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Il reclutamento insegnanti in Italia

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Photo by Feliphe Schiarolli on Unsplash

di Lorenzo Asti

Secondo alcune recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, il governo proporrà delle modifiche al sistema di reclutamento degli insegnanti varato dal precedenti governie non ancora entrato pienamente a regime, il famigerato FIT (Formazione Iniziale Tirocinio, l’ennesimo acronimo).

Infatti i decreti attuativi (dlgs 59/2017 del 13 aprile 2017 e il dm 616/2017 del 16 agosto 2017) della legge 107/2015, la cosiddetta “Buona Scuola”, prevedono che il reclutamento degli insegnanti avvenga con una procedura involuta: durante il corso ordinario di studi universitari, o una volta terminato questo, l’aspirante insegnante deve acquisire 24 crediti universitari in discipline antropo-psico-pedagogiche; ciò rappresenta la condizione necessaria per la partecipazione al concorso per l’accesso alla FIT, un percorso triennale teorico-pratico retribuito (finalmente… ma si parla di cifre intorno ai 400-600€/mese per i primi due anni) che porterà all’immissione in ruolo.

Purtroppo, chi ad oggi ha già conseguito una laurea specialistica, non è in possesso dei 24 cfu necessari all’iscrizione al concorso, essendo questi stati istituiti per la prima volta quest’anno. Questa contingenza ha immediatamente generato una corsa all’organizzazione di opportuni corsi ed esami nelle università pubbliche e, in parallelo, inaugurato un business in cui si sono lanciate le università private, soprattutto quelle telematiche, che propongono ai laureati pacchetti per un conseguimento particolarmente “agevole” dei 24 cfu.

Con le sue recenti dichiarazioni, il ministro Bussetti, esplicita due punti fondamentali dei suoi intenti in materia di reclutamento:

1)ridurre drasticamente la durata della trafila per l’accesso alle cattedre tramite l’istituzione di un concorso per laureati che porti all’immissione in ruolo diretta («Dobbiamo prevedere una formazione già durante gli anni universitari. Per far sì che si possa andare in cattedra a 26 anni, non a 30 o 40. Con un concorso bandito regolarmente sarà possibile accedere all’insegnamento subito dopo la laurea, senza percorsi di studio ulteriori»);

2)rendere regolare la cadenza dei concorsi e legare il numero di posti alle reali necessità contingenti, specifiche per materia e provincia, evitando di proseguire nell’infausta consuetudine degli ultimi decenni per cui concorsi banditi con cadenza imprevedibile hanno creato ogni volta graduatorie (ognuna con un nuovo acronimo…) di precari a più o meno lento scorrimento («La mancanza di insegnanti per alcune discipline dimostra che sul reclutamento dobbiamo cambiare rotta. Immediatamente. Non abbiamo bisogno di continuare a costruire sacche di precariato. Dobbiamo avere il quadro chiaro delle necessità delle scuole di tutto il Paese e bandire concorsi sulla base di quelle»).

Le motivazioni del ministro sono essenzialmente pratiche e affrontano problemi concreti della realtà si accinge ad amministrare. Tuttavia persiste un importante equivoco anche negli intenti della nuova amministrazione, che era ancora più evidente in quelli delle precedenti. Infatti, sempre stando alle dichiarazioni del ministro, così come l’accesso al FIT è per ora vincolato al conseguimento durante gli studi dei 24 crediti in discipline antropo-psico-pedagogiche, anche nell’ipotetico nuovo regime si parla di «una formazione già durante gli anni universitari», presumibilmente analoga a quelle dei 24 cfu, senza la quale ci si preclude la possibilità di concorrere per le cattedre.

Soluzioni di questo tipo, dunque, prevedono che un normale laureato non abbia accesso ai concorsi e che invece gli studenti universitari, se pensano (anche eventualmente) di orientarsi verso la carriera da insegnanti, modifichino il loro piano di studi, sostituendo esami dedicati allo studio della propria disciplina, ed in particolare i più specialistici e caratterizzanti,con una sommaria infarinatura di pedagogia, metodologie didattiche (spesso trasversali alle discipline), psicologia, antropologia e solo in qualche caso di didattica della propria materia.

