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Libri che rischiano di sparire (appena nati). Il secondo romanzo di Veronica Raimo

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Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Henri Cartier Bresson.)

Anche se sempre più rari sembrano i romanzieri capaci di realizzare personaggi incisivi, vivi, a tutto tondo, personaggi con cui continuare a dialogare a libro chiuso (personaggi-uomo, diceva un critico famoso del secolo scorso), il pubblico continua a esserne avido, come dimostra il successo delle serie tv americane dove gli autori hanno tutto il tempo e l’agio di cesellare una complessa fisionomia morale (vedi un Don Draper, o un Walter White). C’è da rallegrarsi quando qualcosa del genere accade in un libro, specie se italiano. Quando l’imperativo della trama cede alla profondità del carattere ed è il personaggio a determinare lo sviluppo dell’azione, non viceversa, come spesso succede. È il caso di Tutte le feste di domani, il secondo romanzo di Veronica Raimo.

Di umili origini abruzzesi, Alberta è una avvenente e brillante studentessa di filosofia che dopo avere sperimentato la vita promiscua in una comune degli anni settanta seduce e infine sposa un giovane professore universitario romano, di famiglia ricca. Mantenuta, disoccupata, viziata, Alberta non si accontenta della promozione sociale, un residuo rancore di classe avvelena il suo matrimonio e, maestra nel costruirsi alibi di ogni genere e specie, adotta il tradimento come compendio e rimedio provvisorio alla sua infelicità. Romanzo tradizionalmente borghese, o dell’ambizione borghese, Tutte le feste di domani rispolvera ricordi di Moravia (del migliore Moravia) e di Antonioni (entrambi evocati con molta circospezione da Alberta). L’intreccio è essenziale, a tratti persino stereotipato – dal cimitero di Yonville Emma Bovary osserva la sua discendente con un sorriso di benevola compassione – ma la scrittrice mantiene un rapporto sempre consapevole con i modelli e i cliché narrativi e il risultato è un personaggio di chiaro spessore letterario.

Anima dannata, incarnazione dell’individuo moderno spasmodicamente teso verso una felicità impossibile, immerso in un vitalismo sull’orlo della disfatta, in una sfrontata e infantile ostinazione a pretendere l’assoluto senza mai scendere a compromessi, Alberta è anche una proiezione narrativa dei vizi e delle virtù di una pericolante classe media esplosa negli ultimi decenni del secolo passato (il libro si svolge quasi interamente tra gli anni ottanta e novanta), carica di titoli di studio, pretese di benessere e disturbi dell’umore. Maestra dell’intrigo, qualcuno nel libro la definisce «soltanto una stronza»: di certo è un personaggio che non lascia in pace la nostra coscienza morale. Comunque si voglia considerarla, Raimo concentra i tratti della sua eroina in duecento pagine che sono una sintesi di ruvida umanità, un romanzo psicologico di forte impatto e un saggio di scrittura stilisticamente raffinata e sempre ammirevolmente equilibrata. Insomma un libro degnissimo di nota.

Un libro che se fosse stato scritto da un romanziere americano specializzato in epica della quotidianità e dilemmi borghesi come Franzen, per esempio (o come Roth, per guardare più in alto), sarebbe probabilmente incensato a piene mani da critici e lettori. Eppure su questo romanzo, ad oggi, si è detto poco o nulla. Quasi nessuno ne ha parlato. La ragione di questo silenzio non è poi così misteriosa. I grandi editori, devoti alla legge dei grandi numeri, licenziano libri distrattamente senza curarsi troppo del loro destino, augurandosi che dal mare di pubblicazioni venga fuori un nuovo Giordano. Per varie ragioni la critica ha perso la sua capacità di orientamento: di fronte al troppo pieno del mercato domina la cooptazione amicale o una comunicazione sbrigativa e ipertrofica.

Il campo letterario-editoriale sembra in balia del caso. Saviano ha venduto milioni di copie con un libro anomalo come Gomorra, il lettore comune vaga confuso tra pilastri di narrativa spicciola spacciata per capolavoro, e lo “specialista” non può fare molto di più. A meno di non credere in una leibniziana predestinazione per il meglio, pare difficile immaginare che comunque, in un modo o nell’altro, un giorno la qualità emergerà da sola. Il vecchio canone potrebbe fare la fine dei panda e il mercato, più che a una semplice selva selvaggia assomiglia a quella di Jurassic park: una selezione darwiniana in una giungla di creature geneticamente modificate. Chi ammazzerà chi, è una questione che riguarda giochi troppi distanti e oscuri per gli umili appassionati di letteratura. Ma Tutte le feste di domani ci ricorda che in Italia esiste anche una narrativa di valore, nascosta da qualche parte, in attesa dei suoi lettori.

