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Red Mirror: una conversazione con Simone Pieranni

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Quando c’è da capire quello che accade in Cina una delle migliori cose che si possa fare in Italia è leggere Simone Pieranni. Giornalista per Il Manifesto (più di una volta su minima&moralia abbiamo ospitato i suoi pezzi), fondatore dell’agenzia di stampa China Files, all’universo cinese ha dedicato libri, podcast, reportage. L’approccio di Pieranni è aperto, libero, attento alla politica ma anche alle scosse culturali che attraversano il gigante asiatico, purtroppo rappresentato spesso qui da noi con tratti riduzionisti o addirittura caricaturali, anche sui giornali più diffusi (o nei programmi televisivi più visti).

L’ultimo libro di Pieranni, Red Mirror, riprendendo sin nel titolo le suggestioni di Black Mirror, la serie che azzarda scenari distopici per un futuro non troppo lontano, racconta la Cina dalla prospettiva della straordinaria importanza che sta assumendo l’innovazione, con l’utilizzo massiccio di ipertecnologie per certi versi un passo avanti rispetto a quello che accade da noi. Il nostro futuro si scrive in Cina, recita il sottotitolo di Red Mirror. Nella conversazione che segue abbiamo affrontato alcuni dei temi approfonditi nel libro, dal controllo esercitato dallo Stato sui suoi cittadini fino al rapporto con l’Occidente e a quello che sta accadendo a Hong Kong.

Red Mirror comincia raccontando WeChat: per molti occidentali si tratta di un’applicazione mai sentita, ma in Cina è talmente pervasiva – per via degli svariati utilizzi che consente – da essere chiamata “superapp”. Quali sono gli aspetti che più ti hanno colpito di WeChat nella tua quotidianità cinese?

Praticamente WeChat serve per fare qualsiasi cosa; le cose che colpiscono di più ormai sono le novità che via via diventano quotidianità. L’ultima volta che sono stato in Cina, ormai un anno fa proprio per raccogliere materiale per il libro, mi aveva colpito molto la nuova funzionalità di poter dividere il conto ad esempio in un ristorante. Ma al di là di questo aspetto più secondario, è davvero il mondo con il quale si gestisce la propria vita sociale e pubblica, quindi è difficile davvero farne a meno.

È stata WeChat ad trasmetterti definitivamente la sensazione che il futuro distopico tanto esplorato nella fiction occidentale – dalla letteratura fantascientifica fino a Black Mirror – stia avvenendo in realtà in Cina? Leggere che in Cina l’elemosina si può fare anche esponendo un cartello con un Qrcode stampato sopra è abbastanza indicativo da questo punto di vista.

WeChat e tante altre cose mi hanno ricordato molto i romanzi di speculazione e Black Mirror naturalmente. Ricordo che di fronte a tante cose che ho visto ho pensato a Ballard principalmente: le comunità recluse, ad esempio, ma anche La storia segreta della terza guerra mondiale, come se in mezzo a tutte queste novità che ogni giorno diventano realtà in Cina, ci stesse fuggendo qualcosa, un messaggio che rimane intrappolato in questo flusso costante di informazioni e novità tecnologiche.

Per questo nel libro ho fatto largo uso di serie tv per fare esempi o suggerire riferimenti, perché tutto quanto sta accadendo in Cina ha un lato politico e geopolitico (la corsa alla tecnologia, il 5G, la sfida con gli Usa) ma ha anche un aspetto immaginifico fortissimo, capace di creare connessioni, di ricordare esplorazioni letterarie che in Cina sembrano trovare una sorta di semi realizzazione.

Restando ancora sulla “superapp”, quali le potenzialità più ghiotte intraviste da tempo da Mark Zuckerberg, da sempre molto attento a quello che accade nel mondo cinese?

Di recente WhatsApp in Brasile ha lanciato un progetto pilota per consentire di pagare via app, in pratica quanto fa WeChat. Questo ha a che vedere con il modello di business, ovvero fare soldi dalle transazioni cose che oggi Facebook (intendendo con Fb, sia il social, sia Instagram sia Whatsapp); ma c’è anche l’aspetto “ecosistem” che interessa a Zuckerberg. In Cina WeChat è il cellulare.