Sebbene possa sembrare ragionevole (perché mai lo studio di un po’ di pedagogia non debba giovare ad un aspirante insegnante?), questo scenario è in realtà estremamente pericoloso. Ciò che con ogni probabilità si verificherà (e che in parte è già accaduto con i passati tentativi di lauree specialistiche ad indirizzo didattico) è una selezione degli insegnanti in negativo per qualità generale. I bravi studenti, infatti, non rinuncerebbero all’opportunità di dedicare le energie del proprio studio ad esami specialistici, mentre i meno bravi approfitterebbero della possibilità di avvicinarsi alla laurea sostenendo, al posto di questi, esami più leggeri e generici. Perché di questo si tratta: basta passare al vaglio i programmi dei corsi istituiti ad hoc dalle università nell’anno in conclusione, valutarne l’esito, la scarsa selettività, la spesso bassa partecipazione in aula da parte degli studenti e la frustrazione dei più motivati; lo stesso era avvenuto con le vecchie esperienze di formazione degli insegnati: i corsi di discipline psico-pedagogiche nelle varie SISS, TFA e PAS che si sono spesso rivelate delle autentiche perdite di tempo e di risorse per docenti e discenti.

La salvezza della scuola pubblica italiana ed il suo adeguamento ad un contesto sociale, economico,tecnologico e culturale in rapida e intensa evoluzione rappresentano una sfida. Per affrontarla,di tutto abbiamo bisogno meno che di insegnanti culturalmente mediocri, poco brillanti nella propria disciplina e che scelgono questo mestiere perché rappresenta l’occasione di una carriera meno competitiva.

L’abbassamento governato del livello culturale del corpo docente si sta in parte già realizzando. Infatti la guerra tra poveri nelle graduatorie della pubblica istruzione si vince racimolando punticini anche attraverso corsi di aggiornamento e master di università telematiche dal valore a dir poco dubbio, eppure riconosciuti dal MIUR (per esempio contribuiscono al punteggio delle varie graduatorie corsi sull’uso dei tablet: sì, un corso sull’uso dei tablet per un laureato!). Nell’ambiente dei lavoratori della scuola l’utilità di tali corsi viene comunemente misurata euro/punto e ore/punto.

L’effetto di questo sistema è la mancata valorizzazione, e anzi spesso l’allontanamento, di chi ha alle spalle una brillante carriera di studi universitari, magari un dottorato di ricerca, periodi all’estero, pubblicazioni accademiche, altre esperienze professionali, ma soprattutto chi dedica le proprie energie all’approfondimento della propria disciplina e ai suoi aspetti didattico/metodologici. Il sistema di reclutamento attualmente in fase di attivazione risulta per i candidati inutilmente penoso e al contempo poco selettivo.

Per insegnare nelle scuole secondaria servono 1) competenze disciplinari,2) attenzione alle implicazioni metodologiche di ciò che si insegna, 3) attitudine didattico/comunicativa. La prima caratteristica, fondamentale anche nell’ottica di un continuo aggiornamento, si guadagna con i corsi universitari standard ed eventualmente con altre attività professionali; la seconda e la terza si acquisiscono nella vita e con la pratica dell’insegnamento (e certamente non grazie a sei crediti di psicologia). Di solito chi non possiede queste ultime si tiene autonomamente alla larga da una scalpitante platea di studenti.

Va ribaltata la filosofia alla base dei recenti sistemi di reclutamento:piuttosto che alla formazione specifica in didattica, è bene che le attenzioni siano rivolte verso una selezione a monte degli insegnanti dopo un normale corso di laurea e che questa sia basata innanzi tutto sulle competenze disciplinari, e solo in seguito su quelle didattiche.

