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Renzi ha scritto un libro per un lettore che non esiste

di Paolo Mossetti

 

Si parte da una sconfitta, oggettiva. “Mi sento in colpa verso il mio paese, verso l’Italia”. Lo scrive colui che è stato il presidente del Consiglio dei ministri per quasi tre anni. La data è il 4 dicembre 2016, quella del referendum costituzionale. Perché, se lui voleva cambiare l’Italia, è stata l’Italia a cambiare lui. A costringerlo alle dimissioni. Ma, nella sua ultima autobiografia, Matteo Renzi fa capire subito di non volersi rassegnare al viale del tramonto. “Perché la cosa incredibile e che poi le riforme le abbiamo fatte davvero”, scrive. “Eppure siamo circondati da una narrazione puramente distruttiva” (p. 62). L’ex premier si impone, allora, di essere sincero (“provo a essere meno superficiale, più profondo”) anche a costo di mostrare “qualche cicatrice o qualche dubbio in più” (p. 17). E forse, chissà, anche episodi che non gli faranno onore.

Detesto le semplificazioni e il semplicismo”, dice. Gli crediamo, ma ci mettiamo in guardia. Come le voci di Wikipedia che parlano di persone da poco scomparse o eventi di cronaca in pieno svolgimento, il memoir di un protagonista dell’attualità sembra tappezzato di inviti alla cautela. È impossibile prendere in mano Avanti (Feltrinelli 2017) senza chiederci: stiamo ascoltando la campana a morto per l’uomo a cui hanno imbastito il funerale, o la bozza di quello che potrebbe succedere domani? Dovremmo concentrarci di più sullo stile e sui dettagli, per capire ciò che è stato, o sulle proposte programmatiche, che pure abbondano, per capire ciò che sarà?

Il libro inizia come resoconto dell’esperienza di governo – di quei mille giorni che l’autore dice di aver vissuto come un trapezista, tra “emozioni e speranze” (p. 16) – ma dall’indice si capisce che è strutturato come un programmino politico: ai ricordi e ai retroscena seguono le battaglie che Renzi vorrebbe ancora fare sue, l’assegno universale per i figli, i fondi per le periferie, la riforma della giustizia. E l’immigrazione, tema sul quale si è scatenato mesi fa il putiferio, a causa di estrapolazioni messe in giro in arte sui social, anche se non si sa bene a che scopo: la provocazione di un autore che pensa davvero oltre? Oppure un diversivo, per nascondere epifanie più importanti?

Prepariamoci alle confessioni di Renzi, dunque, che essendo un cattolico fiorentino non le indirizzerà al suo partito né a Dio – al contrario di un Obama o d’una Clinton qualsiasi, Democrats imbevuti di protestantesimo – bensì  al lettore: un lettore amico che sarà comprenderlo e amarlo. Per giustificare il cambio di governo del 2014,  quello del famoso “Enrico stai sereno”, spiega che è Roberto Speranza, l’allora capogruppo del Pd, a proporgli di prendere in mano il timone. «Matteo, così non andiamo da nessuna parte. Hai vinto le primarie, rilancia tu il paese, andando a governare» (p.55). Una volta deciso il passaggio di consegne, è il presidente della Repubblica Napolitano a convocarlo informalmente al Quirinale.

La telefonata del centralino arriva provvidenziale – scrive Renzi – sono davanti alla Play con Francesco ed Emanuele, in un torneo a tre di Fifa 2014 che si preannuncia un disastro. Quando il telefonino vibra, mi sembra un’ottima scusa per interrompere la goleada in corso” (pp. 58-59). Ma non tutto fila via liscio: il presidente del Consiglio uscente, Enrico Letta, “entra in modalità broncio”. Del resto fare la parte della vittima, aveva spiegato prima l’ex premiere, “funziona sempre più in un paese in cui si ha più simpatia per chi non ce la fa per chi ci prova” (p. 55). Si fa largo quindi l’immagine di un leader carismatico, instancabilmente ottimista (ma questo è d’uopo in un libro del genere), in lotta con una serie di ostacoli e lentezze della vecchia politica. “I tecnici del ministero” e i “consulenti di Palazzo Chigi” sono una nemesi costante, la pedanteria burocratica incarnata. “Mi impunto con decisione”, un “decido di impormi” e un “Si fa come dico io” (p. 66), sono espressioni ricorrenti.

