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Quel film sulla corruzione esteticamente corrotto

Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Immagine: una scena di Viva l’Italia.)

Quando, al momento di sceneggiare Matrix Reoladed, i fratelli Wachowski chiesero la consulenza di Jean Baudrillard, il filosofo francese declinò l’invito dichiarando: “non voglio lavorare a un film sulla Matrice che avrebbe potuto fabbricare la Matrice”.

Una considerazione simile viene in mente dopo aver visto Viva l’Italia, seconda prova di Massimiliano Bruno, campione d’incassi e nuova speranza della commedia tricolore: che senso può avere un film che si propone di fustigare il paese dei corrotti e dei cialtroni, dei raccomandati e dei presappochisti di successo se la sua cifra estetica (sceneggiatura, tensione emotiva, direzione degli attori, uso della musica) sembra esserne l’involontario ma fedele corrispettivo?

A meno di immaginare una provocazione sin troppo raffinata (stile Dylan che con Self Portrait fece un disco volutamente brutto), il film di Bruno scambia il male per la diagnosi. La storia: il politico rotto a ogni esperienza Michele Spagnolo (interpretato da Michele Placido) viene colpito da un ictus mentre sta per fare sesso con l’ennesima aspirante velina a cui ha promesso un passaggio in tv. Il colpo apoplettico è assai particolare, visto che dopo averlo avuto l’onorevole non potrà più fare a meno di dire la verità. In questo modo metterà a rischio la carriera politica e farà esplodere le tensioni che riducono i componenti della sua famiglia a un gruppo di estranei da ricompattare per esigenze di copione: una moglie regolarmente tradita, due figli che stanno a galla grazie alle raccomandazioni di papà (un manager ipodotato e un’attricetta senza talento che parla pure con la zeppola nel caso il messaggio non fosse chiaro), un terzo figlio ribelle e di sinistra che lavora coraggiosamente come medico in un reparto di geriatria che cade a pezzi.

Non rimpiangiamo i cinepanettoni, ma lì la lente del grottesco metteva al riparo da intenti autoassolutori. Massimiliano Bruno ha invece la pretesa di fare la morale ai suoi personaggi e a ciò che rappresentano. Il problema è che cerca di ottenere consensi con gli strumenti retorici che userebbe Spagnolo per farsi eleggere: banalità, populismo, faciloneria, ricatto morale. Soprattutto, quel “tutti ladri nessuno ladro” che ha partita facile col nostro foro interiore.

A un certo punto del film, Michele Spagnolo striglia gli italiani che lo hanno votato rimproverandogli di “esserci cascati ancora”. Lo spettatore pagante non sprovvisto di ironia, nel buio della sala, lo leggerà come un messaggio per se stesso.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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