Carlo Mazza Galanti è nato a Genova nel 1977. Ha lavorato in Francia come ricercatore universitario prima di tornare in Italia, a Roma, dove vive e lavora. Scrive su diversi giornali e riviste, in particolare Alias, il manifesto, D di Repubblica, lo Straniero, Nuovi Argomenti, Orwell. Traduce romanzi dal francese.
Commenti
29 Commenti a “Libri che rischiano di sparire (appena nati). Il secondo romanzo di Veronica Raimo”
  1. Andrea Capocci scrive:

    Carlo, non hai nominato la parola chiave del fenomeno che denunci: “Rizzoli”.

  2. Carlo Mazza Galanti scrive:

    Non ho specificato perché la questione non mi sembra un’esclusiva di Rizzoli. La politica editoriale di Mondadori rispetto alla narrativa italiana non mi pare molto diversa, ad esempio.

  3. sandra scrive:

    Viene in mente il caso de L’eta’ della gioia – di Goliarda Sapienza – un successo nelle sue traduzioni in francese e tedesco – ignorato da tutti in Italia fino a pochi anni fa…in Italia non impareremo mai dai nostri errori…

  4. Antonino Bondì scrive:

    come mai, Gentile Andrea Capocci, scrivi che “Rizzoli” sia la parola chiave del fenomeno?
    Mancando un po’ dall’Italia, non seguo in effetti la politica editoriale di Rizzoli. Vorrei saperne di più.
    Avevo anche perso il libro della Raimo. Dopo la lettura dell’articolo provvederò.
    grazie
    AB

  5. Giul scrive:

    non è parente vero?

  6. silvia scrive:

    certo che è parente.
    sorella.
    c’è bisogno di dire altro?

  7. gianni a. scrive:

    se è un libro così bello e importante nel panorama italiano attuale (non l’ho letto ma mi fido del vostro parere), perché voi stessi ne arrivate a scrivere sei mesi dopo l’uscita? perché è passato così sotto silenzio? perché i recensori e i critici non ne hanno scritto? possibile che sia colpa soltanto della casa editrice, qualunque essa sia?

    e poi: dire che l’editoria è in balia del caso non è estremamente qualunquista e generalizzante?

  8. gianni a. scrive:

    sono molto d’accordo con questa affermazione di Errico Buonanno: “Non basta insomma la recensione entusiastica, non bastano le presentazioni, non basta neanche una polemica tra “addetti al settore”. Un libro diventa un bestseller quando riesce a imporsi in un ambito non letterario, usando una cassa di risonanza non letteraria, e diventando così quell’unico libro (o uno dei due o tre) che le persone che abitudinariamente non leggono decidono di acquistare in libreria all’interno di quell’anno. Può succedere attraverso la promozione del personaggio-autore, può succedere con il famoso tam-tam; succede in genere per ragioni del tutto indipendenti dalla qualità del libro, che può essere molto alta (Open) o molto bassa (gli esempi sono inutili).”

  9. Gianluca scrive:

    Ecco, un articolo come questo, mi fa dubitare un pò anche di voi nonostante vi segua con molto interesse.

  10. Giul scrive:

    Ah.
    Non sono un fanatico. Posso anche supporre che Dio, o chi per lui, abbia deciso di donare qualità e intelligenza a tutti i componenti di una famiglia, ma siccome che qui ci scrive molto, sarebbe bello venisse indicato no? La stessa trasparenza per cui “le case editrici non”, si dovrebbe per primi praticare.

  11. gianni a. scrive:

    ma il libro sarà pure bello, non voglio dubitare di questo. il fatto è, appunto, come dice Buonanno, che se il libro rimane un prodotto interno alla cricca, è difficile che incontri i lettori.

  12. Giorgio scrive:

    Il libro è veramente ben scritto, con un personaggio che rimane nell’immaginario, forse ispirato a tante donne fin troppo note di quel periodo 80-90. Sul contenuto però ho varie remore, lo trovo troppo legato ai cliché di cui parla CMG, con una tematica già affrontata molte volte su tradimento, falsità borghese, arrivismo. Magari lo pensano in molti e per questo non s’impone?
    Comunque, è sempre migliore di tanta spazzatura prodotta e promossa, quindi meritevole di non sparire e di essere letto.

