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Il Pinocchio al contrario di Teresa Ciabatti

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(Immagine: un dettaglio della copertina di Tuttissanti di Teresa Ciabatti.)

di Francesca Serafini

Circostanza insolita riguardo a libri non appartenenti al genere giallo, quelli di Teresa Ciabatti espongono il recensore al rischio spoiler (la iattura in cui incorre il lettore in quei testi che commentando film o serie televisive ne svelano dettagli decisivi della trama, rovinando il godimento nella fruizione diretta), perché tra le virtù di questa autrice c’è senz’altro l’abilità di manipolare la materia narrativa in modo che ci sia sempre qualcosa da scoprire. Ciabatti ha una presenza nel testo da giallista: dosa le informazioni, le frammenta disseminandole in una serie di rimandi e tasselli aggiuntivi che a volte nel corso della narrazione – cambiando di segno le acquisizioni precedenti – le mettono in discussione, in continui spiazzamenti. Il risultato è che un recensore intenzionato da un lato a valorizzare questo aspetto della sua scrittura col sostegno di esempi imprescindibili e dall’altro rispettoso di chi non ha ancora letto il libro si trova a mancare, in un senso o nell’altro, nell’esercizio della sua funzione (in quanti, tra gli interessati, apprezzerebbero se svelassi a che tipo di gerarchia allude il sibillino «Non sarà il primo, sarà il quinto» riferito a Christian e lasciato in sospeso nell’incipit del libro? E del resto, senza svelare i dettagli in proposito, non resta forse aleatorio l’apprezzamento – perché è di questo che si tratta: visto che la letteratura ha tra i suoi obiettivi quello di intrattenere – che invece sempre dovrebbe essere sostenuto dalle prove e a maggior ragione quando, come avviene spesso e anche in questo caso, recensore e autore si conoscono personalmente? Ma tant’è).

Meglio allora concentrarsi su quello che si vede già – la copertina – che in questo caso introduce perfettamente l’universo romanzesco contenuto nel libro (racconto lungo? Romanzo breve? Stabilire il limite quantitativo che segna il passaggio da un’etichetta all’altra, anche questo, è un piccolo giallo, ammesso che sia davvero utile stabilirne la natura).

Intanto il titolo. Tuttissanti non esiste in italiano. È un’univerbazione creata ad hoc con relativo raddoppiamento (quasi impronunciabile) ricalcato su Ognissanti. C’è quindi già uno slittamento, una contraffazione: una finzione linguistica che suggerisce un altro tipo di santità rispetto a quella celebrata il 1° novembre.

Poi c’è il Ken Re-paint dell’illustrazione, che è la finzione di una finzione (la riproduzione, a sua volta contraffatta, di un uomo). Le soglie del testo sembrano dirci, insomma, che tutto quello che si troverà all’interno è finto: niente è realtà, ma tutto è reality (uno dei casi in cui l’accoglimento di un anglicismo si rende funzionale, valorizzando le diverse sfumature nel significato con il vocabolo autoctono), come gli show a cui fa partecipare i ragazzi della sua scuderia Luciano (detto Lucio) Lualdi, l’agente televisivo protagonista della storia. Il mestiere stesso di Lucio è quello di fingere se al termine restituiamo uno dei suoi primi significati in latino: e cioè ‘plasmare’. Lucio prima plasma infatti i corpi dei suoi ragazzi in modo che siano tutti uguali – c’è in questo un’ossessione seriale: tutti hanno i muscoli scolpiti in palestra, tutti sono depilati e perennemente abbronzati, a tutti Lucio impone dieta e rigore nei confronti dell’alcol e delle droghe (una delle differenze con “i ragazzi di vita” dei romanzi di Walter Siti, che pure nella realtà a cui attinge l’autore si ispirano a quel modello estetico metrosexual); e le qualità fisiche sono le uniche in grado di condizionare le sue scelte – e poi anche i loro destini, sapendo perfettamente fin dalla volta in cui “li accoglie nel suo regno” quali saranno le tappe della loro parabola nel mondo della tv: compreso il fatto che una parabola, per sua natura geometrica, quale che sia il vertice che riesce a toccare, si conclude alla stessa altezza da cui era partita.

