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Recensioni in forma di suggestione 09

Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Immagine: Antoni Tàpies)

Recensioni in forma di suggestione 09: Sintesi (Carmelo Samonà)

Non mi ricordo quando successe, ma so che a un certo punto me ne accorsi. Le azioni si sviluppano negli interstizi del tempo, e un tempo dilatato oltremodo concede possibilità inaspettate, che la mente coglie e restituisce alla mente.

Trascorrevo le mie giornate con naturale indifferenza a ogni forma di azione o iniziativa, scivolando sulle scale per tre piani ogni mattina e risalendole alla sera. Così, ogni giorno uguale per non so quanto tempo, in un costante presente che ha reso il mio tempo puntiforme, nell’illusione che tra spazio – lo spazio della mia casa – e tempo, quello fuori dalla casa, esistesse una relazione più ampia della mia interiorità. Per questo intessevo con gli oggetti una relazione schizofrenica, in grado di passare da un affetto quasi umano a un’indifferenza che non temo, oggi, di definire politica. Soprattutto con i libri. Non c’era giorno in cui non passassi in rassegna con l’indice le mie librerie, sfiorando le costine dei volumi con la noia stanca di chi ha già letto un autore che non potrà più scoprire. Ogni tanto ne prendevo uno tra le mani, rigirandolo nervosamente come se fosse qualcosa di alieno, ormai estraneo, un oggetto differente da qualche tempo prima, svuotato.

La sera mettevo su un disco, mi cucinavo qualcosa, e lasciavo che il silenzio piatto che accompagnava le mie giornate venisse incrinato dallo sfrigolare della cipolla, o dal tintinnio della bottiglia sul bicchiere. In quegli attimi, mentre leggevo aspettando che bollisse l’acqua, indagavo su questi due linguaggi, sullo scarto tra il silenzio della scrittura – così pieno, denso – e quello che mi circondava davvero, reale, percepito senza bisogno di dover essere annunciato da una parola. E mi chiedevo se i nostri silenzi interiori avessero qualcosa da spartire con quelli al di fuori, se il silenzio avesse un qualche legame col pensiero. Così, credo per la prima volta, pensai ad alta voce, mi ascoltai con attenzione e timore, e iniziai a interloquire con me stesso mentre mi servivo un branzino al cartoccio con contorno di cipolla e pomodori di Pachino.

Da quel giorno iniziai ad affrettarmi la sera, fuori dalla redazione, a rincorrere l’autobus, timbrare il biglietto, e timidamente lanciare sul finestrino uno sguardo d’intesa, dando a intendere a qualche ragazza che era con lei che stavo giocando. Poi compravo qualcosa da cucinare, e già ai fornelli tentavo un impacciato dialogo con la mia metà nuova, tutta da scoprire, mentre il vapore appannava con insondabile pazienza i vetri della finestra, e un odore esotico di soffritto si levava in aria, appetitoso. Tentavo di intuire i miei gusti, le miei opinioni riguardo all’imminente chiusura degli ospedali psichiatrici, della lotta del Perugia in campionato. Sorridevo, mentre sfumavo con un buon aceto di vino la carne in padella, e una musica spagnola avvolgeva la stanza, naturale conseguenza delle mie abitudini letterarie.

Tuttavia, nonostante quel piccolo accenno di dialogo qualche giorno prima, la mia metà non tornava a farsi sentire, a interloquire, mi imponeva un silenzio ottuso che stentavo a comprendere, mentre nervosamente muovevo le mani sfregandole una contro l’altra. Quel mutismo coriaceo mi sembrava illogico nell’economia di un dialogo che sarebbe stato salvifico per entrambi: la creazione di un linguaggio bicefalo, più completo di quello cui eravamo abituati finora. Eppure non feci niente, continuavo a domandare, domandare, elemosinando un contatto visibile, che andasse oltre il mio corpo. Finii per ammalarmi, e il medico – che nulla sapeva dei miei tribolamenti – mi consigliò di concedermi un periodo di ferie, «per riposare lo spirito», mi disse. Pensai che una volta a casa, senza pressioni dal mondo esterno, sarebbe stato più facile ottenere una parola, un segno che non fosse indice dell’altrui esistenza ma della mia, una parola che mi avrebbe restituito la certezza di esistere davvero.

