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Recensioni in forma di suggestione 10

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Questa rubrica racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli. (Ritratto eseguito da Francesco Quadri.)

Recensioni in forma di suggestione 10: Di creta (Maria Attanasio)

Il professore rigirò il bicchiere fra le mani, ruotandolo tra i palmi, mentre un riflesso ambrato gli colorava la linea della vita della destra e un’indolente musica si incaponiva da un altoparlante in radica. Vic Chesnutt diceva che A o B, per lui, sarebbe stato uguale, e il professore si era perso un momento a confondere A e B. «In fondo, siamo tutti analfabeti», amava dire, «chi più chi meno». Si versò un altro po’ di liquore, con mano ferma, sorpreso di non tremare più. Aveva smesso di piovere e dagli scuri, spalancati perché l’aria settembrina sferzasse il corpo indolenzito del professore, entravano le voci metalliche degli autobus, che a intervalli irregolari, con cadenza isolana, annunciavano l’arrivo alla fermata Terranova. Poi si chiudevano le porte, e un leggero tremolio dei vetri alle finestre segnalava il movimento del serpentone metallico nell’intricata toponomastica cittadina, una piccola narrazione, protesi altalenante di una storia che acquista nuova vita, una vitarella in verità, tra parcheggi in doppia fila e discrete targhe commemorative.

Nel tempo tra un autobus e l’altro, il professore aveva preso l’abitudine – che i suoi amici non avrebbero esitato a definire fastidiosa – di aspettare l’autobus seguente, versandosi un goccetto di tanto in tanto, e riflettendo su un tema differente. In fondo la casualità degli orari dell’amat garantiva un certo brivido nella riflessione: dieci minuti sono pochi per soffrire di un pensiero, e un’ora troppo per non andare oltre. Mediamente, sarebbe arrivato a una soglia limite, ma poi avrebbe dovuto cambiare almeno prospettiva oppure, meglio, argomento. L’analisi parziale, però, avrebbe lasciato aperte molte parentesi e ci sarebbe voluta una certa forza di spirito per ignorarle, che il professore non era sicuro di possedere. Si versò dunque un altro bicchiere, questa volta a metà, «per rendere onore in egual misura al pessimismo e all’ottimismo», amava dire, e si sorprese a sorridere, ormai da molto tempo, di quelle ripetizioni che tanta ilarità suscitavano nei suoi alunni.

Da qualche parte aveva letto che il pensare positivo è proprio di chi non dubita di niente, ma si trovava più d’accordo con quanti reputavano l’ottimismo tipico di chi preferisce non fare i conti con le conclusioni del proprio dubitare. Forse deboli, forse santi, di sicuro soli nell’apparire ottimisti per paura. Dal canto suo, il professore aveva preferito l’equidistanza, come in ogni altra cosa. Era equidistante dalla politica, dai movimenti che aveva frequentato in gioventù, ed era rimasto equidistante persino dinanzi alla sua reazione, quella sera.

A dire il vero, però, la sua equidistanza era sostanziale timidezza, tale da, ad esempio, portarlo a lasciare il circolo maschile del Partito Comunista di Caltagirone quando questo si era ritrovato a fare la guerra a quello femminile. E da fuori – «dalla parte giusta ma un po’ discosto», amava dire – aveva notato germinare quell’atteggiamento oltre le classi che, anni dopo in Asia, ripreso dal solito Gramsci, avrebbe assunto le sembianze dei Subaltern Studies. Aveva scorto una comunione d’intenti al di sopra dell’individuo, senza l’invidia del singolo, che, potendo godere di una liquidità maggiore, era riscontrabile ovunque. In fondo, anche fra gli operai ci sono i primi e gli ultimi e, si sa, le resistenze più grandi affiorano proprio quando si parla di genere. Al professore, mentre per la terza volta l’autobus comunicava asetticamente, venne in mente di come loro, lui e lei, erano invece riusciti a creare un fragile equilibrio emotivo, raro proprio perché instabile come alcuni difficili legami chimici. E di come quella sera, che poi, svegli abbracciati e inerti, avevano visto farsi notte e quindi mattino, lei aveva pianto.

Seduta sul letto lo aveva guardato come se fosse un ricordo e non era riuscita a trattenere le lacrime, lasciandosi andare a un pianto isterico che entrambi si erano illusi, poi, di considerare inspiegabile, sorridendoci su avvinghiati, sperando di fondersi prima di separarsi per sempre. Ma il pianto aveva una spiegazione, e così non si erano fusi. Anzi si erano presto sfilacciati, come una pezza la cui trama si fa sempre più sottile. L’indomani si erano svegliati sfatti dalle poche ore di sonno e, una volta in piedi, avevano scorto l’uno sull’altra delle linee di penna che disegnavano i loro corpi come dei puzzle irregolari. Sulle prime si erano stupiti, tanto da sorridere interdetti, ma avvicinandosi avevano notato che le linee erano in realtà dei solchi, profondi e violacei come sangue rappreso.

Avevano avuto un moto di paura e lei aveva alzato fulminea la testa per controllare il riflesso nello specchio. Quelle linee attraversavano tutto il corpo, dalla sommità del capo alla punta lontana dell’alluce, scavate con un punzello che avevano provato a cercare fra le coperte e che non avevano trovato. «Cosa saranno?», aveva chiesto lui, e per rispondere lei aveva scrollato le braccia, mentre con due dita tremolanti sollevava un piccolo lembo di pelle lungo la linea nera che ritagliava, sul braccio sinistro, una specie di mattonella, quasi stesse svellendosi. Poi un tonfo, e il ritorno alla solitudine, cui non erano abituati. Alla solitudine sì, ma al suo riproporsi no.

Il professore, al quarto passaggio dell’autobus, stavolta irregolare, si versò un altro bicchiere, due dita soltanto, e cercò di riesumare il volto di lei, perso ormai nella memoria di quel giorno cannibale. Pian piano riaffiorarono due zigomi, alti e fieri, con due piccole fossette sul sinistro, dolce segno di un sorriso. E infatti, poco più in basso, proprio un sorriso diede forma alla bocca. Via via il resto, pescando nella memoria bugie e verità. Un ricostruzione più che un restauro, mentre un nuovo volto si sovrapponeva a uno più vecchio, esercizio incompleto di descrizione di una persona tutta, un personalissimo tentativo di evitare che anche lei, come tanti altri, si perdesse tra i flutti di un mare tempestoso, esplodendo «a contatto con la contemporaneità».

La narrazione, per quanto parziale, arricchisce i volti, nelle parole, del significato che il tempo carica su di essi e sulle loro storie, parallele alla Storia, e più ricche e sfaccettate. Il racconto è sempre germinativo, ma la memoria del professore era invece una narrazione troppo privata e intima per non bagnare il liquore che strizzava nella mano, ridotta ormai a un fascio di muscoli, mentre a tanti piccoli Menard, il professore, aveva ormai lasciato il compito di riscrivere le vite di città distrutte, evitando volgari anacronismi, e raccontare vite nuove e identiche vite creando tante piccole maschere di creta.

Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984, e vive ormai da molti anni a Bologna dove si è laureato in giurisprudenza. Suoi scritti sono apparsi in vari blog (Nazione Indiana , GAMMM, il blog delle Edizioni Sur, Pastiche, Terranullius ).
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