franz-kline

Aviatori navicelle e onde radio

franz-kline

Questo pezzo è uscito su IL(Immagine: Untitled, Franz Kline.)

Deja-vu (2005), il primo folgorante romanzo di Tom McCarthy, si conclude su un jet privato dirottato dal protagonista ormai al culmine della follia. L’aereo disegna senza sosta un 8 in mezzo al cielo. Sul bailamme postcomunista di Uomini nello spazio (2007) veglia la figura solitaria di un astronauta sovietico rimasto bloccato in orbita senza che nessuno, all’indomani della disgregazione dell’URSS, voglia prendersi la briga di farlo tornare indietro. A terra circola un’icona bizantina, centro focale del romanzo, dove un uomo, un santo, appare sospeso sopra un mondo dalle forme vagamente geometriche.

Non sorprende allora che in C, il libro che consacra il talento dello scrittore britannico (finalista al Booker Prize 2010), una buona parte del romanzo sia dedicata alle avventure aeronautiche del personaggio principale, Serge Carrefax. Serge diventa “osservatore” – ovvero colui che rileva, fotografa, invia comunicazioni dall’abitacolo degli aerei – durante la prima guerra mondiale. Quando vola “l’orizzonte accelera verso di lui, gli sembra di diventare immobile (…) la sensazione di essere un punto fisso in un mondo in movimento.”

Quello della visione dall’alto (fissa, separata, isolata), della mappatura, del controllo a distanza è il tema più forte e viscerale nell’opera di questo autore. Eclettica figura di studioso, artista fondatore della International Necronautical Society (“impegnata in progetti di mind-bending che dovrebbero fare con la morte quello che il Surrealismo ha fatto con il sesso”) e oggi considerato tra i più interessanti romanzieri in lingua inglese della sua generazione (classe 1969) già con Deja-vu (ripubblicato in tascabile da ISBN il 17 aprile), McCarthy si presentava come un maestro di trame sofisticate, filosofiche, ossessionate dal problema della complessità.

In quel libro un uomo, dopo essere stato colpito in testa da un oggetto piovuto dal cielo (ancora il cielo) e avere perso la memoria, gratificato da un misterioso indennizzo milionario offertogli dallo “Stato” in cambio del silenzio su quanto accaduto (ma cosa è accaduto? cos’è caduto?), spende tutti i suoi soldi nella riproduzione calligrafica in scala reale di eventi che tornano a visitarlo periodicamente dal suo passato lacunoso. Per farlo, acquista o affitta interi pezzi di città e piazza attori a recitare scene in loop per poi muoversi dentro grandi simulacri di vita vissuta e ricavarne un senso di pace e di “autenticità” (sic). Per definire le sue “reinterpretazioni” si fa costruire dei plastici, osservandoli e manipolandoli dall’alto come un Cristo Pantocratore. Deja-vu assomiglia moltissimo a uno dei libri più ossessivi e spiazzanti del secolo scorso: Cosmo, di Gombrowicz. E quasi certamente l’autore di questo romanzo sulla simulazione deve qualcosa a La vita istruzioni per l’uso di Georges Perec e all‘Invenzione di Morel di Bioy Casares.

Uomini nello spazio, il secondo romanzo di McCarthy, è un lungo racconto corale ambientato a Praga (dove l’autore ha vissuto alcuni anni) nel 1992, appena prima della divisione della Cecoslovacchia. Narra le avventure di giovani scapestrati personaggi underground trascinati dal flusso della storia in un groviglio umano dove piacerà calarsi a chi ha apprezzato i Detective Selvaggi di Bolaño. La fine dell’URSS, il passaggio di testimone dei regimi e la confusione, le zone di sovrapposizione o di vuoto di competenze che ne derivano, generano un roccambolesco “romanzo sulla sconnessione” (definizione dello stesso McCarthy) da cui solo l’ascensione mistica dell’icona, o il suo surrogato tecnologico (la navicella spaziale), sembrano offrire una possibilità di fuga.

Quanto a C, immergendosi nelle bucoliche atmosfere primo-novecentesche della prima parte, nella villa famigliare del padre Carrefax, scienziato e oralista (una tecnica d’insegnamento della lingua parlata ai sordomuti), tra le appassionate ricerche naturalistiche della sorella maggiore di Serge, o quelle radioamatoriali dello stesso giovane protagonista, un lettore ingenuo potrebbe pensare di trovarsi davanti a un esemplare vintage di romanzo ottocentesco, un decor antiquario da neoclassicismo tardo-vittoriano, una bella storia alla Dickens magari, senza neppure immaginare di stare lentamente penetrando il labirintico ordine mentale di uno degli scrittori più eccentrici e sperimentali degli ultimi anni.

La storia è scomponibile in almeno tre diverse parti che scandiscono altrettanti periodi della vita del protagonista: dopo l’incipit bucolico-vittoriano il romanzo diventa bellico, e si conclude esotico. La sezione più suggestiva è quella dei voli del protagonista sul fronte tedesco. Serge attraversa la guerra con un fanatismo che non ha nulla di patriottico: solca i cieli dopo avere assunto diacetilmorfina e le sue visioni sono una via di mezzo tra l’aeropittura futurista e le allucinazioni lisergiche di Burroughs o Thompson. Spedito infine in Egitto a cercare un luogo adatto per l’installazione di un grande “pilone” (figura totemica che si ripresenta in mille fogge nel corso della narrazione), Serge s’imbatte in scavi archeologici sotterranei che lo precipitano nello spessore di una temporalità confusa e ingovernabile, l’esatto contrario della piattezza superficiale, del senso di controllo panoramico che offriva la visione dall’alto, a lui come al folle protagonista di Deja-vu o allo sperduto astronauta sovietico.

L’aggettivo “postmoderno”, se il termine non suonasse già vagamente fuori corso, calzerebbe perfettamente allo stile di McCarthy. Qualcuno ha persino pensato di paragonarlo a Pynchon. Un Pynchon inglese e meno oltranzista, più ironico, ma altrettanto fedele ai propri temi, altrettanto abile nel tessere una fitta rete di rimandi tra libri dall’aspetto diversissimo, uniti dalla stessa “formicolante” (parola che torna con insistenza in ognuna delle tre opere) eccitazione mentale. Come con i romanzi dello scrittore americano il rischio, naturalmente, è quello di surriscaldare il cervello. E il gusto, quello di perdersi.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
Un commento a “Aviatori navicelle e onde radio”
  1. vincenzo scrive:

    Pensavo di mettere il vostro logo sul nostro sito con il vostro link per dar modo ai nostri visitatori di conoscere il vostro blog. Cosa ne pensi?

Aggiungi un commento