In altri casi, Matteo Renzi racconta storie personali. Nei giorni successivi al giuramento del governo Gentiloni, lui è a casa con i figli a provare di rimettere ordine tra le carte. «Insomma, puoi smettere con quel pallone, il babbo sta lavorando», dice rivolgendosi ad Emanuele. «Lavorando? Non direi. Ti sei dimesso, babbo! Che lavoro fai adesso, scusa?» (p. 43). Sarà sempre il secondogenito a riflettere sull’ineluttabilità dell’esito referendario: «Babbo, ho letto i sondaggi. Non hai chance». «E perché amore?» «Quando stavi simpatico a tutta Italia hai preso il 41% nel 2014. Oggi stai più antipatico, dunque è matematicamente impossibile che tu faccia di più di quella cifra». In un altro passaggio è la perspicacia della figlia più, piccola, Ester (10 anni) ad illustrare lo stato delle correnti di partito: «Babbo, hanno suonato. Mi sembra di riconoscerlo. Mi sa che quello è Orfini, il presidente del PD. (…) Ma siamo sicuri che Orfini abbia votato Sì al referendum? Altrimenti non gli apro». “Orfini entra solo perché si giustifica con Ester, spiegando che la sua amicizia con D’Alema appartiene al passato” (p. 45).

Renzi vuol far intendere che il presupposto della sua sincerità a tutti i costi è che il senso segreto della sua missione politica si trova proprio negli episodi minori, nelle quisquilie di quei mille giorni, e non solo nei momenti riusciti, “istituzionali”. Le domande dei figli, non si sa quanto veritiere o quanto frutto di finzione, servono da escamotage narrativi per sciogliere certi passaggi chiave.  Come a dire: nella contraddizione tra ciò che è e ciò che è apparso sta il bandolo della mia matassa esistenziale. Ma Renzi non solo si sforza su episodi davvero poco costruttivi, ma si rifiuta anche di ricostruire.

Ad un certo punto c’è da spiegare la permanenza di Renzi in un partito che sembra non volerlo. Lo scrittore Alessandro Baricco gli dipinge quest’immagine: “Tu sei una squadra che vince in casa, sempre. In trasferta, quasi dappertutto. C’è un unico stadio in cui la tua squadra perde. È lo stadio del Pd. Mi spieghi perché ti incaponisci a giocare sempre lì?”. (p. 53) E così torna utile a Renzi una frase proferita dal primogenito, Francesco, finito tra le riserve della squadra di calcio con cui si allenava: «Io non mollerò mai», aveva detto poco prima al padre. «Piuttosto finisco il campionato in panchina, ma non lascio questa maglia» (p. 217). L’ennesimo dialogo futile, che però avrebbe potuto rivelarci qualcosa di inedito, di originale sul personaggio, viene vilipeso come metafora; utilizzato per spiegare chissà quale “tendenza forte” nella biografia di chi scrive. Vuoi che sia questa la grande incertezza letteraria, ed anche etica, di Matteo Renzi: fuggire continuamente dal dettaglio per arrivare al tutto?

L’a capo è importantissimo. In alcuni dei suoi status di Facebook, riportati nel libro, si ha l’impressione di leggere una lunga poesia in prosa, intervallata da massime. È importante proprio lo stacco: è la riga mezza bianca che guida la nostra attenzione di lettori, ci impone un ritmo e ci fa soffermare sulle frasi isolate. Ad esempio quando, in una notte concitata di dicembre, lascia per l’ultima volta il Quirinale (“[D]a un’uscita secondaria perché i giornalisti non si accorgano di niente”) e decide, una volta tornato nella sua Pontassieve, di “aprire il cuore” sui social (p. 29):

Con me arrivano scatoloni, libri, vestiti, appunti.

Ho chiuso l’alloggio del terzo piano di Palazzo Chigi.

Torno a casa davvero.

Oppure, nella lettera-resa dei conti con Grillo che lo aveva accusato di voler rottamare suo padre (p. 111):

Niente politica, per una volta.

Ti scrivo da padre. Ti scrivo da figlio. Ti scrivo da uomo.

Sono di per sé frasi fatte, ma è la pausa che le dà un senso forte. In fondo, un esempio illustrissimo di scrittura proto-facebookiana, fatta di frasi brevi e spazi lasciati bianchi, era già il drammatico diario di Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, pubblicato postumo. Il diario socialmediale di Renzi, riportato qui su carta, è però tutto votato all’euforia, fatto di sensazioni e di istanti espressi in forma iper-sintetica, lapidaria, confidenziale, con frasi costruite su di un verbo all’infinito o al participio passato.