Immaginiamoci di accendere il cell, cliccare su Messenger e non ritrovarsi nella schermata che conosciamo adesso, ma in una sorta di home page dalla quale accedere a messaggistica, socialm, instagram, il conto in banca, gli acquisti, le prenotazioni ecc. Zuckerberg punta a diventare una sorta di sistema operativo delle app, dove le altre “girano” sulla sua, così come fa WeChat. Significa soldi, ma soprattutto dati.

A partire da quando l’attenzione dello Stato cinese nei riguardi dell’ipertecnologia è diventata centrale?

Dalla fine degli anni 80 la Cina ha cominciato a finanziare progetti e innalzare il ruolo sociale degli scienziati. Da lì in avanti, grazie anche al sistema peculiare cinese, la dirigenza ha cominciato a prospettare piani per il futuro. A questo va aggiunta la caratteristica cinese per eccellenza, ovvero il fatto che il partito comunista può permettersi di sperimentare: iniziare un progetto, vedere come va e se non funzionare tornare indietro e volgere attenzione ad altro, oppure allargarla su scala nazionale.

Questo permette intanto di poter pianificare con più calma. In secondo luogo la “mobilitazione di massa” di origine maoista funziona ancora – lo abbiamo visto con la pandemia – benché non sia più rivolta a questioni ideologiche ma a questioni patriottiche o di interesse collettivo: c’è tutta una popolazione in questo momento concentrata a far diventare la Cina una potenza hi-tech.

Quali sono gli effetti principali che ha portato in questo settore l’intreccio squisitamente cinese tra economia di mercato e controllo politico esercitato dal PCC?

Gli effetti sono che le aziende cinesi grazie alla censura del Pcc hanno potuto crescere senza la concorrenza dei big occidentali e che il Pcc però ha potuto tenere sempre sotto controllo queste aziende. Significa che le aziende possono fare soldi, ma se il Pcc chiede, devono dare, ad esempio i dati.

Che ruolo ha giocato in questo processo la leadership ormai quasi decennale di Xi Jinping?

Il processo come abbiamo visto prima è iniziato anni fa, ma la leadership di Xi Jinping ha impresso il suo marchio domandando ancora più forza nello sviluppo tecnologico concentrandosi soprattutto sullo sviluppo delle smart city che dovrebbero diventare l’idea cinese di città e cittadinanza del futuro. Xi sa bene che ogni sua parola sposta desideri, soldi e finanziamenti, per questo appena può nomina “Intelligenza artificiale”: sa che in pieno meccanismo top down tutti seguiranno. E il fatto che il suo potere al momento sia illimitato e senza scadenza favorisce il nascere di iniziative fiduciose che questo trend non cambierà all’improvviso anche se come accade sempre in Cina, è tutto il Pcc impegnato in questo sforzo.

Da una prospettiva occidentale diciamo “ingenua”, una domanda che può sorgere spontanea è questa: internet è nata su istanze libertarie, sull’idea di diffondere  informazioni evadendo controlli e censure. Volevo chiederti a) se in Cina è mai stato così; b) quanto sia granitico il controllo dell’apparato politico sulle aziende che erogano servizi; c) se esistono zone franche per sfuggire al controllo.

Su questo tema l’Occidenta ha consumato un’altra delusione, perché ha sottovalutato o non ha voluto osservare tutti i segnali: in pratica l’Occidente riteneva che internet avrebbe in qualche modo aperto la società cinese a nuovi valori, concetti e soprattutto richieste ed esigenze da parte della popolazione cinese. È accaduto il contrario, la rete è diventata – perdona se sono tranchant – un nuovo strumento di controllo e propaganda per il partito comunista. E non parlo solo di censura, tra l’altro ormai evoluta e sofisticata – ma anche di “indirizzare” certe pulsioni on line.

Ad esempio uno degli utilizzi che è stato fatto di internet da parte dei cittadini è stato denunciare la corruzione di funzionari e membri del partito. Il Pcc si è quindi trovato di fronte a una sorta di controllo esercitato dalla popolazione che faceva benissimo il proprio gioco: denunciare un caso di corruzione non significa chiedere conto delle basi del sistema; il Pcc interveniva, licenziava il funzionario e tutto rimaneva uguale o ricominciava daccapo. Inoltre internet in Cina ha significato soprattutto consumo, e-commerce e svago.

