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Recensioni in forma di suggestioni – 03

Ritratto eseguito da Francesco Quadri

La rubrica di Gianluca Cataldo racconta le suggestioni nate dalla lettura dei libri di autori siciliani. Qui gli altri articoli.

Lettera come memoria a Michele (Stefano D’Arrigo)

Le isole sono isolate per definizione, per natura. Se ne stanno là, e non si spostano anche se non sono ancorate. O forse lo sono, almeno una lo è. Con le sue tre belle colonne tornite come fossero cosce di femmina, anzi di femminota (che c’è una bella differenza!). Non c’è da fidarsi di quelle terre stabili, una attaccata all’altra come tante isole che fingono di non esserlo.

Una volta ero al porto – mi permetto di divagare – e fissavo dal di qua di Cariddi, e quindi a Scilla, i traghetti che attraversavano questo lungo lungo stretto. Io sono di Scilla, e noi di Scilla non abbiamo ferry-boat (abbiamo i nostri treni che si fermano a Villa e ci fanno scendere proprio prima di essere inghiottiti da questi traghetti, fere immense che mangiano carcasse di metallo che hanno mangiato carcasse d’uomini diretti all’Isola).

Dicevo, io sono di Scilla, e quindi quel treno diroccato ridotto a ferraglia stridente che si ostinano a chiamare Freccia del sud, Treno dell’Etna, Trinacria o Treno del sole, non l’avevo mai preso fino a fine corsa, ero sempre sceso prima dell’inghiottimento, prima di scomparire nel buio delle interiora di una nave che trasporta un treno… mah? E però, l’altra sera, mentre me ne passeggiavo al porto, intento a fissare la luna “con una sorta di imprecisato e inconfessabile orrore” (per citare proprio uno scrittore dell’Isola) mi accorsi che l’Isola, appunto, era sempre immobile, lì nello stesso punto di sempre, quasi che con il Continente facessero come due magneti pigri messi a faccia uguale uno davanti all’altro. Si dovrebbero respingere, eppure né si attraggono né si allontanano, magari proprio in virtù di quella accidia che, forse, è il peccato dei cariddoti e, ahimé, anche di noi di Scilla.

Ad ogni modo, facevo queste banali considerazioni quando mi venne in mente che io all’Isola, col traghetto, non c’ero mai andato, che quel traghetto che inghiotte il treno, io, l’avevo sempre visto inghiottire, ma non ne ero mai stato inghiottito. Fu allora che mi prese una strana voglia di inghiottimento, di sparire come bolo alimentare nello stomaco metallico di un traghetto, e di essere risputato dall’altra parte dello stretto, nello slargo del traghetto che ti deposita tra le braccia della Madonna. Un donnone alto alto che dice Vos et ipsam Civitatem benedicimus: facili alle conversioni e ancor più alle illusioni, questi isolani credono che la Madonna li abbia scelti, che l’unica cosa che sia stato concesso di scegliere alla Madonna sia stata proprio la loro prima città a venire col traghetto. Esaltati!

Pensai queste cose mentre me ne passeggiavo al porto, salvo che io ancora la Madonna non l’avevo vista, ma ne avevo solo sentito parlare da qualche amico che ancora oggi, spesso, attraversa lo stretto e si ferma al mio bar per un caffè, l’ultimo caffè decente prima del Continente, si dice. Ma quella volta venne voglia a me di assaggiare un caffè dell’Isola, e quelle famose arancine del traghetto di cui tanto si parla. Così, lasciai passare la notte e l’indomani mi affrettai verso il porto, leggero leggero, senza una borsa a tracolla né una giacca, in pantaloni e camicia. Mi portai soltanto i soldi necessari all’inghiottimento, all’arancina e al caffè. Un biglietto per l’inghiottimento dissi in biglietteria a Villa, e arrossii di vergogna quando mi corressi con traghettamento.