Non mancano i frammenti di viaggio. Renzi è stato uno dei premier più mobili della storia repubblicana, e si sperava di cogliere, sia pur en passant, una serie di concetti stimolanti sulle realtà visitate. Il bello del viaggiare di un politico consiste infatti proprio nel poter entrare in stanze e spazi che ai comuni mortali sono preclusi. Ma qui gli eventi internazionali sono liquidati con poche righe: del vertice Nato di Varsavia del 2016, tutto ciò che resta è che “in una pausa caffè, discutiamo con Obama e Merkel delle implicazioni di internet nei rispettivi paesi e delle ingerenze telematiche di paesi stranieri” (p. 62). Le impressioni più profonde hanno questo tenore: “Gli americani dicono «wow!», gli italiani dicono «Mah…!»”. “La bellezza della democrazia americana è che (…) può passare da Bush a Obama a Trump continuando a provare emozione per la bandiera” (pp. 130-131). Del leader cubano Raùl Castro si sa solo che ad un certo punto chiede a Renzi «Che cosa è l’opposizione?» (p. 137).

Su un volo di ritorno dal Giappone, la famiglia dell’allora primo ministro sta sorvolando la penisola coreana, quando il comandante manda a chiamare la figlia:

Ester, vuoi vedere una cosa speciale?” “Sì.” “Bene, quella è la Corea del Sud. E invece vedi che lì sopra non c’è niente di illuminato, tutto è buio? Perché quella è la Corea del Nord. La Corea del nord è una pericolosa dittatura e per scelta non illuminano niente, tengono tutto al buio. Ester rimane colpita (…) prendendomi la mano mi dice a voce bassa: “Babbo, l’altro giorno a La7 hanno detto che tu vuoi fare una riforma della Costituzione per portare la dittatura in Italia. Non è che adesso spegni le luci anche da noi, vero?”. (…) [L]a abbraccio e la stringo forte. “Non ci sarà mai più la dittatura in Italia, non dare ascolto a chi racconta che spegneremo le luci. E non credere, amore mio, a tutto quello che dice la tv” (p. 138).

Ci sono ricordi che non sono ricordi intimi e personali, ma ricordi comuni a una generazione, o a chi sia vissuto in certi momenti storici. Lo scrittore francese George Perec faceva elenchi di ricordi quasi neutri, visti solo con la coda dell’occhio, mescolando cose importanti e cose da nulla, che però messe insieme costituivano un vero universo. Con Avanti funziona al contrario. Gli eventi solenni o epocali servono a evocare piccoli aneddoti personali. Un esempio su tutti: è l’estate del 2016, il Centro Italia è devastato dall’ennesimo terremoto, e Renzi si trova con la moglie a presenziare una messa in suffragio delle vittime, in un piccolo paese marchigiano. “Anche se faranno polemiche anche per questo”, scrive, Agnese “non trattiene le lacrime, così come non le trattengono migliaia di italiani” (p. 214). Il che ci restituisce, forse, la percezione distorta delle proporzioni di sé e del mondo che ha un adulto di immenso potere – che è più simile a quella di un bambino.

Si direbbe che Renzi, con la sua strategia retorica, voglia prima irretire e poi contaminare il destinatario. Dice di aver scritto questo libro per “invitare, coinvolgere, entusiasmare. Perché ho capito di essere depositario dei sogni di una parte degli italiani” (p. 232). Come il visconte di Valmont, sembra accettare la decisione di Madame de Tourvel di rompere con lui (dopo quel maledetto 4 dicembre): tuttavia, pone delle condizioni che invalidano quella decisione: “Non posso decidere da solo se andarmene o no” (p. 217). “Più volte mi sono domandato, allo specchio o con gli amici: ma chi ce l’ha fatto fare?” (p. 212). In altre parole prima finge di accettare le nuove regole poste dalla contingenza politica e poi continuamente le infrange, nel suo discorso seduttivo un po’ goffo e un po’ ruffiano. Fino a quando il gioco potrà durare senza risultare stucchevole?

È comprensibile, per il resto, che ripercorrendo alcune delle battaglie più importanti del suo governo l’ex premier dia un giudizio più che positivo: il mercato del lavoro più flessibile, il carico fiscale ridotto, i cantieri aperti. Su altre, il bilancio è invece negativo, e lui non si nasconde troppo: il salvataggio delle banche, le riforme scolastiche, le vicende giudiziarie. Il problema, dice lui, è stata la comunicazione: “Anche perché a me le banche sono antipatiche. I bancari no, per carità, bravissime persone” (p. 73). I media hanno fatto la loro parte, distorcendo la realtà, e i grillini, con la loro fabbrica di “fake news”. “E io, che detesto chi strumentalizza i bambini, interrompo le mie visite nelle scuole per evitare polemiche” (p. 94).