Tra l’altro esiste già un serbatoio di grande valore a cui la scuola potrebbe facilmente attingere e che invece viene finora trascurato. Questo è rappresentato dal non irrisorio numero di persone che hanno intrapreso i primi passi della carriera accademica (dottori di ricerca magari con qualche anno di assegni post-doc) e che per vari motivi (personali, familiari, logistici, di prospettive) reindirizzano la propria carriera. Aziende di punta di vari settori, soprattutto all’estero, attingono a piene mani da questo capitale umano, mentre la scuola pubblica italiana sembra snobbarlo.

L’esempio francese

Nel resto d’Europa esistono già sistemi di reclutamento degli insegnanti rodati che si basano su principi di selettività delle competenze e delle esperienze disciplinari: un esempio è quello francese. L’accesso all’insegnamento secondario in Francia passa sostanzialmente per due vie: il CAPES e l’agrégation. Il primo è un concorso “più semplice”, superando il quale si ottiene una posizione da insegnante alle scuole superiori; il secondo è più selettivo e dà accesso ad un titolo considerato di prestigio, del quale sono insigniti, tra l’altro, vari tra i più alti rappresentanti del mondo culturale e scientifico francese;tramite l’agrégation si può insegnare nelle scuole superiori avendo, rispetto a chi ha superato solo il CAPES, uno sconto di ore di insegnamento ed uno stipendio più elevato, ed inoltre ricoprire incarichi didattici nella formazione universitaria (di solito nelle cosiddette classes préparatoires, corsi che sostituiscono i primi due anni di università e preparano all’accesso alle scuole universitarie di élite).

Attraverso questo sistema di doppio concorso ci si assicura da una parte, con il CAPES, di avere un numero sufficiente di insegnanti, comunque adeguatamente selezionato, e dall’altra, tramite l’agrégation, la presenza nelle scuole superiori di una élite culturale in contatto con il mondo della formazione universitaria. Inoltre gli insegnanti con il CAPES hanno l’opportunità di effettuare uno scatto di carriera adeguatamente motivato ottenendo eventualmente l’passando l’”agrégation interne” riservata al personale della scuola.

Per avere un esempio del livello di accuratezza delle selezioni francesi pensiamo per esempio al CAPES, quindi al concorso meno selettivo: per passare la selezione bisogna superare due prove scritte, assai articolate, puramente disciplinari, basate su contenuti, diciamo, del primo triennio universitario; queste prove sono dette di “ammissibilità” (come a dire: se il candidato non ha una conoscenza adeguata della propria materia,ad un livello più alto di quello scolastico, è inutile proseguire la selezione); una volta superate le prove scritte si ha accesso a due prove orali di “ammissione”, che hanno sostanzialmente carattere didattico, basate sulla simulazione e la descrizione di lezioni e percorsi didattici da presentare a scuola.

Passate anche le prove orali si è vincitori di concorso e si deve affrontare un anno di prova (pienamente retribuito), il quale prevede un carico didattico ridotto rispetto all’ordinario per lasciare spazio alla programmazione delle attività didattiche, alla partecipazioni a corsi di ambito pedagogico e didattico all’università e alla stesura di relazioni; se l’anno di prova viene superato con esito positivo si entra a far parte a pieno titolo del corpo docente dello Stato. I concorsi si svolgono ordinariamente su base (almeno) annuale, sono basati su un programma chiaro e stabile negli anni e sono accompagnati da un investimento in competenza e buone condizioni di lavoro delle commissioni giudicatrici. In questo modo la selezione viene considerata talmente affidabile che l’unica condizione per l’iscrizione al CAPES è il completamento di un ciclo di studi universitario quinquennale svolto in qualunque (!) disciplina.

Il sistema francese prevede inoltre delle selezioni riservate a coloro che affrontano il concorso dopo anni di carriera in altri settori e che decidono, per qualunque ragione, di riorientare la propria carriera per mettere le proprie competenze al servizio dell’istruzione pubblica.

Insomma, il sistema del doppio concorso, la costanza e la chiarezza della frequenza e dei programmi dei concorsi, l’alta selezione sulle conoscenze disciplinari, il vaglio successivo delle capacità didattiche e la loro integrazione, la qualità delle commissioni e la valorizzazione delle professionalità acquisite in altri ambiti lavorativi, tutti questi elementi fanno sì, nel loro insieme, che la Francia abbia per tradizione un corpo docente innanzitutto altamente competente e poi abile nell’insegnamento.