Il treno era tutto in fremere, un siluro di carne che indietreggiava e avanzava come a corteggiare il barcone. Il mio primo pensare fu una specie di ribaltamento, e passai dalla prospettiva del traghetto a quella del treno, che lo accarezzava il traghetto, lo stuzzicava e poi se ne allontanava ancora, lasciando un suo pezzo dentro staccato dal resto. Mi cambiò la prospettiva il treno, e l’inghiottimento mi si fece inculamento, tutto di una meccanica sensuale che smontava pezzi su pezzi di treno come una tenia che si anfrattava. Avanti e indietro, e alla fine toccò anche al mio vagone che fu accolto da quell’antro nero, non inghiottito, ma accettato dopo tanto insistente corteggiamento.

Si spensero le luci dentro il mio vagone, e con i miei compagni di cuccetta ci guardammo nei visi contenti, loro di scambiare il ciuf ciuf con le onde e i gabbiani, io di guardare la mia piccola Scilla a punta sfocarmisi alle spalle una volta partiti. Lasciammo dunque il treno – io c’ero stato sì e no mezz’ora mentre quei poveri cristi anche diciotto diciannove – e salimmo in coperta. Molta gente al bar si lamentava di quanto ancora ci sarebbe voluto per arrivare alla Città, ma a me, e a molti altri, la Città pareva troppo lontana, e l’unico obiettivo possibile era Zancle, la città della Madonna. Un’arancina per favore grazie, e me ne andai sul ponte lasciandomi alle spalle una piccola scia di piselli insughettati. Risalire dalle viscere di un traghetto arrossato dalla ruggine, assordato da continui clangori  e dalle urla dei custodi che paiono anch’essi di metallo, è una bella cosa, è come una scalata al purgatorio, se non fosse che arrivato in cima inizia il traghettamento e lo stretto si fa Stige, tanto che mi parse che i sommozzatori immersi nei pressi di un ferry-boat vicino, armeggiando con catene e catenacce, gorgogliassero ne la strozza quanto tristi erano stati “ne l’aere dolce che dal sol s’allegra, portando dentro accidioso fummo”.

Finalmente il traghetto partì, e io mi entusiasmai, affacciato con le braccia a penzoloni, a vedere Scilla, a destra, farsi piccola, e a sinistra ingigantirsi Cariddi. La traversata fu breve e, eccezion fatta per quella visione portegna, per niente allegorica, circondato com’ero da giovinastri di ritorno dalle vacanze in Europa o da intere famiglie pronte ad affrontare non la Fera, bensì le ferie. In prossimità del porto di Zancle ci dissero di ridiscendere di ponte verso il nostro treno, che placido aspettava, senza essere stato digerito, di essere espulso dal buco del traghetto. Rifacemmo tutto al contrario, e rimontammo la tenia che cigolando sui binari si mosse verso la stazione. Lì comprai un biglietto di ritorno per Villa e, nei venti minuti che mancavano al fischio del capotreno, presi un ottimo caffè in un baretto proprio di faccia alla stazione. Il treno-tenia si scompose un’altra volta, io risalii i vari ponti-gironi per riaffacciarmi al quinto – quello che spetta a tutti noi – comprai un’arancina (stavolta al burro) e, una volta approdati a Villa, proprio quando cominciavo a pensare che l’inghiottimento, lo stretto-Stige che separa Scilla e Cariddi, e il traghetto-Caronte, non fossero poi questo gran turbinio di insinuazioni letterarie, sentii la voce di un uomo che gridava “subito parte treno per il Continente!”.

Be’, signori miei – e qui la finisco con questa mia lunga divagazione – al sentire quella frase, io mi misi a fissare la faccia di un uomo che dal treno non era sceso, che era diretto chissà dove chissà perché, le sue rughe di fiumi prosciugati, gli occhi scuri, le labbra poco poco sporgenti, e cambiai tutto d’opinione riguardo all’inghiottimento e a quel traghetto che pare sputarti lontano, con l’espressione colpevole di chi sente il viaggio come “un’ignobile fuga dall’Isola di cui si sanno i malinconici confini”.

Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984, e vive ormai da molti anni a Bologna dove si è laureato in giurisprudenza. Suoi scritti sono apparsi in vari blog (Nazione Indiana , GAMMM, il blog delle Edizioni Sur, Pastiche, Terranullius ).
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