“Cina e Occidente da qualche tempo sono arrivati alla medesima conclusione: i dati costituiscono la vera ricchezza della nostra epoca”, scrivi nel libro. Racconti poi degli scandali Snowden e Cambridge Analytica in ottica di sorvegliamento di massa. Mi rendo conto che è una domanda generica, ma su quali aspetti convergono il sistema occidentale e quello cinese, e su quali invece divergono, in riferimento proprio al controllo dei dati?

Ci sono molte differenze almeno in teoria; ad esempio l’Ue in fatto di tutela della privacy è piuttosto stringente, anche rispetto agli Usa; la Cina nel nuovo codice civile ha previsto una protezione in stile europeo dei dati personali per quanto riguarda il loro uso da parte delle aziende. Anche per la privacy vanno aggiunte le “caratteristiche cinesi” perché invece sull’uso dei dati da parte del governo non c’è alcun riferimento. Dopodiché sappiamo bene che le leggi ci sono ma poi nella pratica, come dimostrano gli scandali ricordati anche in Occidente, non c’è grandissima differenza.

Gli sviluppi delle tecnologie consentono anche una “presa” sul territorio: è il caso di Terminus, una startup che hai potuto visitare. Come funziona e che servizi offre quest’azienda?

Terminus è un’azienda che per conto del governo gestisce tutti i dati di quartieri o mini smart city: da quelli relativi all’inquinamento ai movimento delle persone. Si tratta di una mole di dati impressionante che ci mette di fronte l’enorme potenzialità della tecnologia per migliorarci la vita o per rendercela terribile attraverso il controllo sociale 24 ore su 24.

Un esperimento piuttosto estremo di controllo, anche questo con sfumature fantascientifiche è quello che si verifica nello Xinjiang, dove vive la minoranza uigura…

In Xinjiang siamo di fronte a quanto Terminus potrebbe fare anche su normali cittadini, si tratta dell’applicazione più securitaria di tutto l’armamentario tecnologico cinese, fatto di app, telecamere a riconoscimento facciale, modelli predittivi e repressione consueta, carcere e campi di rieducazione. Si tratta di un territorio nel quale la Cina sta sperimentando una forma di controllo sociale e repressione pesante, dimostrata da leaks di documenti fuoriusciti dal Pcc. Ma come al solito alla tecnologia vengono affiancata migliaia di persone, risultando dunque come un mix letale per le libertà della minoranza uigura, turcofona e musulmana, della regione.

Che cos’è il sistema dei “crediti sociali” e perché – come scrivi – è “generalmente molto apprezzato dalla popolazione cinese”?

Il sistema dei crediti sociali ha una duplice funzione, da un lato cerca di regolare l’ecosistema economica per le aziende, dall’altro per le persone. In particolare non c’è ancora un sistema unificato e nazionale, ma molte sperimentazioni. In breve si tratta di affidare un punteggio ad ogni persona sulla base della sua affidabilità rispetto a oneri di natura amministrativa, penale e civica. Naturalmente in uno stato a partito unico i criteri con cui giudicare una persona possono diventare molti di più e piuttosto rischiosi, ma ora come ora, benché non manchino riflessioni in tema di privacy e uso dei dati, viene accettato perché i cinesi lo percepiscono come un sistema in grado davvero di assicurare maggiore sicurezza e armonia sociale.

Ai nostri occhi, ovviamente, appare inquietante, ma provando a riflettere su tutte le volte che siamo giudicati o giudichiamo con i sistemi di rating non siamo distantissimi. Per ora noi ci giudichiamo tra cittadini, in Cina è un processo che arriva dall’alto.

A fronte di tutto questo, come valuti la gestione del “caso Hong Kong” da parte dello stato centrale, in particolare in riferimento alla contestatissima legge sulla sicurezza nazionale? Credi che possa creare ulteriori tensioni con l’Occidente nel periodo medio-breve?

