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“Registro di classe”: un estratto

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Torna in libreria per minimum fax Registro di classe, in uscita il 17 gennaio. Pubblichiamo un estratto dal libro di Sandro Onofri, ringraziando l’editore.

di Sandro Onofri

21 settembre. Fuori dalla finestra un paio di aerei decollati dalla vicina base di Pratica di Mare fanno evoluzioni e sforbiciate sopra il giallo dei palazzoni popolari, passano sopra il serbatoio dell’acqua proprio davanti alla finestra della classe e tornano verso Torvaianica, verso il mare che sta laggiù, dietro un tratto di campagna ciancicata dalle ruspe, da una giostrina ambulante (solo autoscontro, o «macchine a ’ntuzzo», sedioline volanti, o «carcinculo») e, infine, dal mercato settimanale che ogni sabato pianta le sue bancarelle davanti al cancello della scuola per vendere abiti di acrilico e mozzarelle di bufala.

Poi la lavagna, dove qualcuno ha scritto Welcome e qualcun altro Che palle! E la mappa dell’Europa, in cui compaiono ancora la Jugoslavia e l’Urss. Chissà quando ci saranno i soldi per poterle cambiare. Un computer in ogni classe! L’informatica nelle scuole! E abbiamo ancora l’Urss appiccicata al muro… E poi i cartelloni con gli imperatori di Roma: Giulio Cesare, Ot- 22 taviano…, lasciati dallo scorso anno. Le ragazzine hanno il seno un po’ più pronunciato, i ragazzini qualche pedicello in più sulle guance. Ma il resto è così come l’avevo lasciato: le zeppe, le Tod’s, gli Swatch, gli Invicta, e le Pilot, e le agende Smemoranda, e le facce di Ligabue, di Nek, che digrignano i denti dalle foderine dei quaderni.

Ricominciamo. La scuola parte per un nuovo, lungo viaggio, ma si comporta come certi tipi fissati per l’automobile, i quali prima di mettere in moto amano attardarsi in cento faccende preliminari. Nel mese di luglio ne abbiamo visti parecchi, davanti ai portoni: quando uscivamo per andare a comprare il giornale sembravano sul punto di partire, e lo sembravano anche quando rientravamo: pulivano i vetri con la carta di giornale e lo spirito, spolveravano le maniglie con il piumino, e seguivano meticolosamente le indicazioni dei libretti di manutenzione che altri, invece, lasciano marcire nei portaoggetti degli sportelli laterali, preferendo mettere in moto e partire.

Pure la scuola, in questi primi giorni del nuovo anno scolastico, si attarda in tanti, troppi preparativi prima di cominciare a divorare la strada. La prima settimana, e forse anche di più, è generalmente impiegata in meccanismi di «accoglienza» miranti a conoscere soprattutto i nuovi alunni, e a verificare lo stato di preparazione degli studenti più anziani, dopo le lunghe vacanze estive (troppo lunghe, forse?), attraverso i cosiddetti «test di ingresso» e questionari a risposta fissa. Ma prima ancora, prima che i ragazzi animassero con le loro voci i corridoi troppo vuoti dei nostri asettici istituti, i docenti hanno passato un paio di settimane a riunirsi allo scopo di mettere a punto dei programmi omogenei per materia, degli obiettivi didattici comuni.

Tutte preoccupazioni che trovano la loro necessità nella coscienza che il mondo scolastico ha di sé, appesantita da un coagulo di paure ormai antico, che si cerca di affrontare con metodologie la cui validità si assume troppo precipitosamente, con troppo conformistico entusiasmo. Piani didattici annuali, programmazioni comuni, test di ingresso, prove uguali per tutti sono il risultato di un inseguimento affannoso della modernità, che si tenta di acchiappare come viene viene, accettando il valore di miti la cui validità dentro la scuola è invece tutta da dimostrare: quello dell’oggettività, quello dell’omogeneità, quello della standardizzazione. Tutti criteri che, se possono andare bene in una logica di marketing e di produzione, adottati in un rapporto pedagogico non portano ad altro che allo schiacciamento delle differenze e delle individualità, sia degli alunni sia dei docenti. I quali, comunque, stanno lì, in mezzo ai ragazzi, e se sono bravi, se hanno qualcosa da dire, se hanno vissuto abbastanza e abbastanza intensamente, avranno ognuno un libro grande e diverso da insegnare ai propri studenti. E se invece non lo sono, se si trovano lì per caso, perché tanto un lavoro vale l’altro, perché mezza giornata libera è assicurata e i contributi vanno avanti lo stesso, allora non c’è schedina standard né test che possano compiere il miracolo dell’insegnamento. Una scuola davvero rinnovata dovrebbe, credo, preoccuparsi prima di tutto di assicurare la libertà necessaria all’espressione delle differenze, sia dei docenti sia degli alunni, e dunque agevolare l’originalità dei percorsi didattici e l’atipicità dei ritmi e dei sistemi di apprendimento.

In fondo la scuola di adesso, che pedina omogeneità e standard, e il viaggiatore previdente, hanno in comune la gran paura per l’imprevisto, per quel tanto di misterioso che nessuno è in grado di anticipare o di individuare. Ma l’imprevisto è il sale di ogni viaggio: lo complica, ma proprio per questo lo rende irripetibile.

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