lanza

Recensioni in forma di suggestione – 08

Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Francesco Quadri.)

Nuovi Mimi (Francesco Lanza)

Il calatafimaro

– Ciccio, che fa, mi ieccu?

–  Nca ieccati…

E fu così che l’amico di Ciccio si buttò.

Il palermitano

Stava tutto assorto seduto sulla sedia. A sdraio la sedia, e sdraiato lui, riposava all’ombra di un fico. Era estate e il sole coceva ovunque tranne sul palermitano, sdraiato all’ombra.

Una mosca, zizzagando, gli andò a rovinare l’ombra sotto al fico, passandogli sotto il naso e camminandogli sulla peluria delle spalle. A manate cercò di difendersi il palermitano, ma il caldo lo rallentava e il sudore lo frenava. Idea, pensò allora – ché il palermitano è conosciuto da uomo sottile – e sparì in casa a rimestare.

La mosca intanto zizzagava beata all’ombra del fico, quando un boato ne accelerò il volo. E il palermitano, che sproporzionava colpi dal fucile al grido di “mora mora”, finì per sparare alla moglie che, nella sedia a fianco, era rimasta a godersi l’ombra.

Il carabiniere

Un carabiniere si ritrovò senza sigarette, e come lui il collega di guardia.

–Senti, le compri anche a me?

– Certo, ma ho solo cinque euro.

– E che problema è? Cinque e cinque dieci, ecco a te.

Il carabiniere, con cinque euro per mano, entrò in tabaccheria e trionfalmente disse – Tabaccaio, queste cinque sono per il mio pacchetto di nazionali e queste cinque per quello del mio collega.

Il tabaccaio, che rideva, mise un pacchetto per mano al carabiniere, e gli fece due scontrini per due resti. Tornato dal collega, il carabiniere fu attento a dargli resto e pacchetto giusti.

Il racalmutese

Viveva di rendita, oziosamente e pigramente. E aveva un vizio ben strano, ovvero quello di giocare al fantasma. Forzava cancelli porte e portoni, e si addentrava nelle case altrui per spaventare quando il momento era più propizio. Fece così persino in conventi, fingendosi statua per terrorizzare le suorine, o donna per ficcarsi nei letti.

Innocuo, è vero, ma non altrettanto poteva dirsi della moglie del castrofilippese. Costui, infatti, quanto a corna poteva competere con una coffa di lumachelle. Una sera, tornato a casa, trovò la porta aperta, socchiusa, ed entrò con passo felpato per beccare il colpevole con la moglie. Ma trovò la casa vuota. Vuota la cucina, vuota la camera da letto, e così decise che era stanco e che sarebbe andato a letto.

Avrebbe aspettato lì la moglie, che chissà dove se n’era andata.

Il pioppitano

Il pioppitano faceva mala vita. Senza soldi lui, e senza moglie. Solo se ne andava per le vie del paese salutando ora tizio ora caio, ma nessuno lo sentiva e nessuno gli rispondeva. Neanche il parroco parlava al pioppitano, tanto che gli pareva di confessarsi con un legno. E persa per persa che era la sua vita, cominciò a parlare con Dio.

Così tutti si accorsero del pioppitano, e quando passava davanti alla chiesa persino il parroco rideva – To’, il pazzo sta passando.

Il roccafioritese

Era parroco di paese, e badava con grande solerzia alle sue poche pochissime pecorelle. Un pastore senza troppi affanni e tanto zelo. Buono come la ricotta, perdonava alle sue animelle ogni piccolo peccatuccio di noia.

Però, quando all’improvviso si sentì male e cadde di cuore, non si trovava un altro prete in tutto il paese, ché lui era l’unico.

Il roccafioritese morì così, senza poter confessare se stesso.

Il prizzitano

Che di nome faceva Felice, e di cognome Becco. Era dunque intristito dall’essere deriso al grido –To’ chi c’è, il “Cornuto Felice”.

Dovunque andasse, con chiunque parlasse, al momento di presentarsi, il prizzitano veniva preso da più grande sconforto, finché un giorno alla moglie non venne una bella idea.

– Se ti disturba il tuo nome, cambialo.

– Vero! –  rispose il prizzitano, che tutto contento si recò al comune, e giunto che fu disse di volersi cambiare di nome.

– Perché, come si chiama? –  chiese il messo.

– Becco Felice.

– E come vorrebbe chiamarsi? – rise il messo.

– Becco Gaetano.

Il Cristo di Canicattì

A Canicattì fecero il Cristo come si deve, con croce, corona e i due ladroni di fianco. Ma come fu scesa la notte, il Cristo, quando furono tutti e tre soli, si liberò dai legacci, e in spalla si caricò la croce ché il legno gli serviva per l’inverno. E nascosto che ebbe la croce se ne tornò sul montarozzo.

L’indomani, quando tutti i canicattinesi gli chiesero cosa fosse successo, il Cristo gridò al miracolo e che per quell’anno era stato graziato. Tutti i canicattinesi lo portarono in spalla tra urla festose, mentre i due ladroni, rimasti in croce si dicevano – E poi i ladri saremmo noi…

Il Pattese

Quell’anno a Patti ci furono elezioni, e gli sgherri politici del Signore, memori dell’ultima sconfitta benedetta dall’ex-vescovo, andavano piazze piazze a gridare di votare per loro.

Un pattese si avvicinò a uno di quelli e gli domandò chi fosse e per chi dovesse votare. – Per Dio – gli rispose lo sgherro – Per Dio, contro Satana!

– E sia! – se ne andò convinto il popolano.

E così, il giorno delle elezioni, il pattese sulla scheda scrisse Dio.

Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984, e vive ormai da molti anni a Bologna dove si è laureato in giurisprudenza. Suoi scritti sono apparsi in vari blog (Nazione Indiana , GAMMM, il blog delle Edizioni Sur, Pastiche, Terranullius ).
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