Passarono sei giorni, durante i quali lo spazio ridotto della casa finì per togliere profondità ai miei atti, che si susseguivano ridotti al minimo. Un’ora poteva trascorrere in un attimo o pesare come l’eternità, e questi sbalzi erano decisi dall’intensità del mio desiderio di un contatto. Cominciai a compiere azioni rituali, che mi aiutarono a codificare le attività tramite un meccanismo che iniziai a chiamare ‘cumulo del tempo’: mentre gli chiedevo, a intervalli regolari, un cenno o una sillaba di intimità, dividevo il tabacco che poco prima avevo mischiato a della segatura. Con certosina pazienza separavo segatura e tabacco, quindi mi concedevo una sigaretta e gli chiedevo cosa ne pensasse, uno due tre dieci volte al giorno, sfinendomi. Mi sembrava di avere dimenticato chi fossi, chiuso in segmenti di spazio che avevano trasformato la casa in una geometria spietata, divano-tavolino-bagno-divano-tavolino-sigaretta-tavolino-sigaretta-sigaretta, finché non proferì quella frase.

«Non fermarti».

Lo disse cogliendo un attimo di indecisione nel movimento delle mie mani, ormai ridotte all’osso e gialle di nicotina. Lo disse con una calma sovrumana, come se parlare con me, per lui, fosse la cosa più banale che potesse fare, lui che fino a quel momento era stato sordo a ogni mia richiesta. E io, che quel contatto lo avevo desiderato tanto, andai avanti, e continuai anche a parlare, domandare, spiegarmi, con ansia emotiva e tentando di insinuarmi in quello spiraglio che mi era stato concesso. Qualche giorno dopo, snervato da quell’illusione che con una semplice frase era riuscito a impormi, mi accorsi che le mie mani avevano cominciato a muoversi differentemente, che la sinistra – nonostante io non fossi mancino –eseguiva i compiti che mi ero inventato con una solerzia che non le apparteneva, mentre la destra sembrava vigilare, ticchettando con le cinque dita un ritmo monotono sul legno, sempre uguale. Spaventato, ribaltai il tavolo rovesciando per terra tabacco e segatura, impietrito dall’inerzia del mio braccio destro, mentre col l’altra mano sparpagliavo in ogni angolo tutto quello che avevo fatto cadere, in una specie di reazione isterica a una paresi che non capivo.

Alla fine, mentre aprivo e chiudevo il palmo della destra, pensai con gioia che l’indomani sarei dovuto tornare a lavoro. Terminavano infatti le due settimane che mi aveva consigliato il medico, e dopo una notte tutto sommato serena, rinfrancato dalla sveglia mattutina e da un buon caffè, dopo la doccia, mi vestii di tutto punto. Scelsi un paio di pantaloni di fustagno – fuori cominciava a fare freddo – e un maglione di lana pesante, posai la tazzina nel lavabo e, prese le chiavi, mi diressi verso la porta contento di reinserirmi in società, un’umanità a me ostile perché non troppo conosciuta, indifferente e individualista, ma sicuramente reale. Tuttavia, più reale fu la paura che mi travolse mentre stringevo la maniglia. «Se esco da qui, dove vado?», pensai, e poi, a voce alta chiesi «Cosa ho fatto? Perché sono chiuso qui?».

«Non sta a me decidere il perché. Quanto a quello che hai fatto, perché ti credi colpevole di qualcosa?»

«Non sarei giunto a questo altrimenti».

«Se non conosci il motivo, come fai a includere la colpevolezza tra le cause?»

«Già, come faccio… Perché è l’unico motivo che conosco…?»

«Non è l’unico che conosco io».

«E chi sei tu?»

«Tu sei mio fratello e io sono il tuo custode».

Mi accorsi all’improvviso che la mano destra stava chiudendo a chiave la porta.

Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984, e vive ormai da molti anni a Bologna dove si è laureato in giurisprudenza. Suoi scritti sono apparsi in vari blog (Nazione Indiana , GAMMM, il blog delle Edizioni Sur, Pastiche, Terranullius ).
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