Ora, restando per qualche istante ancora sulla copertina, il lucido che compare sul torace di Ken fa pensare alle lozioni inventate nel secondo Ottocento da Wilhelm Von Gloeden. Chiunque sia stato almeno una volta a Taormina sa di chi si tratta, perché ancora fino a qualche tempo fa il Barone originario di Weimar veniva ricordato come una delle presenze straniere più illustri e significative nella cittadina siciliana. Avendo la disponibilità economica per farlo, Von Gloeden, malato di tubercolosi, si trasferisce nell’isola per combattere la malattia con la vicinanza al mare. E intanto però apre la sua villa a tutti i giovanetti locali, che molto presto fa diventare il soggetto privilegiato di quella che inizialmente è solo una passione – la fotografia – e che presto diventa un’attività professionale vera e propria e di grande successo, soprattutto quando – oliati con gli unguenti creati appunto dallo stesso Von Gloeden, alla ricerca dei giusti giochi di luce – i giovani vengono ritratti nudi, immersi nelle rovine della Magna Grecia. In poco tempo i suoi scatti circolano in tutti gli ambienti europei che contano, e Taormina diventa meta di viaggio per artisti e esponenti facoltosi della borghesia e della nobiltà (da Oscar Wilde a Richard Strauss, da Friedrich Alfred Krupp allo stesso imperatore di Germania Guglielmo II), in quello che solo in anni recenti – è del 2012 il libro I ragazzi di Von Gloeden dell’antropologo Mario Bolognari che porta allo scoperto il rimosso di questa vicenda – è stato riconosciuto come vero e proprio turismo sessuale. A lungo, infatti, le attività che si svolgevano nella villa sono state coperte da omertà, anche grazie alla connivenza di Taormina la cui economia, proprio in virtù di questa “attrattiva”, si era rilanciata, e non solo a beneficio delle famiglie dei ragazzi (le cui vicende rimandano a certi pietosi episodi della cronaca italiana recente).

Di là dal “lucido” in copertina che ha avviato l’intermittenza, ci sono diverse analogie tra Von Gloeden e Lucio Lualdi: sostituendo alla rovine siciliane il kitsch della villa sarda, entrambi attraggono i ragazzi come “salvatori” ed entrambi ne sfruttano i corpi e la bellezza cambiandone i destini; tutti e due ugualmente consapevoli e incuranti dei contraccolpi a cui saranno esposti i loro “apostoli” una volta cacciati dal «paese dei balocchi». È in questo modo che ha definito Giuditta (si firma senza cognome) il mondo di Lucio nel blog libri.tempoxme.it. A pensarci, il riferimento a Collodi si presta ad essere ancora più esteso, fornendo una chiave di lettura per il libro nella sua interezza. Perché si tratta, effettivamente, di un Pinocchio al contrario, in cui sono i bambini a essere trasformati in burattini, destinati quindi a essere bruciati. Non c’è possibilità di riscatto o di redenzione per loro, perché in Tuttissanti la figura di Geppetto e quella di Mangiafuoco confluiscono nello stesso personaggio che è Lucio. E anche lui, come Geppetto, finirà nel ventre della Balena, che nell’universo di Ciabatti è rappresentata dalla tv. Lucio, in effetti, sempre lucido e presente a sé stesso, anche quando i suoi ragazzi si trovano in circostanze difficili, ha il suo unico cedimento emotivo quando viene a sapere, proprio attraverso la tv, dell’incidente capitato a un ragazzo di un’altra agenzia: come se le emozioni vere fossero quelle veicolate dall’unica realtà possibile della tv.

