche, ancora oggi molto funzionali in tal senso. E ancora oggi, per riassumere molto brevemente una teoria forse codificata da Foucault, figure capaci di scagliare un gesto, una parola che va ad infrangere certi tabu e certe morali ormai sedimentate e svuotate di reale significato. Per certe casseforti occorre, appunto, non un colpo di cannone, non una rivoluzione d’Ottobre, ma un grimaldello che sia storto, magari un po’ arrugginito, magnificamente imperfetto e imprevedibile. Che poi, in questo equilibrio si vada sempre a inserire una buona quota di schizofrenia “contemporanea” è tutt’altro discorso. Buono è lo strumento, può non esserlo altrettanto l’utilizzo che se ne fa. E del resto, la stupidità può essere qualcosa di molto simile alla filosofia, intesa in senso nietzschiano: “Un terribile materiale esplosivo di fronte a cui tutto è in pericolo, le miglia e miglia di distanza che ci sono tra il mio concetto di “filosofo” e quello che comprende ancora un Kant, per non parlare dei “ruminanti” accademici e di altri professori di filosofia”. O ancora di quel “perdersi” citato in “Umano, troppo umano”: “Una volta che ci si è ritrovati, bisogna sapersi perdere ogni tanto”. Quale modo migliore della stupidità?

  2. gloria Gaetano scrive:

    L’elogio della stupidità è divertente, ironico, e ha dato spunto ad libri divertentissimi. Attenzione a non confondere il malato mentale con lo stupido.. Lo psicotico può essere creativo, a volte un artista, come Michelanegelo, Van Gogh. V.Woolf. Lo stupido è una figura sempre presente nella commedia , Il nonsense è divertente. Ma non ci riferiamo certo a quella stupidità omologata di cui il 50/oo della popolazione si nutre e ride di un sorriso becero. Perdersi ogni tanto capita a tutti, come nel citato Umano troppo umano’. Ma Subire letture vuote , senza neanche ironia, commediole filmiche che fanno audience, questa è un’altra cosa. Qui sono elencati titoli e letture di tutto rispetto, ma oggi? Ditemi uno stupido al cinema, o nei libri che faccia ridere veramente! Io non ne trovo, perchè la cosa più difficile da creare è la vera battuta, la vera comicità, non le barzellette dei comici televisivi.più noti.Magari ci fosse un Holliwood party. Inomi fatti sono antichi e sempre attuali. Oggi ,scusatemi, non esiste più la comicità vera. ,l’ironia sottile. Uno Zelig di Woody Allen, non lo sa fare più neanche lui stesso.

  3. Flores scrive:

    Ho lavorato a un progetto di scrittura delle domande e delle risposte di sistemi di comunicazione per smartphone molto simili a Siri. C’è chi, secondo i copywriter, chiederà al suo telefono “Mi vuoi bene?”, o “Sono ingrassato”? E il telefono gli risponderà “Sì”, o “No, non mi sembra affatto”. Non è stupido, se non in un’ottica puramente razionale e ingegneristica, quella logica che di solito considera ‘stupida’ qualunque espressione prevalentemente sentimentale. A me sembra, soprattutto, molto indicativo del livello di incomunicabilità umana che abbiamo raggiunto. Il flusso di azione-reazione-nuova reazione-e così via, basato sul principio della reciprocità, creativa e spiazzante, il cuore pulsante della costruzione di relazioni umane… sembra che nessuno sia più in grado di reggerlo. Oggi tutti tendono a preferire un di gran lunga più rassicurante unilateralismo; e Siri è lì, per servirtelo su un piatto d’argento.

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