Libertà a 450

Recensioni in forma di suggestione 01

Alfredo Montalti, illustrazione per Libertà, in Novelle rusticane (1883)

Comincia oggi una piccola rubrica a cura di Gianluca Cataldo che dai romanzi (o dai racconti) che si propone di recensire subisce, e restituisce, brevi suggestioni. Nate da una frase o da un animo condiviso, da una pagina, o da 1257 (ma anche dal timore di non riuscire a parlarne adeguatamente) non si propongono di setacciarne le strutture, né di collegare relazionare schematizzare, ma semplicemente (o forse arditamente) di incuriosire.

Libertà! (Giovanni Verga)

Il vecchio libraio, Carmelo Viola, chiese a Virgilio se avesse letto la novella che gli aveva prestato. Nel farlo mosse leggermente la mano sinistra dal basso verso l’alto, secondo quel suo gesto tipico che sembrava volesse invitare l’interlocutore a continuare un discorso, anche quando il discorso, a ben guardare, non era che al suo inizio. Si trattava di Libertà, una novella di Verga che lui, il libraio, aveva ricopiato a mano su un paio di fogli perché il ragazzo potesse leggerla senza che gli rovinasse il libercolo che custodiva gelosamente nella sua libreria. Era un libraio ben strano, il cui affetto per i libri lo portava ad assomigliare più a un amanuense che a un venditore.

Allora, l’hai letta la novella? Virgilio era molto intimidito da quell’uomo, dalla sua barba curata e dai libri accatastati sul suo tavolo. La madre, Ines, diceva sempre che le persone che sapevano leggere andavano rispettate, e lui si era convinto che la capacità  di lettura fosse direttamente proporzionale alla quantità di libri letti. Ergo, quell’uomo era degno del più grande rispetto, parola che al solo pensarla incuteva a Virgilio, come agli altri isolani, il più malcelato timore. I due si erano incontrati per la prima volta una domenica, all’uscita dalla messa. Per la precisione, il piccolo Virgilio era solito recarsi ogni domenica a messa con le cugine, di cinque anni più grandi di lui. Belle quanto credenti, le due ragazze, benché non fossero gemelle, si assomigliavano incredibilmente e, incaponitesi nella loro fede, finivano per perdere sulla strada verso la chiesa gran parte del loro fascino. Non troppo alte, ma nemmeno troppo basse, scure di carnagione e con un bel viso di meridionale lattiginosa freschezza, scortavano Virgilio verso Santa Maria la Reale, ogni domenica alla messa delle nove, respingendo gli attacchi dei buontemponi che, dal bar della nonna, gettavano sul selciato occhiate melliflue speranzose di essere raccolte.

Sotto il sole cocente dell’estata isolana, c’era un che di stoico in quelle due piccole figure che, telo sulla testa, camminavano a capo chino verso l’eucarestia settimanale. Onorate ragazze ben educate, reprimevano senza troppi sforzi gli attacchi dei giovanotti Vitaliani e, più a fatica, le titubanze che venivano direttamente dal loro animo. Consapevoli della loro bellezza, e intimamente convinte che in essa non ci fosse niente di male, non riuscivano a superare del tutto un’educazione troppo cattolica che, lungi dall’essere rifiutata in blocco, finiva per essere edulcorata in uno sguardo di sottecchi. Paradossalmente, finivano per assomigliare all’Annunziata di Antonello da Messina, così pudibonda eppure così sfrontata. Mariuzzo, l’eretico del quartiere, nei momenti di libertà, non perdeva occasione per avvicinarsi alle due ragazze. Nell’Isola, a quei tempi, c’era una strana discrasia tra il rispetto dovuto a una donna e la considerazione che si aveva del genere femminile. Capitava così che, reprimende oltremodo, le donne godessero però di uno status privilegiato, se così si può dire, riflessivo. Appartenenti a qualcuno, marito fratello o padre, risultavano intoccabili in virtù di un machismo mal travestito da galanteria. Al contrario, al riparo dalle mura domestiche, il controverso diritto di proprietà poteva estendersi longa manu a qualunque aspetto della vita di una donna, dall’educazione all’aborto, dal lavoro all’eredità. Le due ragazze, dunque, vivevano con tranquillità le attenzioni di Mariuzzo che, lontano dal minacciare l’incolumità fisica delle Annunziate, mirava piuttosto a mettere a repentaglio la loro immagine sacrale, eccitato insanamente da ogni costruzione blasfema che incontrava lungo il suo cammino. Il piccolo Virgilio assorbiva quei riti pagani, identici ogni domenica, in attesa di osservare quelli ieratici, meno oscuri a un animo ancora innocente come il suo, e si era stupito, quella volta, all’uscita dalla messa, di non trovare il solito Mariuzzo, bensì il Don Carmelo Viola, il libraio.

L’uomo, a fatica, aiutandosi col suo bastone, si era fatto incontro alla triade, aveva salutato le due ragazze levandosi la coppola e si era rivolto direttamente a Virgilio muovendo la mano sinistra dall’alto verso il basso. Tua madre mi ha detto che vorresti leggere qualche libro, ma che non sai da dove cominciare… Il piccolo Virgilio aveva chinato il capo in un cenno d’assenso mentre il vecchio gli porgeva dei fogli scritti a mano e gli diceva Ecco, mi sono preso la briga di scriverti due righe, non c’è inizio migliore che cominciare da una novella di nome Libertà.

Qualche tempo dopo, rimembrando quella scena, davanti al libraio che lo incalzava chiedendogli cosa ne pensasse, Virgilio sorrise al pensiero che con le sue cugine di fianco l’intero quadretto potesse sembrare un’annunciazione apocrifa. Allora, cosa ne pensi ragazzo? Rispose che lo aveva incuriosito il fatto che la libertà si facesse. E, convinto di dire qualcosa di innocuo aggiunse, con finta spavalderia, La libertà o c’è o non c’è. Don Carmelo lo guardò con una certa curiosità, si alzò a fatica dalla sua grossa sedia e gli si avvicinò. Nel farlo fece cadere dei libri per terra e, contrariamente a quanto faceva di solito, non si chinò subito a raccoglierli ma li fissò con una certa indifferenza. Col suo bastone si aiutò a spostarli sotto il tavolo, ripromettendosi mentalmente che li avrebbe sistemati in seguito, e poi mise una mano sulla spalla di Virgilio come se stesse per confessargli una grande verità. Noi siamo in grado di fare anche la libertà, siamo così astratti da creare tutto… il problema e che poi ci consegniamo ai signori, convinti che la nostra creazione sia sufficiente. Siamo in grado di creare tutto ma non siamo dei, rammentalo! qualunque cosa leggerai in futuro.

Virgilio, lì per lì, non capì cosa Don Carmelo volesse dire, e in ogni caso il vecchio non volle spiegarsi oltre perché la pressione della sua mano sulla spalla del ragazzo si fece via via più pesante, fino a trasformarsi in una spinta di commiato con la quale lo accompagnò alla porta. Sull’uscio staccò la mano dalla spalla, come se si fosse accorto all’improvviso di averla sopra qualcosa che non gli fosse concesso toccare. Chiese a Virgilio di tornare, e promise che gli avrebbe prestato altri libri, ma soltanto di scrittori isolani perché Bisogna sempre partire da un animo che si conosce, e anche perché sono di più facile reperibilità.

Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984, e vive ormai da molti anni a Bologna dove si è laureato in giurisprudenza. Suoi scritti sono apparsi in vari blog (Nazione Indiana , GAMMM, il blog delle Edizioni Sur, Pastiche, Terranullius ).
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