Il tema non è nuovo: Matteo Garrone – che per un po’ aveva inseguito l’idea di fare un film su Fabrizio Corona – ha realizzato Reality; e in letteratura già Alessandro De Roma nel romanzo Quando tutto tace del 2011 aveva posto la stessa materia al centro della sua trattazione (il suo Nello Bruni, prima depresso per essere ridotto alle televendite dopo una carriera di cantante di grande successo, trova il modo di riciclarsi proprio nel mestiere di Lucio Lualdi). C’è però – restando al parallelo letterario – una differenza tra le due opere, al netto di qualunque giudizio di valore. De Roma infatti sente il bisogno di prendere le distanze dall’universo che ritrae, inserendo nel romanzo una sovrastruttura metaletteraria in cui i personaggi si ribellano e l’autore è costretto a uscire allo scoperto.

Teresa Ciabatti invece resta dentro e al commento – al giudizio – preferisce la messa in scena, e solo in quella direzione – proprio nel dosaggio delle informazioni di cui si è già detto – usa le tecniche e gli espedienti messi a disposizione dalla letteratura, arrivando a mettere a punto un meccanismo a orologeria che è il vero elemento identitario della sua narrativa. Questo non significa che non prenda posizione: a leggere attentamente, certi dettagli ironici denunciano l’altezza da cui descrive il suo mondo (come nella parentesi in cui si annida la protesta paradossale di Christian a Ballando con le stelle, quando si scaglia contro un concorrente calciatore – proprio lui, privo di qualunque talento a parte la notorietà televisiva – dicendo «si deve votare la bravura, non la popolarità»). Però è un’altezza estetica, non morale, né tantomeno moralistica: la vertigine che procura l’arte, insomma, quando con la sua malìa riesce a rendere luccicante perfino il torace trash di un burattino contraffatto..

Commenti
5 Commenti a “Il Pinocchio al contrario di Teresa Ciabatti”
  1. Raramente commento recensioni perché, se sono degne del nome, dicono già tanto e bene. Questa è perfetta per il mio sentimento nei confronti del libro, ma è anche un’occasione di scoprire diverse letture e visioni. Commento qui perché ho voglia di condividere i sentimenti e le emozioni diversi che hanno avuto e hanno una relazione con il libro di Teresa Ciabatti. Stupore quando ne ho notato l’esiguo numero di pagine, ri-stupore quando ho saputo e sentito che in quell’esiguo numero di pagine Teresa ha messo la potenza di fuoco della sua scrittura. Pochi altri saprebbero farlo, e al momento non mi vengono in mente. Soddisfazione perché è un libro difficile e raro, che si legge come se fosse un racconto alla portata di tutti: c’è un gigantesco trucco da maestro dell’illusione nella scelta delle parole, perfino negli stereotipi infilati qua e là e resi tanto evidenti da assomigliare ad ammiccamenti furbissimi della scrittrice. Fascinazione, passione, gioia: è un libro che alla seconda lettura si svela ancora meglio, e riesci a ridere lù dove devi, con la lacrimuccia necessaria se capisci dove stai andando a finire. Ecco. Baci a tutti.

  2. antonella scrive:

    Finalmente una recensione chiara e dettagliata, accanto al libro recensito,che ho appena comprato ci metto uno che ho appena letto e che la Ciabatti cita,I ragazzi di Von Gloeden,poetiche omosessuali e rapprsentazioni dell’erotismo siciliano tra 800 e 900 (Citta del sole,2012)
    belle queste relazioni e affinita tra i libri…

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  1. […] Serafini – che oltretutto, di questo libro, si è già occupata pubblicamente e utilmente (qui) – se uso un suo status di Facebook per introdurre il discorso: «Volevo solo dire che […]

  2. […] Qui uno splendido articolo di Francesca Serafini per minima&moralia […]

  3. […] Ho incontrato Francesca Serafini nel Paese dei balocchi (in questo modo chiarisco subito, con un certo rammarico, che i nostri incontri sono solo virtuali e non ancora reali). Galeotto, come sempre succede per gli incontri più interessanti, è stato un libro: Tuttissanti di Teresa Ciabatti (Il Saggiatore, 2013). Francesca Serafini, con l’attenzione che solo una linguista di razza, come lei è, poteva dimostrare, mi cita nella sua coltissima lettura del romanzo apparsa su Minima&Moralia. […]



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