Anche in Francia purtroppo si parla recentemente di una riduzione del livello di sapere necessario all’accesso all’insegnamento, in linea con la tendenza internazionale di abbassare l’inquadramento e quindi il trattamento retributivo della classe insegnante. Tuttavia parliamo di un  sistema scolastico rodato e stabile per cui si può sperare che il suo attacco sia più difficile. Nel frattempo il sistema di reclutamento francese potrebbe rappresentare per noi una fonte di ispirazione collaudata nell’attuazione e nei risultati. E non si tratta di generica esterofilia: si potrebbero citare anche sistemi scolastici, spesso anglofoni, che presentano elementi da cui restare alla larga e anzi da usare come monito.

Tentiamo invece un confronto del sistema di selezione francese con l’ultimo concorso completo per le scuole superiori bandito in Italia (quello tenutosi nel 2016): dopo anni dal precedente concorso, sono state presentati ai candidati, a fronte dello scarso tempo per rispondervi, quesiti vaghi e su temi ampi, tutti di carattere didattico, che hanno dato luogo ad una selezione con un’alta componente arbitraria se non rumorosa; le correzioni sono state effettuate in estate inoltrata da personale spesso cooptato controvoglia, con il compenso di un euro/compito (sic!). Alcuni degli aspiranti hanno gridato allo scandalo per una selezione “troppo difficile”: magari fosse stato così; si è trattato di un concorso semplicemente mal progettato. Un commento ragionevole a riguardo si può trovare qui.

Tra l’altro, trattandosi di un concorso poco affidabile, a differenza del sistema francese i vincoli per l’iscrizione in Italia sono molto stringenti: era necessario essere in possesso di un’abilitazione penosamente conseguita e, per dirne una, i laureati in fisica teorica (disciplina ultra-matematica) non potevano contendersi le cattedre di matematica.

Insomma, il punto di partenza per la costruzione e il mantenimento di una scuola veramente buona è costituito dal valore delle persone che ne costituiscono l’ossatura, i suoi lavoratori. Risolta questa questione si può poi iniziare a discutere di programmi, metodi di insegnamento, organizzazione delle scuole, inclusione e ordinamenti. Ma, senza un corpo docente di alto livello intellettuale, le sorti delle scuola pubblica non si risolleveranno mai.

L’alto livello culturale dovrebbe essere ancora più marcato quando si parla di selezionare i dirigenti scolastici, mentre spesso l’azione di questi, piuttosto che essere guidata dal faro del sapere, ha come principale scopo l’adeguamento a parametri di gestione quantitativi poco lungimiranti, spesso coincidenti con l’aumento del numero di diplomati e delle iscrizioni alla propria scuola, perseguite sovente tramite l’implicita promessa di facili promozioni.

Per attrarre personale di livello sarebbe poi necessario affrontare anche il tema del trattamento economico degli insegnanti (in Germania gli stipendi superano spesso il doppio di quelli italiani, a parità di qualifica e anzianità) e quindi del prestigio sociale,oltre che dell’autorevolezza,della figura dell’insegnante, ma non vorrei esagerare e far pensare che stia scrivendo di fantascienza…

Commenti
6 Commenti a “Il reclutamento insegnanti in Italia”
  1. Adriana scrive:

    Speriamo possa aprirsi davvero una nuova via per i nostri futuri insegnanti, ne abbiamo davvero bisogno

  2. Elisabetta scrive:

    Condivido pienamente questa analisi, spero che molti insegnati la leggano e esprimano la loro opinione e che arrivi all’attuale ministro dell’istruzione. Oltre ad una aspra critica su cosa fatto fino ad oggi in Italia, fornisce utili suggerimenti su come avviare un reclutamento virtuoso degli insegnanti con un recupero di autorevolezza assolutamente necessario. Avere una ottima istruzione pubblica dovrebbe essere uno degli obbiettivi prioritari delle azioni di governo.

