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Anatomia della vergogna

Questo pezzo è uscito sul manifesto. (Immagine: Sally Mann.)

«Shame, shame, shame on you» («vergogna, vergogna, vergogna»). È stato questo uno degli slogan più diffusi tra i manifestanti che hanno dato vita a Occupy Wall Street. Una denuncia morale e insieme politica, rivolta alla classe dirigente, all’élite politica e finanziaria, alla cinica oligarchia (l’1% vs il 99%) ritenuta colpevole di aver difeso i propri interessi, il particulare guicciardiniano, invece di promuovere e garantire uguaglianza e benessere collettivo. Ma che differenza c’è tra il ricorso alla vergogna da parte degli occupanti di Wall Street e quella del campione dell’«Italia della corruzione, dell’imbroglio, dei familismi, dell’evasione fiscale», l’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che a più riprese ha gridato «vergogna, vergogna, vergogna!», rivolgendosi all’opposizione, alla magistratura, alla stampa critica, a chiunque si opponesse anche solo timidamente al suo prometeismo autoritario? Chi può arrogarsi il diritto di stabilire cosa debba essere considerato vergognoso? Cosa distingue il buon uso della vergogna, espressione di una passione politica, «una passione del Sé e del proprio essere con gli altri, del radicamento nella vita quotidiana», dal cattivo uso della vergogna, espressione di risentimento e rabbia, volta a distruggere la coesione sociale?

Intorno a questi interrogativi si dipana Vergogna. Metamorfosi di un’emozione (Feltrinelli, pp. 192, euro 18), l’ultimo libro di Gabriella Turnaturi, docente di sociologia all’università di Bologna, che prosegue idealmente un itinerario esplorativo sulle trasformazioni delle nostre società inaugurato almeno nel 1999 con Associati per amore (Laterza) e proseguito con Tradimenti. L’imprevedibilità nelle relazioni umane (Laterza 2000). Rispetto ai libri precedenti, cambia l’oggetto dell’analisi e muta la cornice tematica, ma rimangono, costanti, due elementi: il primo è la capacità di dialogare con i diversi prodotti culturali che del nostro tempo sono espressione, dai film ai romanzi ai programmi televisivi. Un’opzione consapevole, che distingue Turnaturi da molti colleghi, ancorati all’idea che i classici siano colonne d’Ercole insuperabili, anziché stimolanti strumenti per immergere lo sguardo nel presente. Non ci si deve stupire dunque di trovare autori come Salman Rushdie e JM Coetzee, Philip Roth e Martin Amis, film come Pulp Fiction, Tra le nuvole o Accadde una notte come guide alla comprensione della polimorfia della vergogna contemporanea. E tantomeno ci si deve stupire – ché qui risiede la seconda costante – del tentativo ambizioso di valutare i nessi tra individuale e sociale, tra particolare e universale attraverso la lente delle emozioni.

È proprio questa l’idea di fondo del lavoro di Gabriella Turnaturi: la convinzione che le società possano essere lette, le loro mutazioni interpretate, scandagliando le nostre emozioni, indagando il loro manifestarsi sotto forme ed espressioni diverse, analizzando il loro sublimarsi, il loro celarsi in situazioni impensate. Le emozioni infatti, «pur essendo sempre individualizzate, non sono mai solo nostre, si inscrivono sempre in una sensibilità condivisa», perché ogni individuo «è formato dalla propria storia che però è anche storia degli altri». Ma se tutte le emozioni si esprimono socialmente, la vergogna – nota Turnaturi – sembra godere di uno statuto particolare, perché è un’emozione sentinella del legame sociale, «sta a guardia dei confini tra lecito e illecito, fra buono e cattivo, tra trasgressione e conformità», ci parla dunque del rapporto Io-Noi, degli attriti, del grado di corrispondenza tra individualità e collettività.

In altre parole, «è l’emozione sulla quale, e attraverso la quale, avviene ogni forma di socializzazione e ogni forma di educazione». Proprio per il fatto di essere la più socializzante delle emozioni, «è anche quella socialmente più costruita», quella il cui indebolimento nasconde ragioni non solo culturali, ma anche politiche. Ma allora, se la vergogna è un’emozione che presuppone il «comune», l’essere con, «che ne è della vergogna nell’epoca dell’individualismo atomizzato?».

Nella modernità, spiega l’autrice, a porsi come fonte legittima della definizione della vergogna sono state soprattutto le istituzioni statali, le agenzie nazionali, la scuola, la famiglia e in parte la Chiesa; oggi invece, in un’epoca di populismo emozionale e comportamentale, dove si fa appello all’autorità del presente e non a quella delle norme interiorizzate, condivise e percepite come inderogabili, la vergogna scompare. O, meglio, scompare la condivisione di senso e di sensibilità su quali espressioni e comportamenti si debbano ritenere vergognosi. Perduto un orizzonte comune, si instaura una vergogna fai-da-te, che si dissocia dalla responsabilità per divenire un deficit emotivo, «un problema non più etico, ma terapeutico», legato non al giudizio morale su che tipo di persona si è, ma su come si appare di fronte all’altro visto come spettatore e pubblico di un Io pateticamente illuso della sua irriducibile autonomia.

Se in questo caso la vergogna ci induce all’affermazione di un Io ipertrofico e narcisista, in altri casi può generare esiti opposti: «può ravvivare la nostra umanità, funzionare come richiamo emozionale a noi stessi, per riprendere il cammino insieme agli altri», riconducendoci al nostro ineliminabile essere con. Avviene quando la vergogna trascina con sé l’indignazione, «l’accendersi di quell’emozione che Bernard Williams chiama, per distinguerla dall’ira distruttiva, ‘ira giusta’ in quanto tende non a distruggere ma a ripristinare un ordine morale, a rimettere in campo la dignità». Avviene quando facciamo un buon uso della individualità, riconoscendola «non solo come singolarità ma anche come relazionalità», quando la vergogna diventa vergogna di sé, dell’acquiescenza con cui abbiamo permesso ingiustizie e menzogne; avviene quando un popolo «esce dal ruolo di muta comparsa e irrompe sulla scena», dando corpo alla consistenza virtuosa dell’indignazione: passioni del mutamento e perfino della rivoluzione, suggerisce Gabriella Turnaturi riportando una lettera spedita da Marx ad Arnold Regue: «Non è per vergogna che si fanno le rivoluzioni…ma la vergogna è già una rivoluzione….La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. E se un’intera nazione si vergognasse realmente, diverrebbe simile al leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso…»

Giuliano Battiston è giornalista e ricercatore freelance, socio dell’associazione indipendente di giornalisti Lettera22. Scrive per quotidiani e periodici, tra cui L’Espresso, il manifesto, pagina99, Lo Straniero, Ispi. Si occupa di islamismo armato, politica internazionale, globalizzazione, cultura. Per le Edizioni dell’Asino alla fine del 2016 ha pubblicato Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda. Per la stessa casa editrice è autore dei libri intervista Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione (2009) e Per un’altra globalizzazione (2010). Dal 2010 cura il programma del Salone dell’editoria sociale. Dal 2007 si occupa di Afghanistan, con viaggi, inchieste, reportage e ricerche accademiche.
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