  13. giovanni scrive:

    “il lettore comune vaga confuso tra pilastri di narrativa spicciola spacciata per capolavoro, e lo “specialista” non può fare molto di più” ….. seeee vabbé, ciao

  14. Christian Raimo scrive:

    Intervengo malvolentieri sulla piccola polemica della parentela, che credo dica molto di più su chi la solleva che su chi chiama in causa.
    Sia io che mia sorella scriviamo. Per fortuna ci stimiamo, ma non è questo il punto.
    Nessuno dei due parla dei libri dell’altro se non in privato, per ovvio pudore o imbarazzo. Un pudore e un imbarazzo molto difficile da parte mia, perché avendo un po’ di esperienza nell’editoria, considero “Tutte le feste di domani” uno dei due tre libri italiani migliori usciti quest’anno. E mi dispiace molto non potere articolare il giudizio né prendere questo romanzo ad esempio di una quasiresa senza condizioni degli editori nella proposta editoriale della narrativa italiana.
    Ancora di più mi dispiace la strategia dissennata che Rizzoli ha deciso di avere con il libro di mia sorella. In genere non risparmio polemiche argomentate a certe scelte editoriali, ma in questo caso non mi sembrava opportuno.
    Questo solo m’interessava dire nel merito dei commenti di questo post che mi chiamano indirettamente in causa.
    Che mi piacerebbe che chi giudicasse bene o male il libro di Veronica Raimo come qualunque altro libro/film/disco etc…, lo facesse (come ha fatto qui CM Galanti per es.) portando delle argomentazioni non dei giudizi liquidatori.
    Abbiamo cercato di creare in questo sito un contesto di libertà e di possibilità dialettica tale da eliminare le forme di mera promozione, di censura, o di malevolenza.

  15. Antonino Bondì scrive:

    non infilandomi nella polemica parentale, che mi pare stucchevole, riformulo la domanda di poc’anzi e la richiesta d’informazioni anche a Raimo sulla politica editoriale di rizzoli, che m’incuriosisce; se ci fossero dei link dove potessi avere informazioni te (ve) ne sarei grato. scusate l’insistenza. salve.

  16. Christian Raimo scrive:

    Rizzoli ha inaugurato negli ultimi anni molte collane e affossandole dopo poco tempo: da Sintonie a 24/7 a Controtempo, non riuscendo secondo me a mettere insieme la produzione di qualità con la produzione più commerciale, come per esempio capita in Stile Libero. Autori come Moresco o Babsi Jones o Marco Mancassola o Enrico Buonanno per fare degli esempi estesi nel tempo ne risultano penalizzati proprio per la loro specificità autoriale. Non so dirti dei link più specifici sul tema.

  17. Simone Nebbia scrive:

    Ah però! Appena visto l’articolo sono entrato per vedere a che punto la maestrina di turno sarebbe intervenuta per bacchettare la parentela… che perspicacia! Poi ho letto l’articolo e segnala un libro che non conoscevo, di un’autrice che forse merita attenzione prima come tale che come sorella di. Poi insomma, Raimo è abbastanza noto, si butta in mezzo a mille cose e ci impegna tanto tempo: secondo chi tira fuori il cartellino giallo non se n’è accorto che è la sorella? Eppure sono grandi tutti e due… E allora perché secondo voi l’ha fatto? Incazzatevi sui contenuti almeno, l’insinuazione sta distruggendo sto paese quanto il clientelismo. Leggetevi sto libro e poi parlate. Magari vi farà orrore e anche a me. Però mi sentirò di parlarne, magari male, ma almeno con cognizione di causa… insomma, complimenti al sito per il coraggio di buttare in mezzo questa recensione. SN