  3. Anna Lisa scrive:

    Ottima analisi che mi trova perfettamente d’ accordo.
    Essendo in pensione da settembre
    sono fuori gioco, ma lo giro ai miei giovani ex- colleghi

  4. Margherita scrive:

    Concordo con la critica al sistema di reclutamento dei docenti utilizzato finora, selezionati con questionari ^vaghi, tutti a carattere didattico^ che prescindono dalle conoscenze disciplininari. Tuttavia, non condivido ľassunto di base, il pre- giudizio intorno a materie ^leggere^ come la pedagogia, che inserite nel piano di studio permetterebbero a studenti e studentesse ^mediocri^ di raggiungere il traguardo della laurea e dell’ accesso alla carriera di insegnante con un percorso agevolato a danno dei piu capaci, che invece sarebbero interessati a seguire un iter più approfondito nelle materie di indirizzo. Mi è capitato spesso di conoscere docenti molto competenti sui contenuti disciplinari e totalmente ^distratti^ su metodi e teorie pedagogiche, poco inclini a mettere in discussione le proprie strategie didattiche, guidati da un rigido determinismo socio- culturale nella valutazione dei discenti. La didattica e il sistema docimologico che va per la maggiore oggi in Italia ( in linea con il cognitivismo/costruttivismo americano, da decenni criticato dagli stessi pedagogisti americani) non è ^ La pedagogia^ tout-court. Ritengo, invece, che tutti/e i/le docenti delle diverse discipline dovrebbero integrare il proprio bagaglio di conoscenze ( in aggiunta, senza limitare le materie di indirizzo ) con i classici della pedagogia ( per citare un caso recente, docenti come Mastrocola, trovano normale leggere ^Lettera a una professoressa a cinquant’anni di distanza, senza comprenderne il significato nel contesto storico…). Inoltre, riguardo al modello di reclutamento gerarchico e verticale francese, non mi sembra diverso da quello proposto da Berlinguer con il famoso ^concorsone^. Propone ľautore, mi sembra di capire, una sorta di ^aritocrazia docente^( come ľaristocrazia operaia nelle fabbriche di Marchionne ), con retribuzioni più elevate, meno carico di lavoro e contatti con ľuniversitå e la ricerca: al contratio, siamo in molti oggi a considerare la scuola dovrebbe essere ripensata come una comunità di docenti e discenti che si confrontano e scambiano esperienze e conoscenza, un arcipelago di soggettività diverse che comunicano tra loro, riflettono, dialogano, affrontano difficoltà, crescono insieme… anche ľuniversitå dovrebbe essere ripensata in questo senso, non come un ^ Olimpo^ separato, che fornisce ricette dall’ alto, spesso ignorando la realtà concreta della scuola.

  5. Mario scrive:

    Cara Margherita, non mi sembra che l’autore proponga una “aristocrazia docente”, se non nel senso che chi vuole insegnare “deve” conoscere più dei discenti. Il sistema di reclutamento, insieme alle condizioni di lavoro, dovrebbe essere in grado di attirare i migliori laureati ed evitare che la scuola sia un ripiego. Poi le ricordo che quello che lei chiama il “concorsone” di Berlinguer, all’epoca fu apostrofato come il “concorsaccio” che avrebbe dovuto selezionare (!) gli insegnanti meritevoli di aumento di stipendio. Le proteste portarono alla sconfitta della maggioranza alle regionali e poi alle dimissioni. Fu una delle rare occasioni in cui un governo cadde per la scuola. “L’attimo fuggente” è un bel film che parla di un altro mondo e di un’altra epoca, ” l’arcipelago di soggettività” a cui fa riferimento, immagino senza distinzione gerarchica, è in attività da alcuni decenni ed ha portato alla situazione attuale.

  6. Engy scrive:

    io vorrei anche e tanto assistere a un’inversione di tendenza e vedere una buona volta insegnanti uomini negli asili e nella scuola primaria!

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