L’approvazione della legge è una forzatura cinese che di fatto cancella Hong Kong come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi. La legge significa addio all’autonomia dell’ex colonia, che in teoria doveva essere garantita fino al 2046. Credo che la Cina abbia effettuato questa forzatura proprio perché in realtà dall’Occidente non si  sono alzate polemiche e soprattutto ritorsioni; la potenza economica della Cina consente a Pechino questo genere di azioni.

Diverso il discorso per Taiwan, ad esempio, dove invece in caso, sempre ad esempio, di un’invasione cinese dovrebbe intervenire militarmente anche Washington. Purtroppo – e lo vediamo anche con il comportamento italiano con l’Egitto, senza andare troppo lontano dai nostri confini – gli affari vengono sempre prima, per tutti gli Stati, di questioni inerenti libertà e diritti umani.

Esiste secondo te una continuità di massima visibile tra la tradizione millenaria della Cina e gli sviluppi più recenti della Cina comunista, qualcosa che sfugge agli occhi distratti di noi occidentali?

La continuità storica della Cina abituata ad essere la punta avanzata della regione asiatica e del mondo. Nel corso della storia la Cina anche a livello scientifico è stata molto avanti rispetto all’Occidente, salvo perdere la battaglia della rivoluzione industriale. Ma l’orgoglio cinese, la spinta politica è sempre quella: riportare la Cina al centro del mondo, dove è sempre stata, nonostante la nostra conoscenza del paese faccia per lo più riferimento alla nostra presenza là, intendo quella occidentale, quando la Cina era il malato d’Asia e soffriva invasioni e occupazioni stranieri, grazie alla grande operazione di narcotraffico che furono le guerre dell’oppio.

Cosa pensi delle posizioni polemiche assunte da Donald Trump nei confronti della Cina, in particolare le accuse riguardo lo scoppio dell’epidemia da Covid-19?

Trump fa il suo gioco, per quanto bizzarro e astruso, sa bene come sanno bene tutti gli americani che la Cina sta ormai a scia degli Usa e su alcuni settori è avanti. Anche Obama lo sapeva e ha provato a contenere la Cina in altri modi. Le politiche Usa saranno sempre più anti cinesi chiunque sarà alla Casa bianca, su questo c’è un consenso bipartisan.

Non bastano di certo poche domande per esaurire un argomento così vasto. L’ultima cosa che ti chiedo è uno sforzo “precog”: se pensi alla Cina dei prossimi venti-trent’anni, come la immagini? Anche in riferimento al contesto globale, all’interno del quale già da anni riveste un’egemonia crescente?

Se permetti vorrei lasciare questo compito a due scrittori cinesi di fantascienza: Hao Jingfang, scrittrice (ha vinto il prestigioso premio Hugo) e autrice di «Pechino pieghevole» (sarà pubblicato in Italia da Add editore) e Han Song (la cui antologia «I mattoni della rinascita» è stata pubblicata di recente da Future fiction). In Pechino pieghevole Hao Jingfang immagina una città a strati nella quale la popolazione vive in superficie orari diversi nel corso della giornata.

Ci sono dunque due elementi in ballo: il tempo (da accorciare in qualche modo per rendere più produttiva la società) e le differenze sociali (c’è chi vive di più e chi ha meno ore in superficie); Han Song in un suo racconto – Il mio paese non sogna – immagina una Pechino nella quale un esperimento tecnologico del governo porta la popolazione a lavorare e consumare di notte in stato di sonnambulismo, compensato da medicinali che consentono poi una vita ordinaria di giorno. Anche in questo caso c’è chi sonnambulo lavora e compra e chi invece è sveglio e gestisce la situazione e ne approfitta. Ancora una volta: tempo e la sua compressione per dilatarne il godimenti da parte di chi è agiato e diseguaglianza (e consumismo sfrenato).

La gestione del tempo sempre più frenetica e il permanere di differenze sociali e diseguaglianze saranno i temi salienti, credo, dei prossimi anni in Cina e la tecnologia rischia di aumentarne l’impatto. E anche in questo caso, secondo me, gli scrittori cinesi di fantascienza sembrano anticipare temi non solo locali, purtroppo.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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