  18. Carlo Mazza Galanti scrive:

    Pur seguendo con una discreta attenzione le uscite italiane sono arrivato al libro di Veronica Raimo quasi casualmente, mesi dopo la pubblicazione (non sei, come dice gianni a.: ho consegnato il pezzo al manifesto a luglio), forse condizionato dalla scarsa risonanza che il libro ha avuto tra gli addetti ai lavori, forse anche da un giudizio pesantemente liquidatorio di Marco Parente, che consideravo (nonostante tutto) critico intelligente anche se umorale e non credevo capace di sparare a zero su un romanzo oggettivamente interessante. Mi sbagliavo. Non mi spingerei fino a definire “Tutte le feste di domani” uno dei tre migliori libri italiani usciti quest’anno semplicemente perché ne escono così tanti che mi è impossibile avere un quadro chiaro e completo della situazione. Quello che dice Buonanno è senza dubbio condivisibile se parliamo di best-seller (come infatti lui fa). Se parliamo di romanzi che possono rivolgersi a una fetta di lettori più piccola, ma non irrilevante, il discorso cambia. Un editore che pubblica 50 romanzi italiani all’anno, inserendo nella stessa collana romanzi di entità e valore molto diverso, soprattutto spendendo il grosso delle proprie energie nella ricerca (o nella creazione) del best-seller, non credo sia il più adatto a favorire la formazione di un pubblico diciamo medio (tra quello di nicchia e quello di massa). La critica si trova di fronte a problemi conseguenti, complicati da mille fattori che qui come sopra sarebbe troppo lungo analizzare. C’è chi prova a fare qualcosa di diverso. Le classifiche Dedalus, per esempio, hanno cercato e cercano di realizzare un lavoro di scelta e orientamento di qualità ma anche in quel caso, di fronte al numero di libri pubblicati, la selezione è inevitabilmente viziata da logiche di prossimità, quello che ho chiamato “cooptazione”. I libri del mese e dell’anno di Fahrenheit mi sembrano un (più riuscito) sforzo in questa direzione. Ma sfuggono molti libri validi. Con questo articolo volevo semplicemente richiamare l’attenzione su uno di questi. Sicuramente ce ne sono altri.
    Antonino Bondì: non conosco siti dedicati unicamente all’analisi del mercato editoriale, in cartaceo c’è “Tirature” che di solito contiene degli interventi precisi e interessanti. http://www.fondazionemondadori.it/cms/culturaeditoriale/207/tirature

  19. Carlo Mazza Galanti scrive:

    scusate: Massimiliano Parente (Marco Parente è un bravo musicista…)

  20. Giul scrive:

    Ma non capisco perché bisogna inalberarsi, “fare le fighette” (mi si perdoni la semplificazione: “intervengo malvolentieri” “piccola polemica”) e sputare acrimonia su chi, sapendo come funziona il mondo e questo paese, giustamente, visto che non è che può scendere in libreria per comprare questo librii leggerlo e commentarlo qui in un paio d’ore, ritiene un fattore abbastanza fondamentale il fatto che, si parli della sorella di uno degli autori più presenti sul sito. Sono stupito, perché non è cosa da poco. A forza di purezze morali si mandano avanti articoli da mesi e ritengo che un poco di coerenza (no non pubblicare questo articolo) non sarebbe guastata. Anche perché si è chiesto chiarimenti, non si è detto: farà schifo, è la solita storia etc. Per cui sono davvero poveri gli inviti a “leggere prima”, come fossimo tutti piccoli grillini invidiosi. Nessuno ha giudicato il libro, solo la scelta di gettare qui questo articolo, come non si parlasse della sorella di Raimo, ma di una qualunque. Punto.

  21. Carlo Mazza Galanti scrive:

    Giul, Veronica Raimo ha già pubblicato un romanzo (apprezzato da molti), ha scritto la sceneggiatura dell’ultimo film di Bellocchio, collabora con varie testate come giornalista culturale. Ha una sua autonomia e credibilità che in teoria dovrebbe escluderla da certi sospetti. Comunque capisco la tua obiezione: siamo il paese del “familismo amorale” e siamo giustamente paranoici rispetto a questo tipo di cose. Se non conosci quello che ha fatto Veronica Raimo, se non hai nessuna opinione in merito alla sua opera, sei libero/a di dare o meno fiducia all’autore dell’articolo (a me) o a minima&moralia giudicando l’onestà morale e intellettuale mia o del sito in generale da quello che fino ad oggi ho/abbiamo pubblicato.

  22. Lucia scrive:

    Credo che il cognome di Veronica Raimo, non solo non abbia favorito, ma abbia condizionato negativamente la potenziale fortuna del libro.

    Però capisco le accuse di nepotismo, in un paese mal-educato da Striscia la Notizia. E poi con un critico che si chiama Parente…
    Però (2) Veronica Raimo è troppo bella per essere pure una brava scrittrice. Eccheccavolo.

  23. Premio Rocco Papaleo scrive:

    Comunichiamo ufficialmente agli interessati che quest’articolo è stato selezionato per il Premio Rocco Papaleo 2013, il cui vincitore sarà annunciato a dicembre.

  24. Gianluca scrive:

    Sono apprezzate le risposte che vogliono fugare i dubbi anziché contestare chi li solleva.

    I sospetti sono legittimi perché siamo in Italia, non perché mal-educati da Striscia la Notizia . Di chi li solleva dicono che ci va con i piedi di piombo anche su un gran bel sito come il vostro. Non esiste la fiducia incondizionata se parliamo di cose italiane.
    Tutto qua.