Ma sono le considerazioni sull’immigrazione e lo scontro tra culture, con una particolare enfasi sull’estremismo islamico, ad assorbire uno spazio non indifferente nel penultimo capitolo, Il futuro della sinistra, e a lasciarci stupefatti. C’è quella frase ormai diventata la sintesi del libro: “Noi non abbiamo il dovere morale di accoglierli, ripetiamocelo. Ma abbiamo il dovere morale di aiutarli. E di aiutarli davvero a casa loro” (p. 204). Ma il resto del capitolo prosegue sulla stessa lunghezza d’onda: “Il controllo dell’immigrazione (…) cozza contro il buonismo filosofico e con l’utilitarismo universalista di certa classe dirigente e dei raffinati ‘ceti riflessivi’” (p. 206). E, come una Oriana Fallaci qualsiasi, conclude: “Può dialogare, contaminare e farsi contaminare chi ha un’identità forte, della quale non si vergogna” (p. 206).

È questa la parte più sorprendente. Renzi, così attento a smentire le voci immesse nell’arena politica dai populisti di destra e di sinistra, si lascia andare a frasi idiomatiche e mantra proprio di quel mondo lì: “Tra tutte le frasi fatte della politica italiana”, spiega, “quella che vorrei cancellare con un click è: «Ce lo chiede l’Europa»” (p. 16). La rigidità dei burocrati è un bersaglio continuo. Se il fiscal compact è stato voluto dai “sacerdoti dell’austerity”, il pareggio di bilancio è il “trionfo del pensiero unico” (p. 51). Per cacciare Berlusconi la sinistra ha permesso all’Europa di “entrare in casa nostra” (p. 162). “Arrivo a Bruxelles sbadigliando come sempre”, è l’incipit dell’episodio drammatico sulla crisi del debito greco del luglio del 2015 (p. 155). I suoi nemici dichiarati, del resto, sono i “piani alti delle redazioni, dei palazzi del potere, dei salotti buoni” (p. 217). E del suo cerchio di collaboratori dice: “Siamo persone semplici, senza vitalizio ma con grande vitalità” (p. 233).

Per chi è destinato questo libro, dunque? Gli addetti ai lavori, i manager, i grandi dirigenti culturali rimarranno delusi dalle quantità di saccarosio. I militanti del partito, i simpatizzanti in buona fede e i semplici curiosi avranno difficoltà a trovare un leader più umano. Forse la risposta più sensata è che Avanzi è per un lettore inesistente: un alter ego, ossia una persona alla quale Renzi ritiene di potersi aprire completamente senza pagare alcun prezzo. E infatti il libro non è solo racconto; è una specie di sismografo dei turbamenti del suo cuore. Il problema è che la superficialità dei rilievi finisce con l’oscurare qualsiasi pensiero più profondo.

Nessuno, del resto, gli avrebbe chiesto di farsi psicoanalista di sé stesso, sulla falsariga dei politici americani che sono un po’ tutti tormentati dalla religione: niente gli impediva di inventare, o di usare ricordi altrui. Ma ogni scelta creativa ha un suo peso nell’economia del racconto, e la responsabilità dell’autore è quella di averci restituito un personaggio più opportunista e meno rigoroso di quanto ci aspettassimo. Certo, ci accorgiamo che Renzi presenta se stesso come completamente innocente. Che si senta veramente tale?

Commenti
4 Commenti a “Renzi ha scritto un libro per un lettore che non esiste”
  1. paola scrive:

    il libro di Renzi non l’avrei letto mai, ma la sintesi che ne fa Mossetti mi basta e avanza per confermare il mio giudizio sull’uomo e il politico.

  2. umberto cocco scrive:

    Ma che ragione c’è di mettere oggi una recensione a molti mesi dall’uscita del libro? Non ha senso, in politica i mesi sono anni. E allora, trovate qualche modo meno stupido di sostenere Renzi, se lo volete fare

  3. Sergio Falcone scrive:

    … No, non ce la posso fare. Abbandono volentieri questo privilegio ad altri.

  4. Giacomo G. scrive:

    Il refuso Avanzi/Avanti di fine articolo merita una sottolineatura.
    Solo le urne ci potranno dire cosa è rimasto dell’immensa popolarità iniziale di cui ha goduto questo personaggio rubato all’avanspettacolo, produttore seriale di retorica.

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