  25. Lucia scrive:

    Gianlu’, a parte che l’onere della prova è a carico dell’accusa, a parte la presunzione d’innocenza fino a prova contraria, a parte tutto: ‘sto libro è uscito a fine aprile, e qui hanno pubblicato un articolo ADESSO, e nemmeno un articolo loro, ma un pezzo uscito sul Manifesto (giornale che da quando l’online è a pagamento non lo legge più nemmeno chi ci scrive). E si sa che “ormai” la fortuna di un libro si gioca nei primi giorni o settimane e poi gli astuti librai li inguattano dietro i bestseller, i libri di cucina e le Novità.

    Se clicchi sul pratico link “Veronica Raimo” in calce all’articolo, appaiono ben 3 pezzi che la riguardano, il più recente di 1 anno fa: ansai che scialo.

    Siccome “siamo in Italia”, e siccome “parliamo di cose italiane”, ti ricordo le parole di un italiano: “La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”.

  26. LM scrive:

    Il punto non è la parentela (che palle!): erano fratelli anche i Savinio (anche se è mia opinione che gli entusiasmi di Christian Raimo sono francamente fuori luogo). Il punto è che secondo voialtri i libri importanti dovrebbero avere immediata risulta economica…. Invece, secondo me, se sono libri di qualità è normalissimo che non siano in sintonia con i gusti del pubblico, specie il pubblico italiano… Quello che non è normale è l’inesistenza di un qualunque canale di conservazione e sedimentazione di opere durature; mi fa quasi pensare che nessuno creda davvero ci siano in giro opere durature (e probabilmente non ce ne sono, a parte quella di Walter Siti ed Emanuele Trevi).

  27. Secondo me, un conto sono le opere letterarie un conto le opere di qualità. Siti (senza se e senza ma) è uno scrittore di opere letterarie, Trevi di opere di qualità. La differenza è enorme. Il primo è un artista, l’altro no (o non ancora, dipende da lui).
    Il canale di conservazione di cui parla Larry in realtà ci sarebbe già, altrimenti com’è possibile che noi abbiamo degli autori contemporanei come Celati, Busi, Siti, o anche Bolano, Vila-Matas e altri che già in questo momento percepiamo come dei classici? Questo canale, più che altro, ogni tanto s’inceppa, questo è il problema, segando la testa ad alcuni e promuovendone altri. Se per esempio un giorno dovessi ritrovarmi in libreria (virtuale o carnale, poco importa ora) per le mani dieci copie di Qualcosa di scritto (la più intelligente opera di qualità degli ultimi anni) e manco mezza copia di un libro di poesie di Luigi Di Ruscio mbè allora mi girerebbero parecchio. Così come mi girano parecchio che debbo fare i salti mortali per trovare alcuni film di Ferreri o di Citti. Cioè, chi decide chi entra nel canale e chi no? Chi beneficia di questo salvacondotto per l’aldilà e chi no? Perché? Dipende dal pubblico, dagli addetti ai lavori, dipende forse dagli appoggi istituzionali, di qualsivoglia istituzione, da come si amministra il talento?
    Sul fatto invece che la qualità in Italia non paga, principalmente col parco lettori che c’abbiamo, sono in totale accordo. Ma penso pure che la giovanissima Veronica Raimo possa anche guardare il bicchiere mezzo pieno, non è forse più favorevole alla sua crescita artistica qualche piccola delusione di mercato (ha pur sempre pubblicato con Rizzoli) che l’immediato successo? Non avete imparato niente da Saviano?

  28. laura scrive:

    Non ho letto e seguito tutti i commenti, ma definire il romanzo della Raimo uno dei piú belli pubblicati di recente e addirittura paragonarlo a Moravia , mi sembra davvero esagerato. Al di lá del fatto che a me il libro non é piaciuto ( l ´ho treovato asfissiantee superficiale nellos tesso tempo), né per come é scritto, ( lo sentivo a ogni riga che per la Raimo scrivere questo romanzo é stata una grande fatica- sembra lo abbia scritto controvoglia), né la trama, piena di cliché sviluppati poco e, a mio modesto parere, male. Inoltre reputo sia da “codardi” incolpare la politica editoriale ( di cui so poco e nulla), se un libro non viene né letto, né piú di tanto preso in considerazione dagli addetti ai lavori. Ha qualcosa di spocchioso: é come dire: il lettore non l´ha letto o apprezzato perché non all´altezza dell´ opera e non perché da lettore attento non perdona facilmente.

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